Improvvisamente, si è spenta anche la luce della televisione. Il buio fuori è più chiaro di quello dentro: luccica qualche stella sul settembre del piccolo giardino e ogni tanto qualche rumore viene catturato dalla finestra, per me.

Dove sono?

La mia camera è un disordine prorompente, non c’è una cosa che sia al suo posto e non c’è posto per tutte le cose. Dovrebbero andarsene, come anche me. Non ho un reale motivo per farlo, ma in verità non capisco neanche perché mi trovo qui. È così: è diventato estremamente difficile capirlo, impossibile spiegarlo, raccontare cos’è successo, cos’è cambiato.

Vuoto. È quel che sento, ciò che produco, ogni cosa che dico. Non c’è un’altra parola per esprimerlo: vuoto dice tutto, vuoto è tutto. Ed io sono nel vuoto e penso vuoto.

Quand’è, esattamente, che sono finiti i giorni in cui mi sentivo potente, tanto potente da affrontare il futuro armata soltanto di un sorriso? …Un sorriso. Ecco che, nel frattempo, anche ogni parola che concepisco si perde, sfuma nel banale, trascolora nel grigio. Scrivo tutto uguale.

Uguale e perdente.

Mi piaceva essere me stessa. Mi offriva tante possibilità. La mia fantasia era il rifugio più accogliente che si potesse chiedere, dove non mancava niente e qualsiasi immagine si realizzava in un attimo di gioia, di potenza, di vita. I colori erano tanti, le stagioni numerose, il mondo era più grande. Fantasia è felicità: ciò che si immagina è dolce al pensiero, è pulsante e vivo; molto più splendente della realtà, se si concretizza, molto meno amaro della realtà, se viene deluso nelle aspettative.

Ed io ho perso me stessa, ho deluso le mie stesse aspettative; chissà, forse perché erano troppe.
Ho perso me stessa, l’ho persa sotto la sabbia e ho scoperto che era meno di un granello.
Ho perso chi ero e nessun altro sa indicarmelo adesso, forse perché nessuno realmente lo sapeva.

Forse non c’ero?
C’ero, sì.
Mi sono persa tra le vie piovose del centro storico di una città in cui ho studiato con passione. La strada di pietroni scuri ha divorato le mie scarpe, ha distrutto i talloni: ad un certo punto non avevo che le caviglie per procedere, se solo ricordassi almeno dove stavo andando.

Un attimo. Quello lo ricordo. Io non sapevo affatto dove stessi andando. Non è che vagassi. Non lo sapevo.

Non stavo proprio andando da nessuna parte. L’onda mi portava con sé ed io, volontariamente, io mi ero imbarcata da sola, fin dal principio. Ed ho perso me stessa quando abbiamo gettato l’ancora. (Io e chi?)

Quell’ancora è scesa…io sono scesa nel fondale.

E adesso..dove sono?

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