Si racconta che un giorno Giove volle scendere sulla Terra per osservare il comportamento degli uomini. Prese l’aspetto di un uomo qualunque e, insieme col figlio Mercurio, venne in Grecia. I due pellegrini, così travestiti, cercarono un rifugio dove riposarsi. Picchiarono di porta in porta chiedendo ospitalità. Bussarono così a innumerevoli palazzi, ma dovunque furono scacciati e trovarono le porte serrate col catenaccio.

È notte. Sono sola. Ho chiuso a chiave la porta per non farmi trovare da te. Dico sempre che ho smesso di aspettarti, ma poi non so smettere davvero. Non so spiegarti perché pretendo sempre un segno da te: forse perché molti segni, inanellati giorno dopo giorno, fanno un amore ricco. Ed ogni volta ti chiamo, e tu rispondi. Ma poi sei di nuovo lontano ed io non trovo un altro modo di esserti vicino, che chiamarti, chiamarti continuamente, e gridare, per poi chiedere scusa per aver gridato. Allora forse è meglio se rimango qui, chiusa. È semplice chiamarmi quando sono lì per te. Forse, non trovandomi, mi chiamerai. Forse potresti addirittura gridare. O forse non lo farai.

Giunsero finalmente ad un povera capanna, ricoperta di canne e di erbe palustri, dove abitavano due vecchietti della medesima età: Bauci e Filemone. In quella capanna Filemone e Bauci avevano vissuto insieme fin dalla giovinezza; lì erano invecchiati senza vergognarsi della loro povertà e sopportandola serenamente, senza neppure sentirne il peso.
Nell’umile dimora era inutile chiedere quale fosse il servo e quale il padrone: vi erano due sole persone, e tutte e due comandavano e si ubbidivano a vicenda. Ma Giove e Mercurio trovarono pronta e cordiale accoglienza.

Quel giorno ti sorrisi. Fu facile. Avevo voglia di incontrarti. Il tuo invito somigliava ad un abbraccio, il maggior desiderio di chi è stato rifiutato. Lasciarmi accogliere in quell’abbraccio suonava perfetto. Non sei l’unico ad aver visto solo porte chiuse, sai? Non eri l’unico ad essere stato rifiutato.

Non appena furono entrati, facendo attenzione a chinare la testa per non batterla allo stipite della porta che era troppo bassa, il vecchio li invitò a riposarsi porgendo loro una panca sulla quale l’accorta Bauci aveva steso un tappeto molto rustico. Quindi la buona vecchietta allargò con le mani le ceneri tiepide del focolare e, per riattizzare il fuoco del giorno prima, lo alimentò con foglie e pigne secche, e ne fece sprizzare la fiamma soffiandovi sopra con quel poco fiato che ancora le rimaneva.

Ma se l’amore è come un fuoco, come dicono i poeti, prima o poi si spegnerà. È inevitabile. Se vuoi puoi soffiarci sopra. Soffiaci, amore. Ma non lasciare che sia soltanto io a soffiare: il mio fiato, come la mia vita, finirà. È inevitabile. Pensavo…sarebbe bello se la vita, il fiato e l’amore finissero nello stesso momento. Non soltanto per noi due, ma per il mondo intero. Non credi?

Prese poi legna e rami di pino ben secchi e li spezzò per metterli sotto al piccolo paiolo; poi iniziò a pulire la verdura raccolta dal marito nell’orto coltivato con molto amore. L’altro con un’asta forcuta tirò giù un coscio di maiale affumicato appeso alla trave, ne tagliò una fetta sottile e la mise a cuocere nell’acqua bollente.
Ed ingannavano il tempo discorrendo.

Le parole spese, quelle non pronunciate. Quante cose è possibile gettare nel pozzo di noi due. Potrei arrivare a non vederne più il fondo, a dimenticare il primo giorno che ti ho visto, il primo giorno che, fissando i miei occhi nei tuoi, mi sono chiesta quante cose ci saremmo detti. Quante parole spese, quante non pronunciate da gettare nel pozzo di noi due.

Infine il buon vecchio, spiccato da un chiodo un bacile, lo riempì d’acqua tiepida e l’offrì agli ospiti perché potessero lavarsi i piedi. Quindi gli dei si adagiarono su un povero lettuccio di legno di salice, ma con un materasso di soffice alga, sul quale fu distesa la coperta dei giorni festivi; una coperta vecchia e misera adatta a un letto di salice.
La vecchietta cominciò a preparare la tavola. Era una tavola a tre gambe, e dovette cercare una zeppa, perché una gamba era più corta. Quando l’ebbe ben pareggiata, ne strofinò il piano con la menta fresca e vi servì in piatti di coccio le olive, sacre alla casta Minerva, le corniole dell’autunno conservate in salamoia, indivia e rafano, formaggio fresco e uova assodate nella cenere calda. Dopo fu portato in tavola un rozzo cratere, anch’esso di coccio, e coppe di faggio spalmate, nel cavo, di bionda cera.
Poi venne servito il vinello nuovo, poi la frutta. Noci, fichi secchi insieme ai datteri, e prugne, e mele profumate e uva. In mezzo, un candido favo ricolmo di miele. E tutto era condito con il sorriso.

