Quando, in seconda superiore, maturai la decisione irremovibile che nella vita avrei fatto l’insegnante, desideravo più di ogni altra cosa fare la prof di liceo. Possibilmente un liceo come il mio, oppure un classico. E spesso, durante il percorso universitario che mi ha portata alla precarietà di una cattedra sì e no ogni due mesi, ho espresso questo desiderio unito ad un’esclusione a priori: “Alle medie solo se proprio devo.”
Il perché di questo giudizio incondizionatamente negativo sulla scuola media penso fosse radicato nella mia personale esperienza in quel ciclo. La Scuola Media italiana ha molti difetti, uno fra questi non è colpa di nessuno in particolare: è un percorso troppo breve. Così, siamo spesso portati a considerarlo “solo” un periodo di passaggio, in cui l’educazione, la didattica, i contenuti passano in maniera non sempre chiara, spesso in modo informe; né carne né pesce, proprio come l’età degli alunni che affrontano questo ciclo di studi.
Un altro blasone negativo, sulla bocca di tutti, era: “Quella è l’età peggiore. Non sono ancora ragazzi ma non sono neppure più bambini. Hanno la malizia degli adolescenti e l’infantilità dei bambini.”

È vero, è un mix micidiale. E tante volte anch’io, ripensando con gli occhi di un adulto i miei undici-tredici anni, sono caduta nel tranello di giudicarla la mia età peggiore, un momento in cui non ero niente o non ho imparato, costruito niente. Ma i giudizi a posteriori certe volte sanno essere più ingannevoli di quelli a priori: troppe cose sono lontane nella memoria, troppe altre ne sono accadute e sono andate a inserirsi tra quell’età e quella forse più complessa, senza dubbio più appariscente, che è l’adolescenza vera e propria. In questo caso, l’unica esperienza che può farti cambiare idea è quella che ti costringa a rivivere, con occhi esterni ma non più a posteriori, l’età che avevi ormai del tutto rimosso.

I miei preadolescenti sono chiassosi e vivaci. Amano esprimersi ad alta voce e, se non lo fanno, è perché sono troppo timidi o sono tristi per qualche motivo. Si picchiano, si montano addosso, si tirano i capelli e qualche volta si prendono a manate. Dei maschi solo alcuni hanno la voce appena un po’ più grave; la maggior parte sono bambini a tutti gli effetti, nani in tuta da ginnastica con movenze goffe e guancine rosa. Alcuni giocano a fare i bulli o a sentirsi grandi, ma il loro aspetto contrasta in maniera esilarante con le parolacce che provano a mettere in fila. Quelli che si atteggiano a playboys sono così teneri che non puoi che invidiarli: vengono a scuola con la camicia stirata, il colletto aperto sulla catenina d’acciaio, il capello fatto, e sono belli in un modo che solo le loro mamme sanno apprezzare (del resto, è la crescita). E piacciono alle ragazze nonostante sembrino dei bambini vestiti da copertina d’alta moda.
Le ragazze si dividono in due. Ci sono quelle ancora bambine e quelle che ci provano davvero, a fare le ragazze. Le seconde hanno già qualche forma, si truccano appena un po’, scrivono frasi a effetto sul diario, fingono di disprezzare i maschi. Le prime sono sportive, occhialute, portano i capelli lunghi scomposti o legati in una coda e sono sospese tra l’ammirazione e lo spaesamento di fronte agli atteggiamenti delle seconde; e non è che fingono di disprezzare i maschi, li disprezzano sinceramente. …Io alle medie.

I miei preadolescenti hanno in sé tutti i semi degli uomini e delle donne che devono nascere.
Alcuni di loro mi hanno detto “noi siamo il futuro”. Niente di più vero, ma spero che lo siano con una guida adatta. Perché il mondo che li circonda, oggi, ha tinte fosche e contorni non ben definiti. Offre loro tutto ciò che può esistere di superfluo nella frazione di un nanosecondo, mentre toglie loro gradualmente e in modo impercettibile, ogni giorno, l’indispensabile: certezze, denaro, opportunità. Il mondo si è aperto a 360 gradi davanti ai loro occhi, ma non hanno i mezzi per affrontarlo.
Ecco perché rimango in Italia e non vado a offrire i miei brontoloni a bambini svedesi o tedeschi: non penso che i miei brontoloni valgano a salvare qualcuno, ma se possono farlo, sicuramente ce n’è più bisogno qui che altrove.

Parlerò più spesso del mio mestiere, perché un giorno, quando sarò stanca e invocherò la pensione imprecando come una camionista di ottant’anni che ha perso la dentiera sotto il pedale del freno, voglio ricordarmi dei motivi per cui vale la pena insegnare.

Il cervello, alle medie, ti viaggia a velocità supersonica. I passatempi più belli, quelli legati ai tuoi talenti, li scopri alle medie. Le prime amicizie vere le stringi alle medie. L’amore vero, quello che non tornerà mai più, quello che ti toglie la fame e la sete, quello che è strano e informe e colloso ma potente come una folgore, è solo quello delle medie.
Vale la pena insegnare perché l’età dei miei studenti, quella che rivivo ogni anno attraverso di loro, con sguardo divertito e nostalgico, è in realtà l’età più bella. 

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