Con questo racconto sono arrivata in finale al premio “Sentiero dei Draghi”.  (http://www.ilsentierodeidraghi.it/)
Lo si trova pubblicato nell’antologia del premio, scaricabile da Lulu all’indirizzo http://www.lulu.com/product/a-copertina-morbida/la-libert%C3%A0—premio-letterario-sdd-2011/18717955

I personaggi, la geografia, i nomi e gli elementi filosofico-religiosi sono quelli del mio mondo fantasy.

PRIMA DEL CALARE DEL SOLE   –   I

Le candele, schierate una accanto all’altra sul lungo tavolo di marmo, proiettavano tetri bagliori tutto intorno. Di quella luce instabile tremolavano le sagome delle sedie, la pietra del muro, le pieghe del vestito di Emina.
Al buio, ne era sicura, il suo viso perdeva il consueto fascino. Non vedeva l’ora che fosse di nuovo giorno.
In alto sulla parete ovest, dietro il posto di capotavola, il grande ritratto la scrutava con un vago intento di accusa. Di giorno non era così minaccioso; di giorno era più che sopportabile, soprattutto per chi, come lei, sedeva di lato e non era costretto a fissarlo negli occhi. Emina Marbred sorrise di quell’uomo vecchio e brutto, con gli occhi verdastri e l’espressione severa.
Quando suo padre era stato il Conte di Grimlen, chiunque si sarebbe nascosto sotto il tavolo, nel sentirsi puntati addosso quegli occhi di falco. Ma non ora.
Un rumore di passi frequenti giunse dall’altra sala. Erano tacchi, un paio di quelle scarpette che nella Marca di Theun erano attualmente il sogno proibito di ogni donna.
Stavano arrivando.
Un ammasso di stoffe, fiocchi e trine oltrepassò l’arco di pietra per entrare nella Sala da pranzo.
Emina non si spostò di un millimetro, mentre rivolgeva un distaccato cenno di saluto a sua sorella, che l’oscurità quasi totale non le aveva impedito di riconoscere.
L’altra non rispose neppure, ma fece qualche passo ancheggiando e alzò lo sguardo verso il ritratto.
«Irritante. Anche più di come lo ricordassi» disse, con l’accento strascicato che aveva imparato nella Marca. «Come fate a tenerlo ancora lì?»
«Dobbiamo, Delynn. L’abbiamo tolto una volta e lui è andato su tutte le furie. Da allora, finché c’è il Conte, nessuno si azzarda a toccarlo.»
Delynn Marbred, da tre anni nel casato di Aloan, fece una smorfia di disgusto, di quelle che solo lei sapeva fare, con quella boccuccia da bambolina. Lei, invece, sembrava più bella nella semioscurità, perché il sole metteva in risalto tutti i difetti della sua pallida carnagione, anche quando si copriva di trucco. Ma era sempre stata convinta che i suoi riccioli biondi la rendessero la più bella della Contea. Quanto al vestire, non aveva mai avuto buon gusto e ne aveva ancor meno da quando aveva sposato un marchese del nord.
«E dunque» disse, «Pare proprio che lo toglierete, fra breve.»
«È quello che spero» rispose Emina, senza un minimo di rimorso per quelle parole spietate.
«Cosa dicono i medici?»
Delynn, poi, non si sarebbe certo scandalizzata per così poco. Lei se n’era andata col primo ricco che le era capitato proprio per allontanarsi il più possibile dall’uomo che odiava. In questo si trovavano perfettamente in sintonia.
«Che non c’è cura, e che è difficile stabilire se sarà la malattia o la vecchiaia.»
Delynn non commentò. Si voltò verso l’arco, dal quale proveniva un nuovo rumore di passi.

