Quando nasciamo, abbiamo un budget. Come quando usciamo per fare la spesa e la mamma ci lascia una banconota con la raccomandazione di farci rientrare tutto, compreso la Nutella.
Abbiamo un equipaggiamento e con quello siamo chiamati a rispondere a ogni domanda che la vita ci porrà. Crescendo, poi, impariamo a scegliere tra le nostre armi quella che ci piace di più, quella che ci sembra più efficace o che ci ha già salvati in diverse situazioni: l’abilità di evitare le discussioni, l’ironia, la capacità di ascoltare, l’infallibile retorica…

Andiamo avanti così, confidando in quel superpotere che ci rende un pochino diversi dagli altri, l’asso nella manica da tirar fuori ad ogni evenienza, finché un giorno, immancabilmente, non ci imbattiamo nella kryptonite. O nella famosa foresta incantata in cui i nostri poteri non funzionano. O nel locale videosorvegliato dove non possiamo barare a poker. Insomma ci siamo capiti. Siamo costretti a cambiare strategia.

Ho iniziato a suonare quando ero piccola, ma non l’ho mai fatto in modo costante e con l’impegno giusto. Un classico per me, che avevo sempre campato di rendita anche a scuola, grazie a una mente che riusciva a fare più di un’operazione alla volta, a elaborare informazioni complesse e immagazzinarle con facilità. E per suonare ho sempre sfruttato il mio orecchio: è per questo che non ho mai veramente imparato a solfeggiare nel modo giusto e che di fronte a un pentagramma ci metto secoli per decifrare le note. Un po’ come con l’orologio a lancette, ma quella è un’altra storia.

C’è chi ha addirittura l’orecchio assoluto, che permetterebbe di riconoscere le frequenze al primo ascolto, senza avere alcun punto di riferimento. Io per fortuna non ho questa fortuna, altrimenti non avrei fatto neppure il minimo sforzo e non avrei neanche iniziato a studiare musica. A dire il vero, per accordare l’arpa ho bisogno di un accordatore preciso, perché a orecchio non ci arrivo bene. Ho tenuto l’arpa scordata per una settimana senza saperlo, e continuando a domandarmi perché mai fosse così orribile suonarla in quei giorni.

Al corso di teoria musicale e solfeggio, quella che doveva essere nella mia mente la più tecnica delle parti tecniche, ho ricevuto una batosta colossale. Il mio orecchio non mi è di alcun aiuto, nel riconoscere intervalli e tonalità. Per cantare una melodia leggendola sul pentagramma, o per improvvisare sul mio strumento. Niente di niente. Zero. Anzi. Forse mi è addirittura d’intralcio.

Per la prima volta, mi è stato detto di smettere di calcolare a orecchio ciò che dovrei cantare o suonare. Non l’avrei mai detto, eppure sembra che il suono lo si debba riconoscere in altro modo.

“È col cuore che lo senti.”

Ma che dice? Eppure non mi sembrava così rimbambito, il professore. Quindi forse avrà ragione.
Col cuore.

La dominante, la terza, la quinta, la sensibile. Riconoscere ad occhi chiusi ogni suono per la vibrazione che produce nel cuore, per il suo carattere, il sentimento che lo muove. La dominante, definitiva. La terza, apertura. Maggiore o minore. La quinta, movimento. La sensibile, precaria. E poi tutto il resto. Il cuore – non l’orecchio – assoluto.

E chi l’avrebbe mai detto che avrei spento l’orecchio per suonare.

Eppure adesso, quando faccio vibrare quei quattro suoni, con gli occhi chiusi e un sorriso, mi pare di sentirla quasi ridere, la mia arpa. Perfettamente accordata, posizionata sul mio cuore. E mi sembra che gli parli un po’ di più, in uno scambio amorevole di corde.

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