Nel Resto del Mondo


Gli angoli della bocca della Somma Leriel erano ormai immobili in quell’espressione fredda e confortante al tempo stesso, quella che Estelin aveva imparato a conoscere e, in alcuni momenti, persino a cercare. Quell’espressione che sapeva dare non una risposta, ma certo un senso alle sue domande.

<<Alcuni giorni si somigliano, Estelin-mael. Sono sicura che comprendi. Un lungo bagno freddo nel fiume, aggrappata a un mantello. Un addio gridato senza parole dalla riva del Delta, osservando quel che amiamo esser portato via da noi per sempre dal vasto mare. Sai dirmi quanto sono diversi? Sapresti contare le differenze che riconosce il tuo cuore? Potresti tentare per anni senza trovare nient’altro che sciocchi dettagli di superficie. E il perché lo conosci già. È questo, solo questo, l’unico motivo per cui sei qui. Perché tutto questo si somiglia. Perché viaggia con te. Da sempre. Da quando sei al mondo. E lo farà finché lascerai che sia così.>>

Estelin era in piedi, ma avrebbe tanto voluto sedersi. Taceva attonita, ma avrebbe voluto piangere ancora. Eppure sentiva che né l’una né l’altra cosa le appartenevano più.

<<Questo viaggio ci offre giorni di sole e di dolcissimo vento>> proseguì la Venerabile, afferrando con le sue mani leggere l’incensiera di madreperla. Soffiò lievemente su di essa facendone sprigionare un sottile fumo rosso. <<Tramonti che fanno tremare l’anima. Sorrisi che la rapiscono. Abbracci che la illudono di essere al capolinea del suo percorso nel mondo. E tutto questo è reale e vivo. E meraviglioso.>>

Un’altra lenta esalazione d’incenso. Gli occhi di Leriel si soffermarono sulle linee rosse che avvolgevano l’altare.

<<Poi, un giorno, piomba il buio. Ma non è certo un buio come quello che si annuncia al tramonto e che si ripete ogni volta, così sereno e disponibile, da prevedere e possedere. No, mia cara. È un buio del tutto incurante di noi. Fatto di silenzi e di cose che non sappiamo. Un mantello chiazzato di sangue, una fuga improvvisa: che differenza fa? È buio. E non lo sarebbe altrimenti. Siamo al buio. Tutto è buio. Ed è così naturale cercare di comprenderlo che da quel momento ogni nostra energia si concentra nel tentativo di dargli una spiegazione, di riempirlo di parole e di azioni. Vogliamo farlo nostro, crediamo di essere in grado di accendervi una luce. Ciò che comunemente chiamiamo “disperazione” non è altro che una speranza, la più violenta che abbiamo, cieca e irragionevole, che distrugge ogni nostra possibilità di vivere davvero. Disperatamente – così diciamo, in realtà violentemente sperando – deviamo i nostri cammini alla ricerca di una luce che non c’è, e solo chi ha la fortuna di arrivare dove sei tu ha l’opportunità di comprendere finalmente il suo errore. C’è chi vive innumerevoli vite solo aspettando, e questi sono gli esseri che meno comprendono il senso del loro viaggio. Chi vive cercando ininterrottamente è certo più vicino di questi ultimi, ma non ancora consapevole. Occorre passare attraverso ogni stadio per giungere alla verità. Chi conosce la vera disperazione, questa parola per secoli disprezzata e misconosciuta, l’unica sorgente di conoscenza, costui è il più vicino. La tua ricerca è quasi conclusa, Estelin-mael. Ecco il tuo buio. È questo il Confine. Il Confine tra ciò che è e ciò che non è. Tra quel che hai sempre creduto sulla Morte e sulla Perdita e quello che esse sono in realtà.>>

Estelin non aveva parole. Continuavano a salire e scendere in un canale che non sapeva localizzare. Puntò gli occhi sugli archi sopra di sé, sulla volta stellata del Tempio, nel tentativo di cacciare indietro ogni lacrima rimasta, di non pensare di aver vissuto solo un lungo e inutile errore.

