Ci vuol coraggio.
Una volta, quando ero alle elementari, la maestra della classe accanto chiese alla mia se le andava di prestarle “la Martina” per sfidare il suo campione di matematica. “Prestami la tua”, anzi, così disse. Io avevo una gran paura a misurarmi con un bambino più grande di me in un’operazione a mente, però ci provai. Naturalmente persi. Il bambino in questione si è laureato in matematica applicata o roba simile ad una facoltà di quelle per eccellenze. Però avevo avuto il coraggio di provare.

Non mi è mai mancato, neppure quando sapevo che una sfida era impossibile. Anzi, più la sfida era impossibile, maggiore era la mia voglia di cimentarmi in essa, più probabilità di insuccesso c’erano, più io mi ci buttavo a capofitto.

Ho considerato a lungo tutto questo un pregio. Mi ha aiutata in molte occasioni, in effetti: una fra tutte, l’inserimento nel lavoro. Buttarmi in un’impresa nuova partendo da zero, come quando mi chiusero in quella classe per la primissima volta, senza un preavviso né qualche raccomandazione. O come al negozio. Osare e non aver mai paura mi ha aiutata a guadagnare la stima sul lavoro.

C’è un campo in cui, però, questa mia attitudine titanica produce sconfitte pericolose. La tendenza all’autodistruzione, tipica di molti esseri umani (ma non di tutti), va maneggiata con cura e forse io non lo imparerò mai.

Ma la verità, lo dico in mia discolpa, è che certe sfide hanno l’aspetto di percorsi in discesa. Hanno un sorriso, due occhi profondi e dolci, un temperamento trascinatore, e sembrano venute per salvarti dalla distruzione dopo qualche altra guerra. Ti credi al sicuro per qualche istante ed è così che decidi di affrontare anche questa, che sembra soltanto una bella avventura da cui uscirai, finalmente, vincitrice.
Poi la strada inizia a salire. Diventa una salita dolce. Piccoli sassi su cui inciampare. Ogni tanto una buca in cui manca qualcosa, ma pazienza. Fai l’errore di metterci il piede dentro, e qualcosa ti dice che quella salita si inasprirà. Ma è stata così bella la discesa dell’inizio, ti sentivi così bella, così desiderabile e piena di luce, che vale sicuramente la pena di salire più in alto. E richiami a te tutta la forza che hai nelle gambe e nelle braccia. Perché a un certo punto la salita diviene proprio ripida. La spinta di quegli occhi scuri e sorridenti è l’unica cosa che ti dona forza, ma per il resto sei sola. Non c’è una fune a cui aggrapparsi, non c’è un sostegno e sai che se cadrai, sarà il vuoto ad accoglierti.
Allora spingi. Spingi non sai neppure come. Il sudore ti cola lungo il collo, le mani si graffiano sulla roccia e perdi sangue. Il dolore ti si irradia nel petto e già ti suggerisce, piano piano: “Molla la presa”. Chiedi aiuto dall’alto, da quel punto luminoso che ancora vedi, ma da lassù arrivano solo risposte nebulose. “Adesso non è il momento”, “Ci sarà tempo.”
È qui, in questo punto esatto, il discrimine fra un eroe e un titano. Fra un semidio coraggioso ma devoto e un mostro gigante, traboccante di potere, che osa sfidare Zeus. Fra un essere umano e qualcuno che aspira al massimo.
E arriva la tempesta. La grandine. Gli occhi si riempiono di ghiaccio e le lacrime scavano solchi sul viso. E vai avanti, una mano alla volta, un piede alla volta. continui a scalare quella che è diventata una parete di roccia piena di vetri rotti, di lame e di “sarà”. Continui, drogata da quegli occhi e riscaldata da una fiamma che non si spegnerà mai, perché è tutta tua.

Scali la torre. Porti quel tuo fuoco su una torcia trionfale. Piovono fulmini adesso. E dalla cima più nessuna risposta. Tutto tace. Sei sola. Chissà quanto sangue stai perdendo, ma la tua torcia è ancora lì.
Una mano, poi l’altra. Le dita si chiudono sull’ultima pietra appuntita, si tagliano, sanguinano. Il sangue gocciola giù, nel vuoto, inghiottito dalla nebbia. Per un attimo guardi in basso ed è lì che qualcosa ti si spezza dentro: è solo il tuo sangue che vedi, una pioggia di sangue che scende. Nient’altro.

Sei arrivata. E, come un miracolo divino, la tua torcia è ancora accesa. Avresti potuto spegnerla appena iniziava la salita, ma l’hai portata fin lassù. Hai vinto. Sei tu il dio.

Poi un singolo fulmine squarcia l’aria. Spezza la torre dalle fondamenta. L’ultima visione che hai sono quegli occhi, l’ultima cosa che riesci a udire sono parole senza significato. Prima di cadere a testa in giù nel vuoto.

Le ossa spezzate, il collo riverso, una pozza di sangue. Non sai su che suolo sei morta, ma conta poco. La torcia è rimasta accesa, ma ti intacca i vestiti. Il fuoco consuma lentamente tutti i tuoi resti informi, divora le tue povere ossa, i tuoi capelli e il sangue.

Poi, finalmente, si spegne.

Cosa conta di più, alla fine? Il mio traguardo l’ho raggiunto, quel che volevo salvare non si è perduto per causa mia. Potrei chiamarla comunque stupidità, testardaggine; qualcuno lo farebbe.
Cosa conta di più, alla fine? Vorrei forse essere te, sulla cima della torre, indifferente al calore devastante del mio fuoco, immobile nell’eternità dell’adorazione? No. Perché niente è eterno, neppure la convinzione di essere rimasti lassù, dove ci si sente dèi senza avere il coraggio di provarlo. La torre è crollata, la differenza sta solo nel saperlo oppure no.

E poi ti rendi conto che non c’è fine alla sfida. Che la sfida più grande viene ora.

È un tunnel buio e lungo. Le ossa fredde e sanguinanti. E nessuna torcia a illuminare.

torre

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