 Una figura alta e magra, fasciata in un abito blu da cerimonia, il capo coperto da un velo, entrò nella Sala camminando lentamente.
Delynn la guardò. Era tanto che non la vedeva, più o meno dal giorno del proprio matrimonio. Il viso lungo e serio, gli occhi verdi del padre e l’espressione pungente di sua madre; identica alla Contessa anche nel modo di incedere, calmo e solenne.
«Ci hai fatte aspettare, Leriel» le disse, notando l’estrema cura con cui aveva spazzolato i lunghissimi capelli neri. Un vero peccato che dovesse tenerli in parte nascosti. Ma così volevano le regole del suo Ordine.
«È già accaduto?» domandò Leriel con il timbro grave della sua voce. Alzò poi gli occhi verso il ritratto, osservandolo senza scomporsi.
«No» le rispose Emina, dal suo angolino dov’era rimasta immobile tutto il tempo. Evidentemente stare rinchiusa in quella casa infernale le aveva fatto perdere la capacità – o forse la voglia – di muoversi più del necessario. Delynn la compativa: la più giovane di loro, sola, che per fuggire alla sottomissione di un altro uomo era rimasta inchiodata a quella paterna. Certamente sperava che quella strana forma di fedeltà costituisse un vantaggio sulle altre due.
Ma Delynn era certa di essere la favorita. Suo figlio Nedlin, di appena due anni, unico discendente maschio della stirpe dei Marbred, era senz’altro sufficiente a far pendere dalla sua parte l’ago della bilancia.
Leriel la stava fissando, come intuendo i suoi pensieri. Beh, pensò Delynn, poco importava: del resto anche a lei erano perfettamente manifesti quelli della sorella. Nessun dubbio che ritenesse di avere diritto ad un trattamento particolare, in qualità di figlia maggiore e da sempre prediletta, e in virtù della sua appartenenza all’Ordine. Ma la sua per quanto prestigiosa posizione era del tutto ininfluente all’interno della famiglia e della Contea, e questo lei lo sapeva benissimo.
«Dovremmo salire, adesso?» chiese.
«Sì» rispose Emina. 

Si avvicinava l’alba. Mentre entravano nella stanza del padre, Leriel si meravigliò di quanto le apparisse piccola adesso. Non era stato un luogo di ricordi felici: in quella camera, nelle interminabili ore di colloquio sotto il soffitto affrescato, aveva accettato di diventare Sacerdotessa della Terra. E adesso era la suprema Adepta dell’Ordine, la più insigne Sacerdotessa di Neea in tutto il Regno, potente come un Conte e forse di più.
Sì: delle tre figlie, Leriel era quella che si avvicinava di più ad un uomo, l’unica in grado di colmare il vuoto di potere politico che l’assenza di un erede maschio rappresentava per il Conte di Grimlen.
Ed eccolo lì, il Conte, coperto fino al mento dal lenzuolo bianco, il corpo già in gran parte avvinghiato dai lacci della Terra Accoglitrice, l’anima ancora strenuamente resistente al richiamo della morte. I capelli bianchi gli nascondevano in parte il volto rinsecchito.
Iarea, la nutrice, si alzò dal suo sgabello al capezzale del letto. Accennò un inchino e uscì dalla stanza piangendo.
Emina si sedette al posto lasciato dalla vecchia e iniziò la sua certo ben studiata messa in scena.
«Padre mio» sussurrò con dolcezza. «Fate un piccolo sforzo…Siamo tutte qui, come potete vedere. Aprite gli occhi.»
Lo sforzo del padre fu però grande, per aprire gli occhi. Leriel sentì Delynn, accanto a sé, fare un passo indietro. Anche se non c’era davvero più nulla di minaccioso in essi, quelli restavano pur sempre gli occhi del loro padre, gli occhi egoisti del ritratto, gli occhi del padrone di casa, che ancora avrebbero potuto rivendicare potestà su tutto quanto si muoveva entro le mura di quel castello.
Ma il Conte di Grimlen non rivendicò nulla, neppure con lo sguardo. Gracchiò qualcosa a Emina che gli porgeva l’orecchio.
«Cosa dice?» chiese Delynn.
«Che vi avviciniate.»
«Figlie mie…» disse la voce stanca e a malapena udibile del vecchio. «Non temete per me. Prima…» Tossì. «…Prima del calar del sole, sarò oltre questa vita. Così hanno detto i medici.»
«Ci dispiace non essere venute prima, padre.» L’ipocrisia di Delynn era talmente palese che lei stessa si vergognò delle parole che aveva pronunciato e arrossì. 

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