Chi è mai stato davvero convinto di voler crescere?

Al di là della paura per le conseguenze del tempo. Al di là delle responsabilità, delle preoccupazioni, della tristezza che sempre più ci caratterizza man mano che diventiamo adulti. C’è qualcosa di prezioso nell’infanzia che è doloroso lasciarsi dietro per sempre: la sua fantasia.

La fantasia c’è a tutte le età, ma quella infantile è quanto di più vivifico, spontaneo, originario esista. Per usare una parola da letterata greca, è qualcosa di panico, di totalizzante, universale, in comunione con tutta la realtà intorno: natura e non.
Ogni filo d’erba diventa una sorpresa e una storia, le mattonelle del pavimento di casa sono sentieri nascosti, le tende foreste di alberi, i cuscini del divano zattere per salvarsi dal naufragio scatenatosi in salotto (con grande gioia di mamma).

I mondi dell’infanzia sono una voragine che ti risucchia. Sono il rifugio dei pomeriggi fuori e dentro casa. Un patto segreto tra un bambino e la realtà, che fa nascere un altro mondo, un mondo davvero migliore, perfetto. È una cosa talmente unica che quando ormai sei adulto è impossibile entrare nell’immaginazione di un bambino, fosse anche tuo figlio. Per quanti sforzi facciamo, non riusciremo mai a trovare la chiave giusta, a vedere quello che lui vede, quello che vedevamo anche noi alla sua età.

Però quello che abbiamo immaginato da piccoli può accompagnarci per tutta la vita. In sogno capita a volte di ritrovare se stessi bambini, quel buco nell’albero che credevamo un passaggio per una dimensione fantastica (e lo era!), quella sensazione di profonda felicità che pervadeva l’animo durante il gioco. Capita anche da svegli, al richiamo di un odore, di un oggetto che proustianamente ci catapulta in mezzo alle sensazioni del passato.

E non solo. Sognare può continuare ad essere un gioco anche da adulti. Magari un modo per vendicarsi di una realtà meschina e ingrata, di un amore finito un po’ così o di un lavoro che non è proprio il massimo.

L’immaginazione è una potenza devastante. Se la si guarda da un punto di vista pratico non sembra valere molto. Ma la forza creatrice del cervello, le forme del pensiero, possono far nascere idee, muovere popoli, incantare i cuori: l’hanno fatto per secoli, in positivo e in negativo. E anche in piccolo, solo per noi, possono fare tanto: come sublimare una realtà che spesso è deludente, stendendoci sopra un velo bellissimo e consolatorio.

Come in quel capolavoro di Spielberg che è Hook – Capitan Uncino, una delle gioie della mia infanzia da divano. Per chi non l’avesse visto (ah infelici!), parla di Peter Pan cresciuto (un Robin Williams che tutti avremmo voluto per papà) che ha sposato la nipote di Wendy, e che deve tornare sull’Isola che non c’è per salvare i suoi figli, rapiti da Capitan Uncino (Dustin Hoffman, gente). Per salvarli dovrà tornare ad essere il Peter Pan di un tempo, un passato di cui non ha memoria.
Per i bambini come me questo film era semplicemente un sogno, un gioco sfavillante che durava 135 minuti, ma a rivederlo oggi io provo la stessa gioia incontenibile, perché ne capisco finalmente il senso. È la storia di un uomo adulto (e per di più avvocato) che deve ritornare bambino per stare vicino ai figli: non è tanto Capitan Uncino a dividerli, quanto la sua ossessione per il lavoro, che gli lascia poco tempo da dedicare alla famiglia. Un moderno workaholic (e il film è del 1991, figuriamoci se era sui papà di oggi!) che sembra ignorare quanto di più prezioso vi sia nel rapporto tra genitori e figli: il gioco.

E alla fine ci riesce. Peter Pan avvocato impara a realizzare i suoi desideri con l’immaginazione, a giocare un gioco in cui la sola regola è la fantasia: o quella o la sconfitta. Recupera i dolci ricordi dell’infanzia, quelli che rendono anche la vita adulta un po’ più felice: e col suo pensiero felice impara a volare come faceva un tempo.

Poi si torna alla vita di sempre, quella da adulti.
Questo film è pensato proprio per gli adulti: ognuno di noi, nei panni di “Peter Pan da grande”, può tornare a volare. Il che non significa lasciarsi dietro la vita vera, ma capire che anche quella può essere un gioco, una grande avventura. Qualcuno penserà che è un po’ sciocco, un po’ buonista, o che è semplice illusione. Ma c’è forse un altro modo per rendere la vita più bella?
Penso proprio a La vita è bella e ai giochi che un padre s’inventa per il figlio in mezzo alla realtà più terribile che esista, quella dei campi di concentramento. L’immaginazione a volte ti salva davvero.
E l’amore, la fede, gli affetti, i sogni per il futuro: immaginazioni che ci fanno andare avanti. E se bastasse davvero immaginare per avere la felicità? Perché non provare? Al massimo ci saremo illusi.

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