Con questo titolo poco originale voglio inaugurare una serie di post che raccontino quella grande, totalizzante, emozionante, oserei dire mistica esperienza che è stato per me l’incarico di Rilevatore al 15° Censimento della Popolazione Italiana. L’incarico l’ho avuto fino alla primavera scorsa (anche se il pagamento, naturalmente, deve ancora finire di arrivare…), ma mi ha segnata talmente nel profondo che ne avverto ancora gli strascichi. Specie quando, nelle sere di sbronza che siamo tutti amici, mi viene il desiderio irrefrenabile di sapere a che ora si sveglia per andare a lavoro la persona che sta bevendo con me. O anche con che mezzo ci arriva e quanto impiega in totale per fare andata e ritorno. Son cose che si dicono, tra amici veri. Il Rilevatore è il migliore amico dell’uomo: ci tornerò sopra.

#1______ Rilevante e Riponente

Premo istericamente il pulsante del menu sul minuscolo telecomando del navigatore, aspettando che si connetta. Penso che potevano anche farlo touchscreen. Penso che presto farà un freddo cane e questo è un lavoro da fare in strada, per lo più. Finirà prima che cominci la primavera. Penso anche a quelle due giornate di corso formativo. Era ottobre e pareva luglio, dovetti scendere a comprarmi una coca cola ghiacciata. I corsi di formazione hanno sempre quel vago odore di inutilità: questo era anche lungo. E lento. E l’inutilità non era solo un odore vago. Ecco cosa ci ho ricavato: un manuale del Rilevatore – lo aprirò mai? – , un blocco note per gli appunti, una cartellina di plastica e una penna tutta rossa. Figa. Più che altro, penna. Sono sempre a corto.
Ora sul cruscotto ne ho cinque, per sicurezza. Erano sei, ma una è rotolata sotto al sedile del passeggero quando ho preso la mini-rotonda un po’ troppo in velocità. Non la rivedrò più.

In ufficio sono gentili. Il responsabile della Statistica – e questo è un particolare che mi ha tenuto la mente occupata per due ore buone del corso, almeno in qualche modo ho fatto passare il tempo – lo conoscevo: è un tipo che io e una mia amica, da ragazzine, guardavamo russare sul treno tutti i giorni, sbellicandoci letteralmente perché teneva la bocca spalancata.
Il mio coordinatore mi ha messo in mano un pacco di questionari mai arrivati al destinatario: vai e provvedi. La tua zona è questa, eccoti una cartina.

Ecco. Primo ostacolo. Da qualunque lato la osservi, la cartina mi sembra uguale. Può sembrare strano, ma io non ho la minima idea di in che direzione stia guardando. Nord? E da che parte la devo ruotare per trovarmi esattamente nella posizione in cui sono?
Non è che non conosca la mia città: ho un handicap sulla geografia. Sullo spazio in generale. Se esiste un tipo di dislessia relativo allo spazio, forse potrebbe chiamarsi distopia o qualcosa di simile. – …Ovest? – Bene, sono distopica.  Non riconosco le strade se le percorro al contrario. Se mi giro troppe volte su me stessa arrivo a non sapere più dove sono Levante e Ponente. Anche perché, diciamocelo, dopo il polverone sollevato da quella vecchia storia della “luna calante, gobba a levante” eccetera io sono andata nel pallone. Quel proverbio o è sbagliato o è espresso male. Insomma, io l’est e l’ovest so solo che sono opposti. Fin lì ci arrivo, almeno.
Inoltre non ho memoria dei percorsi, ogni giorno sembrano diversi. Anche a seconda della luce. Non ho il senso della misura spaziale. A danza finivo sempre addosso alle altre bambine.

Prima di riuscire a scegliere la via da cui debba prendere inizio questa mia nuova e affascinante missione, mi fermo due o tre volte in quello  che credo sia il confine della mia zona – non ho certo la pretesa di saper dire quale confine sia, ma almeno che da lì in poi comincia la mia zona di rilevazione, questo pretendo di saperlo, anche in virtù di una certa conoscenza di Galcetello che vanto fin da quando ho preso la patente. Ovviamente quelle due o tre volte sbaglio e sono ancora ben lontana dal confine della mia zona. Ma non mi do per vinta. Riparto, senza ostinatamente interrogare il navigatore neppure stavolta. Tengo la cartina sopra il volante, in un’operazione tanto pericolosa quanto inutile. Finalmente accosto e osservo i minuscoli numerini civici ammassati in un punto della via in cui mi trovo. Uno dei questionari porta il nome della signora Amanda Galli, al numero 12. Ma su questa via non c’è nessun numero 12.

Ora, per qualcun altro l’osservare i puntini indicanti i numeri civici sulla carta può essere utile per localizzare una casa anche quando non si trova esattamente affacciata sulla via. Ma non per me che vedo ogni puntino che non sia incasellato sulle strade come se fosse semplicemente una macchiolina cascata per caso, che fuori dal reticolato stradale non ha tanto più senso di quei fiorellini che si disegnano mentre si telefona. La sua posizione è fuori dalla linea che indica la via: quindi, nel nulla. Giro un paio di volte l’isolato nella speranza che salti fuori un dodici che m’era sfuggito. Poi, lampo di genio, svolto a sinistra. Un po’ a caso. La via porta un altro nome, ma il mio spiccato senso per la topografia mi dice che questo fatto potrebbe non essere rilevante.
Un dodici c’è e io suono subito, speranzosa. Alla signora che si affaccia spiego con estrema sicurezza che sono lì per consegnarle il questionario che non le è arrivato. Non ho ancora l’abitudine di parlare come un Rilevatore – se mai esiste un linguaggio tipico – e porto avanti una conversazione che pare quella con la prozia.
– Signora, le devo dare il questionario che non le è arrivato!
– Aspetti, scusi…Filippo!!! – Un bambino esce sul balcone strillando e correndo, seguito a ruota da un’altra nanerottola. Sono nel pieno di un babysitting sul balcone.
– Dicevo, il questionario…
– Guardi, signorina, a me l’è arrivato, e s’è anche già riconsegnato!
Proseguo la conversazione del tutto ignara del presupposto di fondo che la sta minando inesorabilmente.
– È sicura, signora? A me risulta di no…
– Boh, la sarà la mi figliola che non l’ha consegnato. Aveva detto l’andava!
– Ma la questione è un’altra, signora, è che qui risulta che è tornato indietro.
– Nono, a noi c’è arrivato, signorina.
– Ma veramente qui…Scusi, lei è la signora Galli vero?
– …No.
Rimango con la mia prossima frase avviluppata alla lingua.
Prendo in mano il mio elenco e lo scorro di nuovo, cocciuta come solo i distopici sanno essere.
– Come no? Allora ho sbagliato civico…ma non è il 12?
– Sì, gli è il dodici!
– Via Forlanini 12…
– No, questa è via degli Angeli, 12.
Mi fermo di nuovo e rifletto sulle meraviglie che questo mio disturbo mentale è in grado di dare alla luce.
– …Arrivederci, signora.

Via Forlanini si trova all’esatto opposto della zona.

Io non è che non so leggere le cartine. Non so proiettarle su un piano tridimensionale. Sarei vissuta più volentieri in un mondo con i soli assi x e y. La cosa divertente è che insegno geografia.

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