Di tutte le scelte che avevo in faretra
Ho un ricordo, un dolore e un silenzio.
A spararle tutte in cielo mi sento venir meno
Ma sempre meglio là che quaggiù.

Si fa presto a decidere l’amore dell’Amore
Un po’ meno a vederlo com’è.
E guardarlo morire è morire due volte
Una per te, una per me.

 

Certo è

Che ho ancora voglia di piangere

E

Ancora il viso di tre quarti

Ma so

Che lentamente

Mi volterò

Lentissimamente

Mi volterò.

 
Di tutti i ricordi ho deciso di fare
Un imbuto, così da conservarli
Uno per uno, sparsi nel tempo
Che facciano male solo un po’.

Si fa presto a distruggere l’Amore con la rabbia
Un po’ meno a ricostruirlo com’è
Passato e dolcissimo, intenso e distante
Altro da me.

 

Certo è

Che ho ancora voglia di piangere

Qualcuno in me

Ha ancora voglia di sognare

Ma so

Che lentamente

Mi sveglierò

Lentissimissimamente…

Mi sveglierò.

La Verità giace in gola a una Bestia
che fa orrore solo a pensarla.

La Verità avanza inarrestabile
ma non sono riuscita a guardarla.

Ci vuole Forza per entrare nel suo stomaco
Ci vuole Forza per uscire dalla sua pelle.

Ecco,
L’ho avuta di fronte.
Era proprio là dentro.

Ma, padre, io
ho paura.

No, non sono io, no.
Non sono io là, nello specchio.
Quello è un mostro, è ubriaco di sangue
ha il volto sfigurato dalla Luna
mi fa gridare aiuto alla notte
Non mi somiglia affatto, lo giuro.

Ho creduto molte volte di aprire le fauci
e di vederci dentro uno squarcio di luce…

Invece adesso so che quel che ho visto
era solo il mio orgoglio addolorato.

Sono un fiore sulla neve e un uccello del Paradiso
ma ho raccontato ben più di una bugia.

Ecco,
Mi sta qui davanti.
E sono proprio io là dentro.

Ma, Amore, io
ho paura.

Se sono io e sì, lo sono
Se sono io che mi rifletto adesso,
Dimmi, da quanto tempo sono una belva?
Da quanto tempo sto sul mio cammino?
Per quanto tempo ho chiamato amore
la vigliacca brama di divorare tutto?

La Forza per entrare nel suo stomaco
La Forza per uscire dalla sua pelle.

La Forza per entrare nel suo stomaco
La Forza per uscire dalla sua pelle.

tarocchi-la-forza

Allora lui disse: “Sei ancora sveglia?”
E lei rispose: “Sì.”
E lui: “Anch’io. A cosa pensi?”
Rispose lei: “A tante cose.”
“Belle?”
“Molto.”
“Potremmo dircele”, rispose lui.
“Potremmo dircele”, disse lei.
Sorrisero.
“Potrei tornare indietro” disse lui infine.
“…”
“…Se tu vuoi.”
Lei tacque.
Lui tacque.
“Non mi piacciono i condizionali. Nemmeno i se”, rispose lei. “E poi sono già in pigiama.”

E fu la buonanotte.

Lui non eliminò i condizionali e i se, non prese la macchina per tornare.
Lei non si tolse il pigiama e non gli chiese di prendere la macchina.

E quelle cose belle rimasero tutte nell’aria, sospese.
Tra loro. Nel mondo.

Nuvole da chissà dove portano un veliero
nessuno sul ponte niente nella stiva.
Così a volte io a te, disarmato pensiero
vela senza timone vengo alla deriva.

E non porto chissà cosa che tu ci perda il cuore
solo questo mio disarmato amore.
Disarmato amore che di amore non cede
se non di sabbia all’onda, se non di orma al piede.