<<So cosa provi>> disse la Somma Leriel. <<E so che non puoi credermi adesso, ma presto sarai felice. Tutto ciò che hai fatto finora ti ha condotta qui, mia cara. Ogni singolo giorno. Adesso sai perché sei venuta al mondo, ed è il motivo per cui la maggior parte di noi è qui. Tutti dobbiamo vedere il Confine prima o poi, perché la Vita, il Bene e l’Amore possano davvero avere altrettanto senso che la Morte e l’Indifferenza. Amare significa accettare che chi si ama possa scomparire da noi. Non possediamo nulla di tutto ciò che ci viene dato. Ogni cosa, ogni persona vive sul Confine e appartiene al Confine. Se possediamo il Confine, non abbiamo bisogno di cercare la luce. Essa sorgerà da sola, lentamente, e sarà bella in modo incomparabile a qualunque luce tu abbia mai visto. E quella luce, Estelin, non si spegnerà mai più.>>

Si racconta che un giorno Giove volle scendere sulla Terra per osservare il comportamento degli uomini. Prese l’aspetto di un uomo qualunque e, insieme col figlio Mercurio, venne in Grecia. I due pellegrini, così travestiti, cercarono un rifugio dove riposarsi. Picchiarono di porta in porta chiedendo ospitalità. Bussarono così a innumerevoli palazzi, ma dovunque furono scacciati e trovarono le porte serrate col catenaccio.

È notte. Sono sola. Ho chiuso a chiave la porta per non farmi trovare da te. Dico sempre che ho smesso di aspettarti, ma poi non so smettere davvero. Non so spiegarti perché pretendo sempre un segno da te: forse perché molti segni, inanellati giorno dopo giorno, fanno un amore ricco. Ed ogni volta ti chiamo, e tu rispondi. Ma poi sei di nuovo lontano ed io non trovo un altro modo di esserti vicino, che chiamarti, chiamarti continuamente, e gridare, per poi chiedere scusa per aver gridato. Allora forse è meglio se rimango qui, chiusa. È semplice chiamarmi quando sono lì per te. Forse, non trovandomi, mi chiamerai. Forse potresti addirittura gridare. O forse non lo farai.

Giunsero finalmente ad un povera capanna, ricoperta di canne e di erbe palustri, dove abitavano due vecchietti della medesima età: Bauci e Filemone. In quella capanna Filemone e Bauci avevano vissuto insieme fin dalla giovinezza; lì erano invecchiati senza vergognarsi della loro povertà e sopportandola serenamente, senza neppure sentirne il peso.
Nell’umile dimora era inutile chiedere quale fosse il servo e quale il padrone: vi erano due sole persone, e tutte e due comandavano e si ubbidivano a vicenda. Ma Giove e Mercurio trovarono pronta e cordiale accoglienza.

Quel giorno ti sorrisi. Fu facile. Avevo voglia di incontrarti. Il tuo invito somigliava ad un abbraccio, il maggior desiderio di chi è stato rifiutato. Lasciarmi accogliere in quell’abbraccio suonava perfetto. Non sei l’unico ad aver visto solo porte chiuse, sai? Non eri l’unico ad essere stato rifiutato.

Non appena furono entrati, facendo attenzione a chinare la testa per non batterla allo stipite della porta che era troppo bassa, il vecchio li invitò a riposarsi porgendo loro una panca sulla quale l’accorta Bauci aveva steso un tappeto molto rustico. Quindi la buona vecchietta allargò con le mani le ceneri tiepide del focolare e, per riattizzare il fuoco del giorno prima, lo alimentò con foglie e pigne secche, e ne fece sprizzare la fiamma soffiandovi sopra con quel poco fiato che ancora le rimaneva.

