(parte 2)

Emina lasciò che il vento spargesse le sue ciocche rosse confusamente qua e là.
Dal balcone poteva vederli: prati, campagne, foreste… La libertà di rincorrerli leggera, sola, come aveva sempre sognato, aveva un prezzo: il denaro che presto sarebbe arrivato.
Qualcuno si avvicinò.
«Milady, i vostri cavalli sono pronti, come avete ordinato.»
Riccioli neri, occhi scuri ed una corporatura possente, aveva tutto ciò che una donna poteva desiderare in un uomo. Emina gli sorrise maliziosa.
«Di già?» disse. «E tu sei pronto, Meirar?»
Meirar la prese fra le braccia. «Dunque stai per partire davvero? Te ne andrai per sempre?»
«Ti ho offerto la possibilità di seguirmi, cosa vuoi di più?»
Lui si sporse per baciarla, ma Emina si sottrasse, cullando dentro di sé la deliziosa sensazione di tenere in pugno il cuore di un uomo. Meirar la lasciò sgusciare via, seguendola con uno sguardo perso che non fece che alimentare il suo divertimento.
Emina raggiunse la propria stanza. Non le dispiaceva affatto dover lasciare i luoghi dell’infanzia: solo lasciare le tracce di sé che echeggiavano ovunque la infastidiva e non poco.
Tanto per cominciare, lo specchio l’avrebbe portato via. Vi si guardò dentro e vide quella che era alla luce del sole: si amava quasi più di quanto tutti amassero lei.
Le sue sorelle avevano torto a pensare che la sua vita da ultima figlia nubile fosse stata tanto miserabile quanto devota alle leggi paterne. In realtà, la già avanzata vecchiaia e la malattia avevano impedito al padre di controllarla giorno e notte, e avevano permesso che entro quelle fredde mura Emina realizzasse una dolce, disinibita, egoistica forma di felicità, che solo l’ormai imminente libertà avrebbe potuto rendere più perfetta di così.
Frugò nei suoi portagioie. Anche quelli se li sarebbe portati via.
Si provò un paio di semplici orecchini che erano costati al tenero Meirar lo stipendio di tre mesi. Rise. Tutti quei sacrifici per un solo bacio.
E la catenella d’oro intrecciata a fili di seta rossa, che riluceva sul suo collo come il sole sulla neve? No, quella era un regalo del Conte di Padrath, che, da quando era venuto in visita presso suo padre, si diceva incapace di liberarsi dell’ardente amore per lei. Veniva a trovarla quasi ogni mese.
Mentre l’anello…oh, l’anello era uno dei suoi pezzi preferiti: la pietra nera che si trovava solo nelle miniere di Axas, dono galante del Marchese, allegato ad una poesia di sua propria composizione…
Emina si riteneva assai più felice di entrambe le sue sorelle messe assieme. Aveva amato più uomini di loro, e dei più ricchi del regno. Desiderata, adorata mille volte più di loro, non era costretta ad alcuna forma di fedeltà, né ad un uomo né a un dio.
E prima del calar del sole sarebbe stata completamente libera.

 Delynn non riusciva più a trovare la strada che conduceva alle sue stanze. Tanto aveva odiato quel posto, da dimenticare del tutto la sua fisionomia. Si imbatté nella sua camera per caso: la riconobbe dalla crepa che venava l’arco di pietra sovrastante la porta. Spinse il legno secco ed entrò.
La crepa sul muro era l’unico particolare rimasto invariato, oppure Delynn aveva scordato anche l’aspetto della sua camera da letto? No, quello stravolgimento era certamente opera di Emina.
Non c’erano più le azzurre stoffe alle pareti che sua madre aveva fatto confezionare per lei dagli artigiani più rinomati del Regno. Erano state sostituite con orribili, tetri arazzi di porpora. E le sue tende bianche ora erano brune e spente. Uno scrittoio, una lampada a olio e un cassettone: aveva tutta l’aria di essere diventata un piccolo studio, e nessun dubbio che Emina ne fosse padrona.
Quello che provava era solo un lievissimo senso di usurpazione: non aveva certo da invidiare a Emina il possesso di spazi propri. Nella Marca Delynn aveva ben dieci stanze personali.
Il lusso e l’agiatezza erano la sola cosa che rendevano sopportabile una vita coniugale. Ma non erano poca cosa: le sue sorelle avevano di che rammaricarsi di essere rimaste nubili. Non sapevano cosa volesse dire farsi servire, adulare, riverire; dettare legge fra le mura di una splendida dimora, senza altro superiore che il proprio marito, spesso assente da casa. Crescere un futuro Marchese sano e forte, cosa che le procurava la stima della gente che contava.
E ancor più, sfoggiare abiti all’ultima moda, frequentare ambienti raffinati, essere l’oggetto dell’invidia di ogni dama che visitava il suo salotto.
Quella era vita: non la triste reclusione che aveva vissuto per diciassette anni.
Prima del calar del sole, ogni cosa di quel buio passato si sarebbe dissolta per sempre, lasciandole solo una meritata ricompensa ed una seconda casa su cui imperare.

 Leriel era rimasta con il vecchio Conte di Grimlen, osservando con freddezza il suo corpo e il suo spirito cedere ogni momento di più all’Abbraccio eterno di Neea. Restava morbosamente inchiodata a quella scena, in quella stanza, forse per riuscire a capire quello che neppure una Sacerdotessa della Terra sa: cos’è che davvero accade quando lei, la Terra, decide di riprendersi ciò che è sempre stato suo.
Leriel aveva preso il posto di Emina, sullo sgabello. Indugiando con lo sguardo sulla parete opposta, si ritrovò a fissare intensamente gli occhi neri di sua madre, perpetuamente vivi nella staticità di un’immagine dipinta molto tempo addietro.
Tyabel delle Terre del Crepuscolo era diventata Contessa di Grimlen ancora sedicenne, unendosi ad un uomo che aveva molte terre e cavalli, grande influenza sul re e trentadue anni più di lei. Ma era stata sfortunata: prima ancora di poter gustare i frutti dell’aver sposato un uomo ricco, potente, vecchio e malato, una polmonite l’aveva mandata avanti a lui nella tomba, pochi mesi dopo il parto della sua terzogenita.
Leriel doveva molto a sua madre. Da lei aveva imparato la calma e meditata accettazione degli eventi, riuscendo a ricavare il meglio da ognuno di essi.
Così, dalla repressione di un amore giovanile socialmente disonesto, aveva ricavato la determinazione a conseguire solo ciò che era prestigioso e conveniente. Dalla paterna imposizione di una vita di doveri e castità, aveva ricavato la benevolenza della Dea e una posizione di potere esercitabile persino su suo padre stesso.
Dalla morte di un genitore, ora, sarebbe venuto il riscatto di quella di un altro.
I fieri occhi di Tyabel ne sembravano convinti. Quello che, per un fato meschino, non aveva potuto ottenere lei, lo avrebbe avuto Leriel, prima del calar del sole.

E mentre il cielo, fuori dal vetro appannato delle finestre, si tingeva del colore sanguigno, Leriel vide – o credette di vedere – i mille fili della Terra, le mille braccia della Dea, posarsi sul corpo di suo padre come luminose ragnatele, nel momento in cui il suo respiro iniziava a farsi più raro… 

(continua)
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