Luci di bianche perle splendenti come il giorno
hai per me raccolto nel mare più profondo.
Ma i più bei tesori che porti al ritorno
son questi tuoi occhi che hanno visto il mondo.

E non porti chissà cosa che io ci perda il cuore
solo questo tuo disarmato amore.
Disarmato amore che all’amore si arrende
la conchiglia e il vento la carezza e il tempo.

Orme della tua tristezza trame d’oro infinite
cucite a filo bianco nella trama del mare.
Ed io abbandonerò le mie ferite
al misterioso mare del tuo cuore.

E prima che finisca il mare si scioglierà anche il cuore
cuore di acqua e sale disarmato amore.
Disarmato amore per amore si nega
e nei tuoi occhi piange e nel tuo cuore prega.

Neanche con una rosa, neanche con un fiore
solo questo mio disarmato amore.
Solo questo mio disarmato amore.

(A. Salis, Canti di Romena)

E poi, cos’è cambiato rispetto a ieri?

Alcune cose non le avevo già più. Altre le avevo sempre avute. Avevo una casa, un gatto, degli amici, un lavoro. Quello che non avevo più, lo sai. 

Sul fondo resta un dolore palpitante. Un fuoco ancora ostinato. Una favola di cui non mi aspettavo il finale. Un sacco di sogni che ho paura di fare. 
Il gatto che vive con me vorrebbe andarsene. Miagola a porte e finestre. Ha ragione, ma non riesco a fargli capire che siamo molto più simili di quanto creda. Tutti e due non siamo stati ricambiati, e più di una volta. Proprio per questo ci fidiamo poco l’uno dell’altra e, anche se dormiamo insieme, stiamo ben lontani: io da questa parte tu dall’altra. Ci facciamo anche le fusa, sì; ma a distanza di sicurezza. 

Ho un lavoro che mi manca, un desiderio immenso. Che quando lo riprenderò sarà così bello che mi prenderà tutto il cuore. Sarò tutta sua. 
Ho una grande famiglia, mi piace definirla così. Ormai siamo una cosa davvero simile. L’ho sempre desiderata, fin da quando ero bambina, ma non pensavo che un giorno l’avrei avuta davvero. Ci divertiamo a immaginare come saremo a cinquant’anni, a chiederci se ci vedremo ancora per un caffè ogni tanto, se riconosceremo le nostre battute di oggi. Riesco a non pensare. A dimenticare per un momento, per qualche ora. A sostituire molte cose con una risata o un discorso serio. A concentrarmi per un po’ su altri volti, altre voci, altri sguardi. Altri occhi. 

Poi torno a casa. E il gatto tenta di scappare. Mi stendo sul divano e sui suoi ricordi. E stento a pensare questo luogo come soltanto mio. È irritante e dolce al tempo stesso. Perché sul fondo, sotto i cuscini, nelle mura, dentro il mio cuore, resta una nebbia densa che ancora non se ne va. Restano le cose belle. Restiamo noi. 

…Ma in realtà ci sono solo io. 

E cosa mai è cambiato, rispetto a ieri? 

Stanotte ho preso i minuti
Li avevo contati
Sembra tutto più semplice quando è finito
Eppure non è di soddisfazione.

Erano vuoti di tutto
E io adesso lo spengo
questo aggeggio che è una specie di magazzino
Dove si accumula e si decompone.

E non lo senti il rumore
il rumore del vento?

Oh! Perdonami
Ho commesso tanti sbagli
Attendo il tramonto per farne
Un immenso falò

Oh! Guarda
Il fumo si perde in fretta
Ma quando finisce quest’anno?
Ma quando va via
la memoria?

Ho raccolto i miei oggetti
Ho pulito via
La polvere delle mie emozioni più belle
Depositatasi troppo lentamente.

Vorrei solo avere una bella buca
Per buttarci tutto dentro
Un’annata di stracci e sangue freddo,
di figurine brillanti e chic.

Oh! Perdonami!
Forse straparlo come sempre
Attendo un’alba di nuove parole
E chi le dirà.