Ma se l’amore è come un fuoco, come dicono i poeti, prima o poi si spegnerà. È inevitabile. Se vuoi puoi soffiarci sopra. Soffiaci, amore. Ma non lasciare che sia soltanto io a soffiare: il mio fiato, come la mia vita, finirà. È inevitabile. Pensavo…sarebbe bello se la vita, il fiato e l’amore finissero nello stesso momento. Non soltanto per noi due, ma per il mondo intero. Non credi?

Prese poi legna e rami di pino ben secchi e li spezzò per metterli sotto al piccolo paiolo; poi iniziò a pulire la verdura raccolta dal marito nell’orto coltivato con molto amore. L’altro con un’asta forcuta tirò giù un coscio di maiale affumicato appeso alla trave, ne tagliò una fetta sottile e la mise a cuocere nell’acqua bollente.
Ed ingannavano il tempo discorrendo.

Le parole spese, quelle non pronunciate. Quante cose è possibile gettare nel pozzo di noi due. Potrei arrivare a non vederne più il fondo, a dimenticare il primo giorno che ti ho visto, il primo giorno che, fissando i miei occhi nei tuoi, mi sono chiesta quante cose ci saremmo detti. Quante parole spese, quante non pronunciate da gettare nel pozzo di noi due.

Infine il buon vecchio, spiccato da un chiodo un bacile, lo riempì d’acqua tiepida e l’offrì agli ospiti perché potessero lavarsi i piedi. Quindi gli dei si adagiarono su un povero lettuccio di legno di salice, ma con un materasso di soffice alga, sul quale fu distesa la coperta dei giorni festivi; una coperta vecchia e misera adatta a un letto di salice.
La vecchietta cominciò a preparare la tavola. Era una tavola a tre gambe, e dovette cercare una zeppa, perché una gamba era più corta. Quando l’ebbe ben pareggiata, ne strofinò il piano con la menta fresca e vi servì in piatti di coccio le olive, sacre alla casta Minerva, le corniole dell’autunno conservate in salamoia, indivia e rafano, formaggio fresco e uova assodate nella cenere calda. Dopo fu portato in tavola un rozzo cratere, anch’esso di coccio, e coppe di faggio spalmate, nel cavo, di bionda cera.
Poi venne servito il vinello nuovo, poi la frutta. Noci, fichi secchi insieme ai datteri, e prugne, e mele profumate e uva. In mezzo, un candido favo ricolmo di miele. E tutto era condito con il sorriso.

Non importa quanto potesse apparire imperfetto quello che facevi per me. Ogni cosa, anche la più maldestra, mi ricordava che sono bella. Che sono perfetta per qualcuno. Che valgo le parole di qualcuno.

Senonché, durante il pasto, notarono che ogni volta che il cratere rimaneva vuoto, spontaneamente si riempiva da solo, come se il vino sorgesse su dal fondo.
Filemone e Bauci furono presi da timore, e levando le mani al cielo invocarono perdono per i rustici cibi e per la povertà della loro casa.
I due vecchi si preparavano ad uccidere l’unica oca che possedevano, in onore degli dèi loro ospiti. L’oca, svelta, svolazzando qua e là, trovò rifugio in grembo a Giove.
“Sì, siamo dèi”, dissero “e i vostri empi vicini subiranno la punizione che hanno meritato; voi invece, abbandonate la vostra casa e seguiteci sulla cima del monte”.

Forse ho sempre, soltanto fatto l’errore di attendere un miracolo. Ma sono una sciocca e l’Amore mi è sempre sembrato questo: un enorme miracolo, fatto della stessa sostanza di cui, se esiste, dovrebbe essere fatto Dio. Un miracolo giusto, che avrebbe distrutto tutto il dolore e mi avrebbe portata in alto.

I vecchietti ubbidirono, e, preceduti dagli dei, appoggiandosi ai loro bastoncelli, salirono lentamente per l’erto pendio. Volgendo gli occhi in basso, scorsero tutte le cose dintorno sommerse da una palude; solo la loro capanna era salva. Mentre essi, stupiti, compiangevano la sorte dei vicini, la vecchia capanna, piccola perfino per due soli padroni, si trasformò in un tempio: i pali si trasformarono in colonne, la paglia divenne oro, il pavimento si coprì di marmo, le porte s’intarsiarono di magnifiche sculture.
Infine, Giove chiese loro di esprimere un desiderio.

