Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio)

Dovrei farlo più spesso; andare a vedere un film senza prima averne visto il trailer. Ero convinta che Il Capitale Umano fosse un film drammatico alla Tutta la Vita Davanti, film peraltro molto ben fatto ma che, proprio per la sua natura di spaccato sociale che trasferivo anche un tantino sul personale, me l’aveva fatta prendere malissimo.
Invece l’ultimo film di Virzì te la fa prendere male, sì, ma riuscendo a intrattenerti narrando. Voglio dire proprio che è un film avvincente: lo si gusta col fiato sospeso e stando ben attenti a non perdere neanche una battuta, neanche un particolare.

Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Stephen Amidon (Human Capital, 2004), il film fotografa assieme l’alta e bassa borghesia della Brianza col pretesto di raccontare una vicenda noir. Attraverso tre cambi di punti di vista – tecnica narrativa che non riesco mai a non apprezzare, per quanto ultimamente si tenda a considerarla un po’ inflazionata, sia in letteratura che al cinema – si susseguono i fatti intorno a un incidente stradale che ha in qualche modo a che fare con le due famiglie Bernaschi e Ossola. Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), agente immobiliare, con la ricca famiglia Bernaschi condivide solo la figlia Serena (Matilde Gioli), che intrattiene una relazione col giovane (bietolone) rampollo Massimiliano (Guglielmo Pinelli), “il Massi”. Deciso a farsi la sua scalata sociale a tutti i costi, Dino sfrutta questo legame (che si rivelerà alquanto tenue) per entrare nel dopolavoro di tennis, poi nelle amicizie, infine nel fondo fiduciario di Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), indebitandosi fino all’osso. Il chewing-gum ossessivamente (e sonoramente) ruminato da Dino per la quasi totalità del film è un’etichetta puntuale, irritante e spietata di questo borghesuccio e del bagaglio di pochezza umana che si trascina dietro, assieme con la meschina disperazione di chi è pronto a far davvero qualsiasi cosa pur di riscattare una posizione mediocre.

La disperazione ricopre anche la figura di Carla (una bravissima Valeria Bruni Tedeschi), tanto fragile e gentile nel suo sospirare per un’ “altra vita” nel segno dell’arte, quanto pavida e incapace di perseguire fino in fondo quella strada di liberatoria perdizione che trova nel tradimento con un critico teatrale, tradimento che, più che ai danni del marito, sembra fatto ai danni della stessa vita che si è scelta.

La disperazione è anche quella dei giovani, dall’incolore Massi alla passionale Serena al disgraziato Luca; giovani verso i quali il regista (e questo è anche un po’ nel suo stile) sembra strizzare l’occhio con paterna comprensione. Giovani che creano disastri più grandi di loro, circondati dal vortice delle apparenze, addormentati sui soldi dei genitori, inconsapevoli spettatori di una decadenza inarrestabile di fronte alla quale riescono ad armarsi solo di inutile leggerezza e buoni sentimenti. Incapaci anche loro, ma sentimentali, come se quella fosse l’unica risorsa, l’unico capitale umano di cui dispongono. È anche un po’ questo il significato del titolo, anche se lo si mette in relazione più che altro con i danni connessi all’incidente: il capitale umano, giuridicamente parlando, non è altro che l’insieme degli “affetti” che possono venir danneggiati dalla morte di un soggetto, insieme sulla base del quale viene calcolato l’ammontare del risarcimento.

Sulla spalle del capitale umano si regge la scommessa dell’alta finanza, la triste chiosa del film:

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Un film da vedere, a mio parere. Attenzione al vostro amico milanese che vi portate dietro al cinema (scusami, carissima Laura!): alla lunga l’accento lombardo (specie il brianzolo) risulta di un irritante che vorrete dirgliene quattro, poverino. (Niente contro i lombardi, ci mancherebbe, è pura considerazione linguistica!) E Dino Ossola con quella gomma lo sbiascica al punto di aprire le vocali ben oltre l’umana comprensione!

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