Lisistrata arringa le donne di Atene, di Aubrey Beardsley

Per prima cosa, la frase del titolo non è mia. Non ricordo più chi l’ha detta, ma è un prodotto (geniale) partorito durante una riunione di EffettiCollaterali. Diciamo che è “nostra”. Sarebbe stato davvero un gran bel titolo da portare in teatro.

CLEONICE: Ma qual è dunque la ragione per cui ci hai convocate qui? Che affare è?
LISISTRATA: Grande.
CLEONICE: E anche grosso?
LISISTRATA: Grosso, sì.
CLEONICE: E allora com’è che non siamo accorse tutte subito?!

Per chi non lo conoscesse, eccolo già presentato: Aristofane doveva essere uno con pochi peli sulla lingua, di quelli che tra amici raccontano sempre le barzellette sconce. Ma era normale: scriveva commedie. Vissuto tra il V e il IV secolo a.C., riscosse un notevole successo in vita: le sue commedie, corali e rocambolesche, univano alla farsa un’esplicita e vibrante polemica. La sua era una satira crudele e graffiante che mirava dritto agli aspetti più ridicoli e paradossali della realtà politica e sociale, alle sue contraddizioni più grottesche, affondandoli con una comicità che prendeva alla pancia. Volendo tentare un paragone un po’ azzardato, oggi forse sarebbe un Luttazzi.

Sarebbe lungo l’elenco dei suoi bersagli. Uno dei tanti fu il democratico Pericle; quello forse più famoso sono i sofisti, di cui si fa beffe nelle Nuvole. Ma le sue accuse non sono mai personali: antagonisti sono uomini, concetti, atteggiamenti che si fanno nemici di Atene, della Grecia, di tutta una serie di valori universali  minacciati; primo fra tutti la Pace, regina assoluta delle sue commedie. Una Pace che Aristofane in prima persona vide sempre come un’utopia lontana, calpestata durante i sessanta sanguinosi anni della Guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta.

Ed è appunto di Pace e di utopia che parla la Lisistrata. Durante la Guerra del Peloponneso, le donne di tutta la Grecia, sobillate dalla carismatica Lisistrata, occupano l’Acropoli per convincere gli uomini a cessare i combattimenti. E a tal fine hanno un piano.

LISISTRATA: Dobbiamo rinunciare…all’uccello. Ma…ehi! Perché vi voltate? Dove credete di andare? Che storcete la bocca? Che scuotete la testa? Cambiate colore, piangete! Lo volete fare o no, perché esitate?

Il piano è uno sciopero del sesso. Le donne sperano che i mariti, provati dall’astinenza, cedano infine alle loro richieste e pongano fine alla guerra. Come suo consueto, Aristofane inquadra l’altra faccia della guerra: le donne ne sono le vittime rimaste a casa, immuni alle sue gloriose attrattive ed esposte solo ai suoi danni. Però l’elemento farsesco è assolutamente irresistibile: il sesso, l’unica arma che le donne sappiano impugnare (e con l’arte più raffinata!) è il motore, il centro propulsore, il fine di tutta l’azione, è la forza devastante che può cambiare le sorti di un popolo. Il sesso è ragione di vita. Non solo per gli uomini, che infine cederanno: le donne, restie all’inizio, provate alla fine, ne sono profondamente dipendenti.

CLEONICE: Qualunque altra cosa tu vorrai. Se è necessario son disposta a camminare in mezzo al fuoco! Ma l’uccello no: niente lo vale, cara Lisistrata.

Questa commedia è il trionfo del sesso in tutte le sue forme, alcune decisamente sorprendenti, se si ha un’idea un po’ romantica del mondo classico. C’è la finzione dell’orgasmo femminile, c’è la tecnica del “farla annusare”, c’è persino un illustre precursore del vibratore.

E da quando i Milesi ci hanno tradito non si vede più nemmeno l’olisbo lungo otto dita, il nostro sollievo di cuoio!

Sono ben intuibili i motivi che hanno un po’ frenato la scelta della Lisistrata per la nostra prossima “stagione teatrale” :). Ma al di là dell’audacia espressiva (che non è un fatto sporadico bensì la norma in questa commedia), la Lisistrata si apprezza soprattutto se se ne conoscono il significato e il contesto. Il sesso come arma contro la guerra, la seduzione come guerra della donna, la Pace come sogno disperato, per cui si farebbe di tutto, un sogno dello stesso Aristofane. L’ironia pungente contro gli inganni altisonanti della guerra, crollati di colpo di fronte ai bisogni più elementari dell’uomo. È tutto questo che fa la differenza in una commedia di Aristofane: senza, più che un Luttazzi sembrerebbe un Boldi.

Alla fine tutto si risolve con un poco storico lieto fine. Spartani e Ateniesi non ne possono davvero più e i falli eretti dei loro ambasciatori ne sono i testimoni più eclatanti sulla scena. Chissà, forse Aristofane sperava che a forza di raccontare in teatro storie in cui finiva la Guerra (storie tra l’altro amate da tutti e che vincevano gli agoni teatrali), la Guerra finisse davvero. Come una specie di magia.

Certo, se si cerca di immaginare la Lisistrata oggi, non potrebbe essere la stessa storia. Oggi il sesso è un’arma per lo più personale, finalizzato semmai al proprio interesse, non certo al bene collettivo.
Forse andrebbe riscoperto nel senso che gli attribuivano gli antichi. Forse in questa nuova-antica veste, come energia primordiale della vita e per la vita, come forza creatrice e principio irrinunciabile del nostro essere umani, potrebbe davvero cambiare molte cose.

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