Da quando tu ci sei, io sono ricca. Ma i rapporti sono cose imperfette, amore mio. Sono fatti solo di desideri. Niente sarà perfetto, finché tu e io saremo persone diverse; quindi non lo sarà mai. Ed io non voglio che tu e io diventiamo una coppia di quelle che marciano ancora sì, ma per inerzia, che quando invecchiano si ritirano in due angoli di questa casa, che è il tempio del nostro Amore. Che non possono più accarezzarsi. Che non ridono più di qualcosa che solo loro sanno. Perché ogni parola spesa appariva sempre più inutile e faticosa. Perché non c’era tempo per pensare a come condividere un gesto e un bacio, se non quando era tutto più facile. La vita è una strada lunga e tutta in discesa, da un certo punto in poi. Chi ci aiuterà a superare la fine, se non ci tiene stretti l’Amore?

Scambiate poche parole con Bauci, Filemone rispose: “Chiediamo di essere sacerdoti e di poter custodire il vostro tempio; e dal momento che abbiamo trascorso insieme, nell’amore e in accordo, tutta la vita, desideriamo di morire nello stesso momento. Che io non debba vedere la morte della mia sposa, né lei la mia.”

Non voglio mai più sentirmi sola. Quando sarà finita l’era degli amici, quando anche i figli se ne saranno andati, chi mi terrà compagnia? Chi mi stringerà in un abbraccio, l’ultimo, facendomi sentire che per me vale ancora, persino in quel momento, vale ancora la pena di spendere una parola?

Un giorno, si trovavano per caso sui gradini del tempio a narrare questa storia ai visitatori. Mentre parlavano, ad un tratto Bauci vide Filemone coprirsi di fronde. Filemone vide Bauci coprirsi di fronde. E mentre sui loro volti cresceva una cima d’albero, i due sposi continuarono a scambiarsi parole. Parole d’amore, parole di saluto. Parole. Fino a quando fu loro possibile, così continuarono a parlarsi l’un l’altra.

“Addio, amore mio”, si dissero a un tempo, e la corteccia chiuse in un medesimo istante le loro labbra, per sempre.

baucis-and-philemon

“L’idea all’inizio non pare molto originale, tuttavia l’autrice ha saputo gestirla con suggestione, ricreando atmosfere e immagini in maniera evocativa (ottima quella dell’incontro col vecchio Uban) per inoltrarsi in territori dell’intreccio sempre meno banali e prevedibili. Il testo si lascia leggere piacevolmente, anche grazie a una buona caratterizzazione dei personaggi che appaiono ricchi di spessore e chiaroscuro. (…) L’autrice possiede un’immaginazione molto fervida, sia in merito all’intreccio sia riguardo le descrizioni (di personaggi – sia umani che creature fantastiche – e ambienti), che non risultano mai né piatte e dozzinali né troppo cariche e minuziose. Ottimi gli espedienti della campana minacciosa dei Gestori della Biblioteca.
Tutto il testo risulta ben equilibrato e, se snellito di qualche parolina qua e là e velocizzato nell’incipit, può interessare un pubblico più ampio di quello tradizionale. È un fantasy di stampo classico che possiede tuttavia una cifra personale e racconta qualcosa di nuovo.”

Questo è un estratto dalla recensione del mio romanzo, arrivato tra i primi cinque finalisti del Premio Odissea 2013 indetto da Delos Books. Purtroppo non ho vinto, nonostante le note positive ricevute. Il problema strutturale maggiore del mio romanzo, a detta dei giudici, era (me l’aspettavo) la sua non-autoconclusività, che lo rende praticamente un rischio per qualsiasi editore che intenda scommetterci.

