Prometeo Incatenato

Dato che l’ultima volta ho parlato di commedia, adesso è l’ora di spararsi un po’ di sano pathos tragico.

Vi siete mai chiesti per quale motivo si dice proprio “fare la tragedia greca“? In realtà è un motivo stupido: la tragedia è un prodotto tutto greco, tipico greco e mai più riproposto con lo stesso effetto che sapevano darle i greci. È un po’ come se gli italiani volessero fare il pulp come lo sanno fare gli americani. I latini che l’hanno imitata hanno fatto dei capolavori, ma erano ben lontani dai sentimenti che animavano il mondo greco nelle sue viscere.

Nata come un rituale, la tragedia non ha mai perso il suo carattere sacrale: veniva rappresentata in un momento speciale dell’anno (le feste di Dioniso) e in uno spazio consacrato. Divenne rapidamente un fenomeno cittadino importante, tanto da richiedere per l’allestimento il finanziamento da parte dei cittadini più ricchi: faceva parte delle cosiddette liturgie, le spese considerate di interesse pubblico. Insomma, era un elemento sentito come irrinunciabile nella vita cittadina. Immaginate la comunità ateniese che assiste tutta assieme all’ultima rappresentazione dell’Antigone di Sofocle come l’evento più importante dell’anno. Era così.

Perché vi assistevano?
La tragedia non era esattamente “divertente”: parlava di un mito conosciuto, ma era soprattutto una catastrofe umana. Si trattava di un’esperienza terribile da vivere in massa: lo scopo era la catarsi, la purificazione dal male. Un grande rito collettivo. Questo ipse (Aristotele) dixit.
Ma c’era anche dell’altro: la tragedia portava in scena la realtà cittadina stessa. A teatro, sotto metafora mitologica, si parlava di politica: dei fondamenti del potere, delle leggi umane e divine. (Basti pensare all’Antigone, dove le leggi della città impediscono all’eroina la sepoltura del fratello: l’esempio più antico di conflitto tra individuo e sovrastruttura!) Era insomma un modo per confrontarsi politicamente in un luogo pubblico.

Politica a parte, la gente a teatro assisteva alla parabola del pessimismo.
Del resto, la tragedia è un eterno cadere, in cui niente è recuperabile. Che sia da un punto di vista politico o esistenziale, una volta che si sono rotti gli equilibri iniziali, la situazione non può far altro che precipitare fino ad un epilogo che è tutto sommato liberatorio.
E la grande, indiscussa protagonista di questa caduta libera è lei: l’esistenza umana.

Crogioliamoci allora in questa profonda negatività, con quello che è stato il primo e il più grande (a detta degli antichi) maestro del dolore tragico.

Eschilo è il primo della famosa “triade tragica” (Con Sofocle ed Euripide) e inventore della trilogia (proprio così, prima ancora di Tolkien! :D). Le sue tragedie (con cui vinse ben 13 volte gli agoni teatrali) erano cicli a tre fasi. La trilogia più celebre è l’Orestea (l’unica completa), che tratta dell’uccisione di Agamennone, il condottiero acheo di ritorno dalla guerra di Troia, da parte della moglie Clitennestra (Agamennone) e della successiva vendetta del figlio Oreste sulla madre (Coefore, Eumenidi).

In Eschilo i personaggi mitici si muovono in mezzo a forze universali spesso più grandi di loro: la giustizia, la vendetta, l’odio, il destino. Qualunque cosa facciano, qualunque decisione prendano, la loro è una lotta impari contro un fato che li stringe. E a nulla vale conoscere il futuro, come (non poteva mancare!) Cassandra:

Affermo che tu assisterai alla morte di Agamennone. Ma a queste parole non soccorre un rimedio.

Un destino funesto è spesso la punizione divina per un comportamento arrogante: niente di diverso, se vogliamo, alla cacciata dall’Eden. Così il titano Prometeo è punito da Zeus per essersi sostituito a lui, offrendo doni all’umanità. Anche lui conosce il futuro, e le catene che lo legano alla rupe sono la metafora immensa e fortissima dell’impotenza dell’uomo di fronte all’inevitabile.

Ahimè, piango su questo dolore e su quello futuro. Sorgerà mai il giorno che dev’essere termine al mio soffrire?
Ma che dico? Io conosco in anticipo quanto accadrà, in ogni dettaglio: nessun male mi giungerà inatteso. Con pazienza infinita deve sopportare la sorte che gli è destinata colui che conosce l’invincibile forza del Fato.

È un’umanità grande quella che emerge dalla tragedia di Eschilo, un’umanità capace di grandi sogni, che per la propria libertà è disposta a combattere pur sapendo che sarà invano.
Ma sarebbe un errore considerarla una riflessione moderna e positivistica sulla libertà individuale: il fine della tragedia, non dimentichiamolo, è la sconfitta. I Greci erano anche maestri del libero pensiero, ma in materia di esistenza erano i più decisi pessimisti. Ed è proprio questo che prende, che trascina della tragedia: il dolore che avanza, che si fa più grande ad ogni mossa dei protagonisti, come una trappola che si stringe sempre di più.

Mai, in futuro, si sarebbe giunti a una rappresentazione così assoluta del dolore. Shakespeare ha scritto tragedie meravigliose, ma non assolute: troppo contestualizzate, inserite in un quadro che spiegava fin troppo bene il motivo della sofferenza.
Nella tragedia greca non c’è un motivo per la sofferenza, l’uomo stesso è continua sofferenza. C’è un male universale che non si ferma neppure di fronte all’amore tra madri e figli o all’affetto fraterno.

CLITEMNESTRA: Fermati, figlio, abbi rispetto, creatura mia, di questo seno, al quale tante volte tu, pieno di sonno, hai succhiato fra le labbra il dolce latte della vita!
ORESTE: Tu, l’assassina di mio padre, vorresti invecchiare con me?
CLITEMNESTRA: Di quello, figlio mio, fu complice il Fato.
ORESTE: Anche la tua morte, infatti, l’ha preparata il Fato.
(Coefore, 896-913)

E’ un male immobile ed eterno, come immobile è la coscienza umana: legata, costretta, muta.

E tutto questo espresso in quella lingua arcaica e solenne, che a volte fa sorridere, specie se un po’ calcata dagli “attoroni”, ma che è l’unica capace di dar vita a immagini così mostruosamente vicine alla perfezione: parole che salgono al cielo, che riempiono i polmoni, di quelle da sindrome di Stendhal.
Semplicemente: la bellezza.

O volta del cielo splendente, o venti dalle rapide ali,
sorgenti dei fiumi e tu, mare – sorriso infinito di onde – e tu, terra, d’ogni cosa madre,
tu, occhio del sole che tutto vedi, io vi supplico:
guardate quali dolori soffro per gli dèi, io che pure sono un dio!
(Prometeo incatenato, 88-92)

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