Quando abbiamo iniziato a studiare, l’abbiamo fatto per motivi differenti.
C’era chi, senza esserne del tutto consapevole, mirava soltanto a procrastinare il momento in cui avrebbe finalmente fatto parte del “mondo degli adulti”, di quelli che lavorano. C’era tra noi chi, spinto dagli adulti, ha scelto un indirizzo di studi qualunque, nella consapevole previsione che senza un documento non avrebbe potuto ufficializzare nessuna professione. C’era chi ha scelto quello che gli piaceva, la disciplina per cui aveva passione, in quella nuova, inaudita speranza che non solo ci fosse posto per realizzarsi ciascuno secondo la propria natura, ma addirittura che il mondo offrisse un’occasione in più a chi, oltre l’impegno, ci metteva l’amore. Una speranza che era nata da chi, prima di noi, aveva per la prima volta lottato per realizzare i propri desideri, per liberarsi dallo schiavismo del nasci-consuma-crepa.

Essere felici. La prima risposta che ho imparato a dare quando mi chiedevano quale fosse lo scopo ultimo della vita.

Qualcuno dirà che i primi, fra le categorie che ho sopra elencato, sono stati i meno lungimiranti; i più sconsiderati, forse. È la verità, anche se naturalmente non si tratta di una colpa vera e propria, ma solo della conseguenza, portata all’estremo, di un “cattivo benessere” procurato dalla famiglia d’origine. E da qui i vari “bamboccioni”, gli “eterni laureandi”, i morti al mondo. Hanno voluto procrastinare per mancanza di responsabilità o non sono stati responsabilizzati per mancanza di un futuro da procrastinare, prolungando la loro situazione di benessere come una cura a base di oppiacei per una malattia terminale?

Essere felici.
= Vivere serenamente, senza il terrore del domani.
La felicità può dipendere da tante cose: un buon lavoro che dia soddisfazioni, un amore sincero, una bella famiglia. Ma purtroppo, che lo si voglia o no, che ci si impunti e si sbatta la testa per cercare di negare questa verità inesorabile, la vera felicità al giorno d’oggi la fa il denaro.

Di denaro non ce n’è più. È finito. Sicuramente non ce n’è abbastanza per tutti. C’è chi ancora può andare avanti per qualche generazione di figli e nipoti e c’è chi arranca per sopravvivere. Ne consegue che non tutti possiamo essere felici nel futuro.

Abbiamo cominciato a studiare, insomma. Chi sperava nell’irrealistica possibilità di diventare felice facendo il lavoro che amava, solo per il fatto di farlo con amore (tra l’altro, ironia della sorte, “amare” è uno dei significati del verbo latino studeo), ha dovuto capire ben presto che le cose stavano diversamente. Potrò arrivare, è vero, a fare il lavoro che amo, ma questo non significherà essere felice. Perché non avrò soldi per campare serenamente, cioè per essere davvero felice. Senza quel terrore del domani. Ed io sono tra i più fortunati.

Siamo cresciuti senza la sensazione di crescere veramente. Ci hanno fatto credere di avere tutto, quando non avevamo niente. Ci hanno fatto sperare che l’Amore ci avrebbe salvati, che il denaro non contasse davvero. Ci hanno riempito di nozioni, di filosofie di vita, di sogni, di aspettative, di doveri da assolvere, di fiducia, di emozioni, di pretese, di potenza. Ci hanno illuso di poter avere tutto, di poter avere ognuno una parte di felicità “più uno”, come se i pani e i pesci nel frattempo si fossero moltiplicati. Come se le rivoluzioni intellettuali che aveva fatto la generazione prima di noi avesse di colpo spalancato nuove possibilità, nuovi futuri, nuovi universi tutti da scoprire, nei quali bastava volere per volare, amare per potere.

E adesso che la verità si disvela, paradossalmente la cosa che fa più male non è constatare che quella felicità non solo non ci spetta col “più uno”, ma ci spetta dimezzata; per quelli che non faranno a gomitate, addirittura nulla.
Paradossalmente, la cosa che fa più male non è questa.

La cosa che fa più male è sentirselo dire da chi ci ha insegnato a vivere così.

Siete egoisti.
Pensate solo al presente.
Non avete lungimiranza.
Pensate solo a voi stessi.
Vivete solo di emozioni.

Vi credete onnipotenti.

Adesso che non abbiamo più nulla, possiamo dire soltanto che ci abbiamo provato. Con i mezzi che ci erano stati messi a disposizione.
E se il mondo collasserà, ce lo trascineremo dietro insieme a quel delirio d’onnipotenza che chiamavamo speranza.
Con amore e con gioia. Abbiamo sempre tentato.

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