Prendo molte delle criticità evidenziatemi come un elemento in più per lavorare sulla “vendibilità” del mio libro. Spero che sia un passo avanti verso quel sogno della pubblicazione che ogni tanto torna a farsi prepotente nella mia testa 🙂

Una Finale che mi restituisce speranza…e un Finale (quello del libro) da rivedere, perché è evidente che, pur trattandosi del primo di una trilogia, devo trovare il  modo di renderlo il più possibile autoconclusivo se voglio avere più possibilità di essere pubblicata.

Lasciamo dunque che Juin e compagni risorgano… e devo dire che non aspettavo altro.

Éowyn guardò Faramir a lungo e senza abbassare gli occhi; e Faramir disse: “Non deridere la pietà, dono di un cuore gentile, Éowyn! Ma io non ti offro la mia pietà, perché sei una dama nobile e valorosa e hai conquistato da sola fama e gloria che non saranno obliate; e sei una dama tanto bella che nemmeno le parole dell’idioma elfico potrebbero descriverti. E io ti amo. Un tempo ebbi pietà della tua tristezza. Ma ora, se tu non conoscessi la tristezza, la paura o il dolore, se tu fossi anche la benefica Regina di Gondor, io ti amerei lo stesso. Non mi ami tu, Éowyn?”
Allora il cuore di Éowyn cambiò ad un tratto, e fu ella finalmente a comprenderlo; e improvvisamente il suo inverno scomparve, e il sole brillò in lei.
“Questa è Minas Anor, la Torre del Sole”, ella disse; “e, guarda!, l’Ombra è scomparsa! Non sarò più una fanciulla d’arme, né rivaleggerò con i grandi Cavalieri, né amerò soltanto i canti che narrano di uccisioni. Sarò una guaritrice, e amerò tutto ciò che cresce e non è arido”. E di nuovo guardò Faramir. “Non desidero più essere una regina”, disse.
Allora Faramir rise, felice. “Meno male”, esclamò, “perché io non sono un re. Eppure sposerò la Dama Bianca di Rohan, se ella lo vorrà. E se ella lo vorrà, potremo attraversare il Fiume in giorni più felici e dimorare nello splendore d’Ithilien e coltivarvi un giardino. Ogni cosa vi crescerà con gioia, se coltivata dalla Bianca Dama”.
“Devo dunque lasciare il mio popolo, uomo di Gondor?”, ella disse. “E vorresti che la tua gente orgogliosa dica di te: “Ecco un signore che ha domato una selvaggia fanciulla del Nord! Non vi era dunque una donna della razza dei Numenoreani ch’egli potesse scegliere?””.
“Lo vorrei”, disse Faramir. E la prese fra le braccia e la baciò sotto il cielo assolato, e non si curò di essere in piedi sulle mura, visibile a molti. E molti infatti li videro, e videro la luce che brillava intorno a loro mentre scendevano dalle mura e si recavano, mano nella mano, nelle Case di Guarigione.

E al custode delle Case Faramir disse: “Ecco Dama Éowyn di Rohan, ed ora è guarita”.

Je voudrais revenir à Paris. 
Les maisons, un silence bizarre, mes couvertures.
Un ascenseur, une promenade au marché et mon assiette,
bourrée d’erreurs. 

Sentir le soleil d’un hiver inconnu sur la peau. 

Je voudrais revenir à Paris. 
Paris meme où
dans des nuits comme celle-ci
j’aurai voulu revenir chez moi.  

 

Vorrei tornare a Parigi.
Le case, uno strano silenzio, le coperte.
Un ascensore, un giro al mercato e il mio piatto,
pieno zeppo di errori.

Sentire il sole di un inverno sconosciuto sulla pelle.

Vorrei tornare a Parigi.
La stessa Parigi in cui
in notti come questa,
avrei voluto tornare a casa.