Oh! Perdonami!
Come sempre non ho pazienza
Ma quando finisce quest’anno?
Ma quando va via
questa storia?
Questa stupida, insulsa storia?

Ma quando finisce
quest’anno?
Ma quando va via
questa storia?

No, seriamente, ma quando finisce?

Quando finisce quest’anno?

Quando va via?

Il 29 luglio del 2015 ho sostenuto l’esame finale per l’abilitazione all’insegnamento.

Questo Tirocinio Formativo Attivo, o TFA com’è meglio conosciuto ai più, mi ha accompagnata nell’arco di uno dei miei anni più difficili. No, forse l’anno più complicato di sempre.
Dall’estate in cui la gioia non lasciava spazio alla voglia di studiare, al settembre del test preselettivo, con la mia calma e la forza che mi infondevano una mano e uno sguardo sorridente in fondo alle scale. All’ottobre della prova scritta e delle prime piogge. Al novembre tempestoso e solitario in cui mi guadagnai un trentesimo posto. Al febbraio in cui avrei dovuto capire, e invece mi lasciai distrarre dal disastro della mancata iscrizione ai corsi. Cui seguì la miracolosa riapertura delle iscrizioni e una dolce, dolcissima febbre: il momento più bello che ricordi da anni. E quella sensazione di casa, di calore, di abbraccio, in cui per un attimo ho trovato la pace.
Da lì al marzo dell’uragano. Alla fine e all’inizio. L’inizio dei corsi, la fine di quel senso di casa. La fine dell’abbraccio, l’inizio della ricerca. L’inizio dell’estate, la fine dei corsi. Il vuoto che si allargava a poco a poco. L’inizio del caldo afoso, la fine di ogni calore. La fine delle mie convinzioni, l’inizio degli esami. L’inizio delle notti insonni, la fine della scuola.
E poi la folla, la fila per gli esami di Pedagogia e Didattica. La giornata in piscina con gli alunni. Le ultime riunioni. I miei primi esami di Licenza Media da dietro la cattedra. La tesina scritta in quella Biblioteca che sembra una piazza pubblica piena di pischelli. La meditazione. Gli incensi. Gli oli essenziali. I tanti fiori. I pomeriggi al torrente per cercare un po’ di fresco. Le bollette. Il mio primo anno in casa da sola che si concludeva. Le serate a guardare Game of Thrones. La discussione della tesina, il 30 sul libretto. Tutte le stagioni di How I Met Your Mother. La fuga in Irlanda. I miei ricordi nelle gighe alla taverna. Le parole nel vento e nella pioggia.

Fino al 29 luglio.
Settanta punti il massimo per la discussione, trenta per la media risultante dagli altri esami. Avevo già fatto il calcolo: non avrei potuto prendere di più, essendo la mia media un 29 spaccato.

Ho parlato di me. Per la prima volta da quando ho iniziato questo maledetto TFA, ho potuto parlare dell’insegnante che sono. Dei miei ragazzi. Dei miei colleghi. Dei miei dispiaceri. Dei miei sogni.
Avrei parlato per ore e ore, e invece sono stati solo cinque o dieci minuti; eppure il tempo si è fermato come quando sei immensamente felice. Non so se fosse felicità, non ho più un’idea così chiara di cosa si intenda con questa parola. Era più una sorta di pienezza. Nel convinto annuire della commissione la vedevo riflessa, palpitante, quasi volesse indicarmi che sì, quello era il mio momento e sì, questo è ciò per cui sono qui. Sì, Martina – annuiva silenziosamente la commissione – Adesso sei un’insegnante e nessuno potrà più dirti il contrario. E sei davvero una buona insegnante: non te l’eri sognato! E sai che c’è? Adesso ti porti a casa il massimo per oggi, così capirai che tu sei chi sei, sempre. In ogni caso.