Non importa quanto potesse apparire imperfetto quello che facevi per me. Ogni cosa, anche la più maldestra, mi ricordava che sono bella. Che sono perfetta per qualcuno. Che valgo le parole di qualcuno.

Senonché, durante il pasto, notarono che ogni volta che il cratere rimaneva vuoto, spontaneamente si riempiva da solo, come se il vino sorgesse su dal fondo.
Filemone e Bauci furono presi da timore, e levando le mani al cielo invocarono perdono per i rustici cibi e per la povertà della loro casa.
I due vecchi si preparavano ad uccidere l’unica oca che possedevano, in onore degli dèi loro ospiti. L’oca, svelta, svolazzando qua e là, trovò rifugio in grembo a Giove.
“Sì, siamo dèi”, dissero “e i vostri empi vicini subiranno la punizione che hanno meritato; voi invece, abbandonate la vostra casa e seguiteci sulla cima del monte”.

Forse ho sempre, soltanto fatto l’errore di attendere un miracolo. Ma sono una sciocca e l’Amore mi è sempre sembrato questo: un enorme miracolo, fatto della stessa sostanza di cui, se esiste, dovrebbe essere fatto Dio. Un miracolo giusto, che avrebbe distrutto tutto il dolore e mi avrebbe portata in alto.

I vecchietti ubbidirono, e, preceduti dagli dei, appoggiandosi ai loro bastoncelli, salirono lentamente per l’erto pendio. Volgendo gli occhi in basso, scorsero tutte le cose dintorno sommerse da una palude; solo la loro capanna era salva. Mentre essi, stupiti, compiangevano la sorte dei vicini, la vecchia capanna, piccola perfino per due soli padroni, si trasformò in un tempio: i pali si trasformarono in colonne, la paglia divenne oro, il pavimento si coprì di marmo, le porte s’intarsiarono di magnifiche sculture.
Infine, Giove chiese loro di esprimere un desiderio.

Da quando tu ci sei, io sono ricca. Ma i rapporti sono cose imperfette, amore mio. Sono fatti solo di desideri. Niente sarà perfetto, finché tu e io saremo persone diverse; quindi non lo sarà mai. Ed io non voglio che tu e io diventiamo una coppia di quelle che marciano ancora sì, ma per inerzia, che quando invecchiano si ritirano in due angoli di questa casa, che è il tempio del nostro Amore. Che non possono più accarezzarsi. Che non ridono più di qualcosa che solo loro sanno. Perché ogni parola spesa appariva sempre più inutile e faticosa. Perché non c’era tempo per pensare a come condividere un gesto e un bacio, se non quando era tutto più facile. La vita è una strada lunga e tutta in discesa, da un certo punto in poi. Chi ci aiuterà a superare la fine, se non ci tiene stretti l’Amore?

Scambiate poche parole con Bauci, Filemone rispose: “Chiediamo di essere sacerdoti e di poter custodire il vostro tempio; e dal momento che abbiamo trascorso insieme, nell’amore e in accordo, tutta la vita, desideriamo di morire nello stesso momento. Che io non debba vedere la morte della mia sposa, né lei la mia.”

Non voglio mai più sentirmi sola. Quando sarà finita l’era degli amici, quando anche i figli se ne saranno andati, chi mi terrà compagnia? Chi mi stringerà in un abbraccio, l’ultimo, facendomi sentire che per me vale ancora, persino in quel momento, vale ancora la pena di spendere una parola?

Un giorno, si trovavano per caso sui gradini del tempio a narrare questa storia ai visitatori. Mentre parlavano, ad un tratto Bauci vide Filemone coprirsi di fronde. Filemone vide Bauci coprirsi di fronde. E mentre sui loro volti cresceva una cima d’albero, i due sposi continuarono a scambiarsi parole. Parole d’amore, parole di saluto. Parole. Fino a quando fu loro possibile, così continuarono a parlarsi l’un l’altra.

“Addio, amore mio”, si dissero a un tempo, e la corteccia chiuse in un medesimo istante le loro labbra, per sempre.

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