Ho sempre apprezzato il viaggio in modo particolare, al punto a volte di desiderare che non terminasse. Ed è strano, perché capitava anche in viaggi come quello da casa al mare per le vacanze: viaggi di cui non si può certo dire che la meta non mi interessasse. Eppure provavo un certo gusto nel prolungare mentalmente la durata del soggiorno in auto, ascoltando musica, cullandomi nelle mie storie immaginarie o sonnecchiando. Così, quella volta che andammo in Puglia, le sette ore che mandavano così nel panico mio padre io non le avvertii neppure. Un po’ adesso mi dispiace.
Durante le gite di classe, poi, specialmente alle medie, non era certo la meta a interessarmi quanto piuttosto il tragitto in autobus, sempre pieno di belle scene, futuri aneddoti di cui già pregustavo il ricordo condiviso coi compagni nel giro di qualche anno.
Avevamo poco da fare per impiegare il nostro tempo. E io amavo perderne, perché in realtà non era mai perso davvero.

Oggi che sono cresciuta e non posso permettermi di perdere tempo neppure in minima parte, le circostanze mi costringono a viaggiare. Arrivo a odiare il viaggio certe volte: i ritardi, le coincidenze, i minuti contati e sottratti al tempo da spendere con la persona che amo.
Però c’è ancora quel piacere sotteso. Lo avverto quando riesco finalmente a sedermi comoda per almeno un’ora, quando infilo le cuffie e mi concedo finalmente di perderlo, quel tempo. Chissà quanto ne ho lasciato sui treni. Passa sempre molto rapido, anche oggi. Perché forse la verità è che non riesco mai ad annoiarmi.
Magari, solo, passasse più lentamente il tempo in cui mi stringo a te.

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