In questo periodo, forse per colpa della tesi, mi sono fissata con i boschi. Siccome l’argomento mi ispira tanto, preparerò un post su come il bosco assuma aspetti diversi nella letteratura, non solo greca e latina, ma anche moderna (e fantasy).

Nel frattempo, vi regalo la bellissima descrizione di una selva ispanica nei pressi di Marsiglia, tratta dalla Pharsalia di Lucano (3.399-425). Che poi è il brano che mi ha ispirato l’ultimo post.
Ah, tra l’altro, prossimamente anche un resoconto completo della Pharsalia, visto che secondo me Lucano era uno che decisamente sapeva scrivere…

C’era un bosco sacro, da tempo immemore rimasto inviolato,
che racchiudeva tra i suoi rami intrecciati, alti a schermare il sole,
un’aria oscura e gelide ombre.
Non i Pan agresti, né i signori delle selve,
i Silvani, né le Ninfe lo abitavano, ma erano luogo
di cerimonie e riti barbari; vi si ergevano sinistri altari
e ogni albero si cospargeva di sangue umano.
Se è degna di qualche fede l’antichità, che provò stupore per il divino,
persino gli uccelli temevano di sostare su quei rami
e le fiere di coricarsi nei paraggi; e neppure il vento
s’abbatteva su quelle selve, né la folgore scatenata
dalle nubi nere; ma esposti a nessun vento
gli alberi tremavano di un brivido proprio.
Acqua abbondante scorreva da nere fonti, e le lugubri statue degli dèi
erano prive d’arte, intagliate rozzamente nei tronchi.
Il fetore e il pallore degli alberi putrescenti
dava sgomento; non era il timore che suscitano
gli dèi consacrati nelle statue tradizionali: per quanto infatti si temano gli dèi,
è il non conoscerli che fa più grande il terrore.
Si narrava che spesso le profondità delle caverne muggissero
per i terremoti; che i tassi abbattuti risorgessero;
che, senza alcun incendio, le selve talvolta brillavano;
e i serpenti avvolgevano i tronchi, strisciando…
Le genti non frequentavano quel luogo per celebrare culti:
l’avevano lasciato agli dèi. Quando Febo è a metà del suo corso
o la nera notte occupa il cielo, lo stesso sacerdote teme di addentrarvisi
per paura d’imbattersi nel Signore del Bosco.

(Pharsalia, 3.399-425)

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