(parte 3)

Emina attese. Guardò Delynn, che sedeva compostamente sulla sedia che un tempo aveva occupato a pranzo, anche se con tutta probabilità neanche se lo ricordava. Leriel stava in piedi silenziosa, appoggiata ad una colonna di pietra.
Non furono i medici a venire da loro: nella Sala entrò Iarea, tutta curva, con le lacrime che sgorgavano abbondanti sulla faccia rugosa. Cosa ci fosse da piangere con tanta disperazione, Emina non l’avrebbe mai capito. Ma capì – e lo capirono anche le sue sorelle – quello che la vecchia nutrice non espresse a parole.

 A Delynn sembrava che ci stessero mettendo troppo, i funzionari del castello. Forse si erano dimenticati di loro. Non potevano andare a visitare la camera del padre senza l’annuncio ufficiale, ed era già un’ora che aspettavano lì come delle stupide.
Emina, sparita per qualche secondo nella stanza accanto, stava tornando con una scala.
La posizionò alla parete.
«Aiutatemi. Ho giurato che sarebbe stata la prima cosa che avrei fatto.»
Delynn si alzò e, malgrado il sonno, si mise ad aiutarla a tirar giù dal muro quell’orribile tela.
Ma, appena Leriel si fu mossa per venire a dar loro una mano, un rauco grido di protesta si levò dal corridoio ovest.
Le tre donne si fermarono a metà dell’opera, mentre il vecchio e traballante Conte di Grimlen, nella sua vestaglia rossa, faceva il suo ingresso nella Sala.
«Cosa cercate di fare?» rantolò. Fu sul punto di cadere e si aggrappò ad un pilastro. Leriel corse a sostenerlo.
«Finché io…» gracchiò il Conte, tenendosi alle braccia della figlia maggiore, «…Finché io sono vivo, quello dovrà rimanere lì dov’è!»
E detto questo, si divincolò dalla presa di Leriel e ripercorse il corridoio, zoppicando e tossendo, fino alla sua stanza.
Delynn, Emina e Leriel non lo seguirono, ma rimasero a fissarsi l’una l’altra, impallidite.
«Ebbene?» fu Delynn a parlare.
«Mi pare chiaro che abbiamo frainteso» disse secca Emina.
«Come si può fraintendere la morte?» domandò Leriel. «…Che si sia ripreso dopo che sono uscita?»
Nessuno rispose.
«Su, rimettiamolo alla parete.»

 Il giorno seguente, assieme alle sorelle, Leriel tornò a far visita al padre. Lo trovarono al solito posto, coperto fin sotto il mento, i capelli bianchi sul volto.
Aprì gli occhi quando le sentì entrare. E quando Emina gli prese la mano e si sedette di fianco al letto, reclinando il capo verso di lei, disse stancamente:
«Figlie mie…Il mio tempo sta per finire. Prima del calar del sole, sarò al di là di questa vita.»

 Emina incrociò Iarea mentre percorreva il corridoio centrale. Attese che fosse lei a parlare. Finalmente, dopo qualche altra lacrima, la nutrice disse:
«Vi sono vicina nel dolore, milady. I funerali si terranno domattina.»

 «…E ora è il momento di farlo sparire» dichiarò Emina issandosi sulla scala per raggiungere il grande ritratto. Delynn esitò per qualche secondo, poi si avvicinò.
«Ha voluto logorarci il fegato sin nella morte» disse con una risata amara.
Leriel stavolta non le aiutò, ma rimase a guardarle in dignitoso silenzio.
E proprio quando il ritratto era già deposto a terra e Delynn stava per tirare un respiro di sollievo, improvvisamente lo videro di nuovo.
Lì, sulla soglia dell’ingresso.
«Credevo di essere stato chiaro!» abbaiò il Conte, precariamente appoggiato al suo bastone. Respirò a fatica. «Non…tollererò…che mi oltraggiate ancora!»
E strisciò via, incollerito, col corpo e col viso appiccicati alla parete.

 «Cos’è questa storia?» chiese Emina alla vecchia Iarea. Leriel non l’aveva mai vista così tesa.
«Bisogna portare pazienza…» rispose quella. «Temo che dovrete attendere ancora qualche giorno.»
E detto questo, le lasciò lì, sole e mute: Emina che si mordeva nervosamente le unghie, Delynn che si faceva aria col ventaglio ostentando una falsa rassegnazione, e Leriel che per la prima volta non sapeva darsi una risposta.

