C’era una volta, come al solito, una principessa. Del resto è una fiaba qualunque. Che fosse bella, dolce, piena di vita, anche queste son cose da fiaba qualunque, pertanto abbastanza superflue da sottolineare.
Quel che forse non si sa è che quella dolce creatura, nata nell’amore e nella ricchezza, portava dentro di sé un oscuro segreto. Era un seme velenoso che un giorno, chissà come, aveva inghiottito per errore. Nessuno se n’era accorto, neppure lei. Col passare degli anni il seme velenoso si era adagiato nel suo morbido stomaco. Aveva buttato fuori una tenera piantina velenosa. Piantato sottili radici velenose. Ma tutto questo senza che la salute della principessa si intaccasse. Senza alcun sintomo visibile. Solo una cosa accadeva: qualche volta, nella solitudine della sua stanza, la principessa piangeva senza un motivo. Lacrime piccole e amare che non avevano un’origine né una soluzione. All’inizio accadeva di rado.
Con gli anni la principessa crebbe. Iniziò a dubitare delle cose più semplici: a volte, per esempio, si domandava se i suoi genitori l’amassero davvero. Si chiedeva spesso se i complimenti che riceveva fossero genuini o soltanto piaggeria. “Sono davvero così bella?”, si chiedeva. “Sono davvero così brava? E se fossi stupida, cattiva? Di certo nessuno avrebbe il coraggio di dirmelo, mai.” E la piantina, che le cresceva rigogliosa nel fertile stomaco, iniziò a far spuntare i primi boccioli.
Alcuni principi dei regni vicini vennero a chiedere la sua mano. Come succede in tutte le fiabe qualunque, insomma.  La principessa, che era gentile, sorrideva a ognuno di loro. Poi sulla piantina s’apriva un fiore, poi un altro. E lei si chiedeva se non fossero tutti sciocchi a volerla in sposa, oppure – ancora peggio! – se non fossero in realtà tutti là unicamente per prendersi gioco di lei. Ma – l’abbiamo detto – era gentile e inoltre, cosa che invece non si è detta, la principessa aveva tanto amore dentro di sé e voleva a tutti i costi spartirlo. E così decise di darsi una possibilità. Ma diffidava di chi la lodava e le dichiarava addirittura di volerle bene: del resto, non si riusciva mai a distinguere il vero dal falso in simili parole. Il suo istinto se l’era divorato tutto la piantina velenosa, i cui fiori erano ormai belli grandi e profumati. E più la principessa distribuiva il suo amore, più tutto quel che le tornava indietro se lo divorava la piantina. Più disperatamente e appassionatamente amava, più sentiva di non ricevere niente in cambio, perché tutto veniva risucchiato dall’avida e crudele piantina. E più passavano gli anni e più la sua pelle impallidiva, i suoi occhi pieni di vita si offuscavano, il suo sorriso sbiadiva. Lentamente moriva, sola e abbandonata, in compagnia dell’unica amica che si era scelta per sempre: la piantina.
Un giorno il figlio del Mago decise di chiedere la mano della principessa. Aveva in mano una piccola pietra come dono. Lei, debole e malata, alzò appena il viso e lo riconobbe. All’improvviso, dalla sua bocca graziosa spuntò una foglia. Poi un ramo verde. Poi un altro. A poco a poco strisciarono fuori mille rami prima sottili, poi grossi, frondosi, carichi di fiori il cui polline esalava un profumo letale. Il figlio del Mago sfoderò la spada e recise alcuni fiori, ma quelli ricrescevano subito. Lui non si arrese e gettò un’altro dono ai piedi della principessa: un anellino. I rami divennero più grossi e si coprirono di spine. Il figlio del Mago rimase ferito dalle spine, ma gettò un altro dono, una collana, ai piedi della principessa. I rami crebbero. S’infittirono. Le spine graffiavano la carne, i fiori infettavano il sangue. Ben presto tutta la stanza divenne una foresta di rovi velenosi. E il figlio del Mago continuava a recidere rami con la spada e a gettare piccoli doni al di là della crudele foresta, nella speranza di raggiungere il cuore della principessa, laddove le radici della piantina si erano strette in una morsa d’acciaio. Ma era tutto inutile. I rami velenosi lo spingevano lontano, sempre più lontano. Lo ferivano e lo fiaccavano, si nutrivano del suo sangue e del suo sudore. Per giorni e giorni il Figlio del Mago continuò a combattere per giungere dall’altra parte della foresta. E più passava il tempo più le sue forze venivano meno. Solo il suo spirito resisteva. E continuava a gettare i suoi piccoli doni in pasto all’intrico di rami. Finché uno dei rami non lo trafisse. Tutte le sue forze lo abbandonarono e cadde morto.
Fu allora che la pianta si rese conto di ciò che aveva provocato. I fiori appassirono e piansero lacrime velenose. I rami si ritirarono. Le radici si estirparono dal cuore della principessa. La pianta morì. E la principessa fu sola per sempre.

Ora, mi rendo conto che questa sarebbe dovuta essere una fiaba qualunque e, come tale, a lieto fine e con una morale da fiaba qualunque. Ma l’alternativa era che la principessa, rendendosi conto di trovarsi di fronte al vero Amore, vomitasse la pianta con tutte le radici, liberandosene una volta per tutte.
Ma le principesse delle fiabe qualunque non vomitano. E la morale di questa storia è più utile di quella di una fiaba qualunque.

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