Uno alla settimana, si fa per dire…ma ci arriveremo. 🙂 Questa volta tocca ad un latino. Ovidio l’ho messo momentaneamente in pausa: ne avrei talmente tante che rischio di diventare monotematica. Ma tornerà (è una minaccia).

Dire qualcosa di originale su Gaio Valerio Catullo è una specie di mission impossible, quindi non lo farò. 
Senza dubbio è uno degli antichi più conosciuti. Anche perché, diciamocelo, al liceo lui è “quello delle parolacce”, che fa tirare un sospiro di sollievo al povero studente alle prese con la pesante letteratura latina del I secolo a.C. Per chi non ha presente di cosa sto parlando, immaginate di passare dai toni di Cicerone:

O tempora! O mores!
(Che tempi, che degenerazione dei costumi!)

ad altri decisamente differenti:

Pedicabo ego vos et irrumabo

che, se proprio vogliamo tradurlo, sarebbe un goliardico “ma io ve lo metto di dietro e in bocca”, per vendicarsi di due amici un po’ maligni.

Nonostante la goliardia, Catullo è il primo poeta latino a parlare d’amore in un modo come potremmo intenderlo noi. Prima di lui l’amore era un divertente gioco di equivoci nelle commedie di Plauto, oppure semplice piacere carnale nei mimi; o ancora, amore epico, tragico, quindi assolutamente lontano dai sentimenti reali.

I sentimenti veri e propri, quelli intimi e tormentati, quelli che fanno piangere, compaiono adesso. Prima di Catullo erano stati solo gli alessandrini, nel mondo greco, a comporre elegie d’amore. L’elegia è il lamento poetico: di per sé indica un tipo di metrica e inizialmente nasceva probabilmente come canto funebre o di battaglia.

Dunque, l’uso del metro elegiaco, la poesia di gusto, raffinata, di argomento spesso mitologico, la scoperta dell’individualità e dell’interiorità del poeta. Agli alessandrini devono molto Catullo e gli altri poeti suoi amici, detti neoteroi (i “novellini”). Perché è proprio di questo che stiamo parlando: di un gruppo di amici che si ritrovano, ridono, scherzano, si dedicano al piacevole passatempo della poesia.

Ieri, Licinio, abbiamo giocato
improvvisando sulle mie tavolette! 
Come avevamo deciso, una giornata raffinata.  
Scrivevamo, tu ed io, versi brevi,
giocando ora con questo ora con quel metro,
botta e risposta, con vino e allegria.

La cosa più bella che capita quando si leggono un po’ più da vicino gli antichi è che d’un tratto si ha una visione più realistica del loro mondo. Ed è questo che capita quando si legge Catullo: il mondo romano, sempre un po’ ovattato dietro quella patina di splendore, di grandezza, che è tipica di un’antichità che non ci appartiene più, si arricchisce di aspetti diversi da quelli tradizionali. Si vede la vita quotidiana, e neppure quella del popolo: quella di un circolo semiserio di giovani amici, una realtà che potrebbe benissimo esistere oggi. Dovete immaginarvi anche che fossero una specie di dandies (erano benestanti infatti, un po’ “figli di papà”) che organizzavano cene, bevevano insieme, si scambiavano le proprie poesie come regali.

Cenerai bene, Fabietto mio, da me,
tra qualche giorno, se gli dei vorranno,
e se porti una cena buona e ricca
non senza qualche bella ragazza,
e vino e spirito e risa in quantità.

Non solo: giovani, dandy e squattrinati. Il portafoglio vuoto è uno dei motivi tipici di scherno all’interno della cerchia, così come la fame cui si è costretti quando si fa una vita da perdigiorno dietro all’amore e alla cultura.

Che cena. Sì, perché la borsa del tuo Catullo
è piena di ragnatele!

Questi giovani rampolli, inutile dirlo, non avevano alcun reale interesse per la vita pubblica. Sempre di più Catullo mi somiglia a un Wilde: chissà, magari la sua famiglia avrebbe avuto piacere di vederlo percorrere il cursus honorum, ma lui aveva un’opinione piuttosto chiara della politica:

Non è che m’interessi poi tanto piacerti, o Cesare,
Nè mi preme sapere se sei “bianco” o “nero”.

La gens Valeria, originaria di Verona, era piuttosto in vista anche a Roma, dove Catullo si trasferì. Il poeta fece anche parte di una spedizione a seguito del pretore Memmio in Bitinia. Ma, nonostante nei suoi componimenti mostri di seguire le vicende storiche (le campagne di Cesare in Britannia, il primo triumvirato), non ha mai nascosto il suo sostanziale disprezzo per una vita -quella politica- che non manca mai di premiare i peggiori:

Chi se non un porco accattone e dissoluto
può sopportare di vedere Mamurra
aver tutte le ricchezze della Gallia Chiomata e di Britannia?

L’unica realtà che sembra degna di essere vissuta è quella personale dei sentimenti. L’amore in Catullo è quanto di più noto vi sia nella letteratura latina, e a ragione: la potenza e la modernità dei sentimenti che si leggono in queste poesie vecchie di duemila anni sono incredibili.

O mia Lesbia, la tua colpa ha talmente sconvolto il mio spirito,
autodistruttosi nella sua fedeltà,
che se anche diventi buona non sa più volerti bene,
ma, qualunque cosa tu faccia, non sa smettere d’amarti.

Purtroppo non c’è spazio per Odi et amo, per i Mille baci e tutti quei capolavori di delicatezza che tutti conoscono. 
Quel che colpisce di questa poesia nuova è che qui si teorizza l’amore con una complessità inaudita, quasi esistenziale. Lo si analizza da dentro e lo si fa per se stessi. E non solo l’amore: tutti i sentimenti assumono una potenza comunicativa che non ha proprio nulla da invidiare alle riflessioni moderne; anche perché non sono sentimenti falsi e costruiti per la poesia, ma autentici, spesso amari. Il disincanto può essere un sentimento commovente come l’amore.

Non sperare più di meritare un qualche affetto da nessuno.
Non illuderti che esista qualcuno di giusto.
Tutto è ingrato. Il bene che hai fatto
non serve a nulla. Anzi, ti pesa e ti contrasta ancor di più.
Come me: nessuno mi perseguita più aspramente
di chi mi ebbe come solo e unico amico.

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