 Ma sette giorni passarono senza che la salute del Conte desse segni né di miglioramento né di peggioramento. Ogni giorno Emina tornava in quella stanza, seguita da Delynn e Leriel; e ogni giorno suo padre apriva gli occhi, le guardava e diceva che prima del calar del sole sarebbe stato oltre questa vita.
Otto giorni, nove. Dieci. E ognuno di questi, ogni ora, ogni maledettissimo minuto, suo padre era in fin di vita, ma niente di più.

 Dopo quindici giorni di permanenza a Grimlen, Delynn ricevette una missiva dalla Marca di Theun: suo marito, preoccupato, chiedeva quale fosse il motivo che la tratteneva così a lungo. C’erano forse problemi giuridici legati al testamento?
Ma quale testamento!, Delynn scagliò la lettera con stizza contro il muro. Se non c’era neppure il defunto!
Ne sarebbe impazzita.

Leriel, chiusa nella propria vecchia stanza, pose le sue domande alla Dea.
Non era ancora il momento?
La Terra aveva deciso di punire lei e le sue sorelle?
O forse rifiutava di accogliere suo padre?
Non ebbe risposta.
Si alzò in piedi. Ringraziò la Dea. E chiese perdono a sua madre.
Di fronte al silenzio degli dèi, l’animo umano necessariamente si arrende.

 All’arrivo del notaio, una grigia mattina, Iarea trovò con sorpresa che tutte e tre le figlie del Conte se n’erano andate.
Dalle scuderie venne a sapere che lady Emina aveva fatto preparare cavalli e carrozza la sera precedente, ed era partita verso la Contea di Padrath, con l’intenzione di non fare più ritorno.
La Marchesa Delynn era stata raggiunta il giorno prima dal marito, che l’aveva condotta via mentre, dicevano, strillava come in preda alla follia che tutto l’oro, i vestiti e le scarpe della Marca di Theun erano perfettamente sufficienti a farla felice.
Quanto alla Somma Leriel, aveva ringraziato e si era fatta allestire una carrozza con due cocchieri per recarsi il più rapidamente possibile a Besadhil. Si era congedata invocando, per qualche oscura ragione, la misericordia e il perdono della Dea Terra su di sé, sul castello e sull’intera Contea.
Iarea non riusciva a immaginare cosa avesse loro impedito di attendere un giorno di più. In fondo, le aveva avvertite che ci sarebbe stato un ritardo per la lettura del testamento: il notaio e il suo accompagnatore, sir Ghantar di Hail, cugino del Conte, erano rimasti bloccati sulla via per colpa di un incendio.
Ma, del resto, in quei giorni le Contessine non avevano avuto che comportamenti strani. Dopo la morte del Conte, avvenuta l’indomani del loro arrivo, Iarea le aveva viste spesso andare e venire come in processione, tutti i giorni, da una stanza vuota contigua a quella, ormai chiusa, da cui era stato portato via il defunto. A fare che, non si sapeva.
In più, non si erano neppure presentate ai funerali. E avevano tolto e riappeso quella vecchia cornice col ritratto del Conte almeno una dozzina di volte, senza motivo.

La nutrice nascose l’imbarazzo e fece accomodare i due ospiti.

Io, Relidor Marbred Conte di Grimlen,
con la fede del Re e degli dèi, lascio tutti i miei averi,

spartiti in egual misura, a chi presenzierà alla dichiarazione delle mie ultime volontà;
e l’amministrazione della Contea al mio fedele cugino e socio, sir Fortred Ganthar,
che nomino mio successore.

Al termine della lettura, Iarea lanciò uno sguardo interrogativo al notaio e poi a sir Ganthar accanto a sé. Fatta eccezione per loro, la stanza era vuota.
«La carta parla chiaro, milady» fu la spiegazione del notaio.
«Venite, Iarea» disse Ganthar sorridendo sotto i baffi. «Mostratemi il castello, prima che vi consegni la parte che vi spetta.»

 La Sala da pranzo era quasi buia.
«Immagino che vorrete toglierlo» disse Iarea accennando al grande quadro.
«No…» rispose il Conte Ganthar. «Penso proprio di no.»
Dall’alto della parete, gli occhi dell’uomo nel quadro li fissavano. Per un attimo, parvero quasi accendersi di trionfo.
Ma era soltanto un bagliore proiettato dalla guizzante fiamma delle candele. 

Martina C.
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