Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta
vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla
ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l’aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali

(Khorakhanè, F. De André)

Il 27 gennaio è da sempre l’occasione di polemiche. Un po’ come il 25 aprile. È una cosa alla quale non mi abituerò mai.

Difficile, davvero difficile capire cosa ci sia di contestabile nel ricordare uno dei più grandi crimini mai commessi dal genere umano. Che non sia l’unico, purtroppo, lo sappiamo tutti. Ma credo che ci siano due buone ragioni per cui l’Olocausto è quello che è più presente (ma sempre meno) nel nostro immaginario: la prima, perché è quello che possiamo leggere, vedere, toccare ancora con mano nei pochi testimoni diretti che sono ancora in vita.
La seconda è che l’Olocausto non avrebbe dovuto verificarsi. È tanto più scioccante quanto più si considera in che luogo e in che momento storico abbia potuto essere concepito. Nell’Europa che era la culla della civiltà, della cultura, del progresso. Nell’Europa che era il Vecchio Continente, dove “vecchio” avrebbe dovuto significare forse anche “saggio”. L’Europa che ne aveva viste e vissute tante. Insomma, ci si sprecava (e ci si spreca ancora) a parlare di “Occidente progredito”, e proprio questo nostro Occidente progredito ha pensato, elaborato e realizzato la Soluzione Finale.

Non c’è poi molto altro da dire, se non che proprio questo dovrebbe farci pensare alla possibilità che tutto questo si ripeta. L’Olocausto sembra una storia vecchia di secoli. Ricordo che quando ne sentii parlare per la prima volta non riuscivo a comprenderlo fino in fondo: lo mandavo giù solo a patto di pensarla come una storia finita, passata, lontana. “Meno male che sono nata più tardi!”
Invece non solo non è vecchia di secoli, ma ha tutti i presupposti per ripetersi.

Una nazione in piena crisi economica, un colpo di stato, un uomo carismatico e completamente pazzo, un capro espiatorio, una guerra che coinvolge a poco a poco tutto il mondo, infine un’idea diabolica. È davvero così difficile? La nostra civile Europa di oggi è davvero tanto diversa da quella di settant’anni fa? A volte mi sorprendo a pensare che sia peggiore, per molti aspetti. Che manchi solo il pretesto per qualcosa di tragico. Che le leggi non bastano: non c’è una linea di pensiero, un sentire comune, una memoria sufficientemente forte che ci potrà salvare se mai un giorno questo pretesto si trovasse.

Chi sarà a raccontare? Sarà chi rimane. Oggi ho letto un post di Licia Troisi che parla proprio di questo. E quando non rimarrà più nessuno? Ricominceremo da capo?

Non solo: finché esisteranno il negazionismo, l’ignoranza, la superficialità, la sfrenata agiatezza di noi uomini d’oggi, gli inganni e i sonniferi per la mente che ogni giorno ci sorbiamo, finché c’è tutto questo l’errore avrà campo libero. E se può ripetersi lo farà. Corsi e ricorsi storici…come un cancella e riscrivi automatico. E il brutto è che non ce ne accorgeremo prima.

E poi?
Quanti giorni della Memoria ci saranno tra 1000 anni? Quanti ne serviranno per imparare?

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