Omnia mutantur, nihil interit

(Ovidio, Metamorfosi, XV, 165)

Sarà Ovidio a inaugurare le mie riflessioni classicheggianti. E’ forse banale, poiché è stato l’oggetto della mia tesi triennale e lo sarà ancora per quella specialistica. Ma Ovidio significa qualcosa in più, per me. Sarà che, come una volta ha detto la professoressa di Storia Greca, uno finisce irrimediabilmente per innamorarsi di quello che studia più a fondo.

Il poema delle Metamorfosi è complesso. Chi lo conosce poco sa che è, in soldoni, una rassegna di racconti, probabilmente una delle prime. L’intento dichiarato di Ovidio non era quello di fare una raccolta di novelle, ma di narrare la storia del mondo “dalla prima origine del mondo fino ai miei tempi” (I, 3-4). Voleva fare un poema epico, e c’era da capirlo: di quello c’era richiesta, era un genere che andava per la maggiore.

Per fare una storia del mondo, Ovidio sceglie di passare per tutte le storie di trasformazioni. E così, finisce per raccontare tutti i miti, dai più conosciuti ai meno noti, passando anche, negli ultimi libri, per la storia vera e propria (seppur mischiata alla leggenda, come spesso accadeva per la storia di Roma).

Però, quello che ci si domanda forse all’inizio della lettura è: perché le storie di trasformazioni, se voleva raccontare la storia del mondo? La risposta Ovidio ce la dà solo alla fine di questa sua opera fuori del comune, nel quindicesimo e ultimo libro.

Qui introduce la figura del filosofo Pitagora (vissuto nel VI secolo a.C., quasi sei secoli prima di Ovidio), le cui dottrine, che molto avevano del magico e dell’ascetico, erano recentemente tornate in voga. E’ Pitagora che, prendendo spunto dalla teoria della metempsicosi (la reincarnazione: Pitagora qui sembra una specie di santone buddista :)), prima invita al vegetarianesimo (non sia mai che nel pollo si sia reincarnato un nostro vecchio parente!), poi passa a spiegare l’eterno movimento e l’eterna mutazione di ogni cosa del mondo. Esattamente come le anime trasmigrano, i corpi si modellano, tutto cambia inarrestabilmente.

Ed ecco il motivo della scelta di Ovidio: la storia del mondo è da sempre una storia di trasformazioni, di rimodellamento della materia sotto gli influssi del tempo e dello spazio. Non solo: la storia dei popoli e delle città segue la stessa sorte, è destinata a mutare continuamente, ad estinguersi e a ripetersi continuamente, senza mai morire davvero. Tutto cambia e nulla definitivamente muore, è questo che dice la citazione all’inizio.

Il mondo di Ovidio è tanto più reale, rispetto al mondo statico e glorioso tratteggiato da altri grandi autori suoi contemporanei (il paragone è col poeta epico per eccellenza, Virgilio), proprio perché è fluido. In esso i confini non sono mai del tutto distinguibili, e quando si crede di averli individuati scompaiono. Basta leggere il classico episodio della trasformazione in alloro di Dafne, ninfa amata da Apollo, per accorgersi di questo aspetto. La potenza descrittiva della poesia riesce addirittura a nascondere il momento del passaggio dalle braccia umane ai rami: tutto appare indistinto, fluido e al tempo stesso naturale. Il mondo di Ovidio è un mondo pervaso da eterne tensioni verso il cambiamento, tra la morte e la vita. E’ il nostro mondo.

C’è un’ultima cosa: la varietà. Ovidio non voleva davvero fare un poema epico, altrimenti non avrebbe scelto questa via. Raccontare lo divertiva, e lo si capisce in modo inequivocabile quando si leggono le Metamorfosi. A lui piace raccontare quelle storie così diverse l’una dall’altra. Se il mondo è un eterno passaggio dal caos all’ordine e viceversa, è la fase del caos che lui preferisce. Un caos dove tutto può succedere, dove gli dèi combinano disastri, scene tragiche si trasformano in farse, il confine tra uomini, animali, piante può venir meno in ogni momento.

E’ un mondo letterario, e per questo è così originale, così indipendente.

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