Lungo il cammino verso la stazione mi era entrato in testa un ronzio. Forse era il caldo o forse l’allentamento dello stress. Pensavo mille cose e nessuna veramente. Osservavo i miei pensieri senza saper decidere se fossero positivi o negativi.

Un Novantanove non è un Cento. E dire che di Cento ne ho presi tanti. Eppure – curioso – nessuno di questi, neppure uno, che mi abbia donato la pienezza del mio Novantanove.
E non lo so. Pensavo alla mia vita, al lavoro che ho scelto. A quando l’ho scelto e perché. Alla strada che ho avuto spianata in ogni momento, chissà se da una qualche fortuna, o dal destino, o dalle mie stesse scelte, magari da tutte queste cose insieme e di più. Alla mia caduta dalla gioia più dolce al più gelido vuoto. Alle mie insicurezze e alle mie ansie.

E poi ho pensato che lo so. Lo so perché è così importante il numero.
Un Cento sarebbe stato solo un Cento. Uno dei miei tanti successi nel tentativo di riprodurre l’immagine della perfezione: un numero tondo, un punteggio massimo, un applauso orgoglioso, eccetera eccetera. Una delle mie tante soddisfazioni viziate e stantie.
Di Novantanove, invece, ce ne sono pochi, e per me questo è il primo.
Alto, bello, ma a un passo da quel cerchio perfetto. Sì. Un pelino più sotto. A presa di culo. Ancora un pochino e c’ero. Uno schiocco di dita e – sbam! – ero la migliore anche stavolta. M’illudevo anche stavolta. E invece…no.

Novantanove non è un’illusione. Non cerca di riprodurre un bel niente. È un doppio nove e festa finita. È imperfetto, è autentico, è reale.

È quello che in me cerco da una vita.
Porca miseria, è me.

Novantanove è il mio lavoro. Sono le urla che ogni tanto mi scappano e di cui mi pento. Sono i volti asimmetrici e dolci degli alunni di prima. È la crescita sproporzionata dei loro corpi. Sono le mie fotocopie e il disordine dei documenti. Sono le mie risate rauche sull’autobus in gita.
Novantanove sono i miei impegni che si sovrappongono. È la fretta, l’ansia. È la voglia di cazzeggiare ogni tanto.
È il frigo che non funziona bene, il sacchetto dell’immondizia che mi scordo di buttare. Sono i panni infeltriti e le lenzuola che si macchiano in lavatrice.
Sono i miei tentativi di meditare. È la mia spiritualità che non trova pace. Sono gli incensi che brucio per addormentare la mente.

Novantanove sono i miei capelli verdi all’improvviso. È un viaggio in un luogo antico in cerca di ricordi. È l’arpa che non riesco a suonare bene.
È la mia voglia di stare da sola e il bisogno di stare insieme a tutti. È anche l’inverso.
È il mare in un posto da fighetti. È una serata a ballare per scoprire che sì, ero e sono anche quella. Sono le tante, troppe persone che mi conoscono. Sono le tante, troppe cose che mi piace fare. È la mia voglia di continuare a farle tutte. È la mia incapacità di scegliere un’etichetta, un nome, una direzione, un’abitudine che non sia da me.
Sono le mie lacrime distribuite un po’ a casaccio. Sono i sogni in cui torni e te ne vai altre mille volte.
È una conversazione piacevole con due corteggiatori gentili. È la mia risata più genuina, fioca e inascoltabile.
È la sensazione di essere sempre, sempre sola, anche in mezzo a tanta gente.
È quello che ascolto quando m’investe il vento.
È la voglia di camminare fino a farmi sanguinare i piedi. È il piacere di guidare e di viaggiare malgrado la destinazione.
Sono i risvegli dolorosi. Sono i risvegli vuoti.

Sono le parole che scrivo. Sono le domande che restano.
È la mia voce che canta.
È un sentimento che non esiste.

Novantanove è ciò da cui comincio.

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