charles

La scena della danza col mappamondo.

Io l’ho battezzato, in modo vergognosamente banale, “L’ho visto in un film!” (e che vuo’ pretendere in due minuti?), ma il mio programma di proiezioni cinematografiche a scuola potrebbe benissimo chiamarsi “educhiamo-i-bambini-alla-cinefilia-e-pure-a-essere-un-po’-indie-snob”.  Fortunatamente per loro, tra un Little Miss Sunshine e un The Millionaire rientra anche qualche classico dei classici. Dopo aver sottoposto alla mia terza media Tempi Moderni ho deciso di riproporre un film che io stessa vidi per la prima volta alle medie e che ricordavo per avermi lasciato uno spazio vuoto, una finestra aperta che non avevo mai richiuso. Una domanda inespressa, forse.

Perché Il Grande Dittatore è proprio quel genere di film che non puoi capire fino in fondo a tredici anni, ma proprio per questo tredici anni è l’età giusta per vederlo. Te lo spari così, godi dell’esilarante mimica facciale di Chaplin, della sua comicità così limpida e inconfutabile, che fa ridere con lo stesso gusto un bambino e un adulto, infine riconosci quella satira politica che il prof si curerà di farti notare, in modo adeguato e contestualizzato al programma di storia… Poi, però, resti in attesa. Sul finale ti chiedi se ci sia qualcosa che non hai colto o che volutamente non ti è stato spiegato.

La trama è universalmente nota (posso dirlo il finale, vero?vero!): un barbiere ebreo, uomo di buon animo e un po’ sbadato, perde la memoria in seguito a un incidente durante la Prima Guerra Mondiale; al suo ritorno dall’ospedale trova la Tomania (pseudonimo della Germania) oppressa dalla dittatura del generale Adenoyd Hynkel, uomo di enorme carisma, animato da sentimenti nazionalisti e antisemiti e deciso a dominare l’intero mondo. Il barbiere vivrà molte disavventure nel ghetto, dove conoscerà anche l’amore, finché una stretta autoritaria del dittatore Hynkel non lo costringerà alla deportazione in un campo di concentramento. Durante le operazioni per l’invasione della vicina Ostria – in cui Hynkel si trova a trattare con una tristemente esatta parodia di Mussolini, il dittatore italiano Benzino Napaloni – il barbiere, fuggito lungo il confine tra i due Paesi, viene scambiato per il Dittatore (cui somiglia in modo impressionante) e condotto a tenere il discorso solenne alla folla del popolo conquistato. È qui che il buon uomo esprime sinceramente il suo pensiero sulla dittatura e, più in generale, sulla guerra e lo spreco di energie che gli uomini mettono in atto per rivaleggiare e distruggersi tra loro, quando dovrebbero solo impegnarsi per la pace e l’armonia. Che poi è nient’altro che il sigillo di Chaplin. L’unico messaggio che lui abbia esplicitato verbalmente nei suoi film. Che poi, riassunto così, non rende granché. Ne riporto solo uno stralcio, quello che a me fa sempre scendere la lacrimuccia.

Mi dispiace, ma io non voglio fare l’Imperatore: non è il mio mestiere; non voglio governare né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca, è sufficiente per tutti noi; la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca fra le cose più abbiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l’avidità ci ha resi duri e cattivi; pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità; più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto.

Si potrebbe dire tanto su queste parole; tutte cose già dette. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici. Più che macchinari, ci serve umanità. Viene in mente la celeberrima scena di Tempi Moderni in cui Charlot veniva imboccato dall’infernale Macchina per il Pranzo, o anche quella, altrettanto impressa nell’immaginario comune, in cui diveniva un ingranaggio dei macchinari di fabbrica: simboli così ovvi eppure così efficaci della disumanizzazione portata avanti dal progresso, una costante nel pensiero di Chaplin.

Ma una cosa fra tutte colpisce e lo fa perché la si è notata per tutta la durata del film.
“Scusi, è permesso, posso entrare?”, chiede Charlot all’inizio, entrando in un rifugio alleato. Siamo nel bel mezzo della guerra e lui chiede il permesso. Scusi, posso entrare. Questo particolare mi ha mandata letteralmente fuori di testa, ho sorriso come un’idiota. Charlot è un brav’uomo. No, di più: è gentile. Con quest’ottica tutto assume un senso più compiuto: la riconoscenza del comandante Schultz verso l’amico, la bellezza solare e pura di Hanna, il tenero primo appuntamento fra i due, l’ingenuità del barbiere di fronte alla barbarie dei militari. E più oltre, il senso è ancora nei simboli: come la piantina.
La piantina che Charlot tiene in mano quando viene pestato nel ghetto; alla fine della colluttazione la tiene ancora stretta e non trova di meglio da fare che annusarla immediatamente, quasi a voler assaporare un intimo momento di serenità. Un momento che io, questa volta, ho colto. E ho sorriso un’altra volta, perché ho visto in quella piantina, come nella domanda di permesso per entrare, tutta la gentilezza del mondo che il film intende promuovere come valore assoluto; la gentilezza senza cui “la vita è violenza e tutto è perduto“.

È per questo che il finale non mi ha lasciato lo stesso senso di incompleto di quando avevo tredici anni. Non si sa che fine farà il barbiere, ma poco importa. Il vero scopo della pellicola, la sua conclusione perfetta e il punto di arrivo decisivo di Chaplin dopo una lunga serie di film muti e scene di grammelot che sembravano voler declassare il compito della parola, è quel discorso all’umanità che è invece il trionfo assoluto della parola. Uno sfogo in crescendo, tanto più contrastante con i silenzi di Tempi Moderni quanto più urgente era nel regista il bisogno di comunicare, a quell’umanità che andava in guerra, tutta la sua sincera preoccupazione.

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