(parte 3)

Emina attese. Guardò Delynn, che sedeva compostamente sulla sedia che un tempo aveva occupato a pranzo, anche se con tutta probabilità neanche se lo ricordava. Leriel stava in piedi silenziosa, appoggiata ad una colonna di pietra.
Non furono i medici a venire da loro: nella Sala entrò Iarea, tutta curva, con le lacrime che sgorgavano abbondanti sulla faccia rugosa. Cosa ci fosse da piangere con tanta disperazione, Emina non l’avrebbe mai capito. Ma capì – e lo capirono anche le sue sorelle – quello che la vecchia nutrice non espresse a parole.

 A Delynn sembrava che ci stessero mettendo troppo, i funzionari del castello. Forse si erano dimenticati di loro. Non potevano andare a visitare la camera del padre senza l’annuncio ufficiale, ed era già un’ora che aspettavano lì come delle stupide.
Emina, sparita per qualche secondo nella stanza accanto, stava tornando con una scala.
La posizionò alla parete.
«Aiutatemi. Ho giurato che sarebbe stata la prima cosa che avrei fatto.»
Delynn si alzò e, malgrado il sonno, si mise ad aiutarla a tirar giù dal muro quell’orribile tela.
Ma, appena Leriel si fu mossa per venire a dar loro una mano, un rauco grido di protesta si levò dal corridoio ovest.
Le tre donne si fermarono a metà dell’opera, mentre il vecchio e traballante Conte di Grimlen, nella sua vestaglia rossa, faceva il suo ingresso nella Sala.
«Cosa cercate di fare?» rantolò. Fu sul punto di cadere e si aggrappò ad un pilastro. Leriel corse a sostenerlo.
«Finché io…» gracchiò il Conte, tenendosi alle braccia della figlia maggiore, «…Finché io sono vivo, quello dovrà rimanere lì dov’è!»
E detto questo, si divincolò dalla presa di Leriel e ripercorse il corridoio, zoppicando e tossendo, fino alla sua stanza.
Delynn, Emina e Leriel non lo seguirono, ma rimasero a fissarsi l’una l’altra, impallidite.
«Ebbene?» fu Delynn a parlare.
«Mi pare chiaro che abbiamo frainteso» disse secca Emina.
«Come si può fraintendere la morte?» domandò Leriel. «…Che si sia ripreso dopo che sono uscita?»
Nessuno rispose.
«Su, rimettiamolo alla parete.»

 Il giorno seguente, assieme alle sorelle, Leriel tornò a far visita al padre. Lo trovarono al solito posto, coperto fin sotto il mento, i capelli bianchi sul volto.
Aprì gli occhi quando le sentì entrare. E quando Emina gli prese la mano e si sedette di fianco al letto, reclinando il capo verso di lei, disse stancamente:
«Figlie mie…Il mio tempo sta per finire. Prima del calar del sole, sarò al di là di questa vita.»

 Emina incrociò Iarea mentre percorreva il corridoio centrale. Attese che fosse lei a parlare. Finalmente, dopo qualche altra lacrima, la nutrice disse:
«Vi sono vicina nel dolore, milady. I funerali si terranno domattina.»

 «…E ora è il momento di farlo sparire» dichiarò Emina issandosi sulla scala per raggiungere il grande ritratto. Delynn esitò per qualche secondo, poi si avvicinò.
«Ha voluto logorarci il fegato sin nella morte» disse con una risata amara.
Leriel stavolta non le aiutò, ma rimase a guardarle in dignitoso silenzio.
E proprio quando il ritratto era già deposto a terra e Delynn stava per tirare un respiro di sollievo, improvvisamente lo videro di nuovo.
Lì, sulla soglia dell’ingresso.
«Credevo di essere stato chiaro!» abbaiò il Conte, precariamente appoggiato al suo bastone. Respirò a fatica. «Non…tollererò…che mi oltraggiate ancora!»
E strisciò via, incollerito, col corpo e col viso appiccicati alla parete.

 «Cos’è questa storia?» chiese Emina alla vecchia Iarea. Leriel non l’aveva mai vista così tesa.
«Bisogna portare pazienza…» rispose quella. «Temo che dovrete attendere ancora qualche giorno.»
E detto questo, le lasciò lì, sole e mute: Emina che si mordeva nervosamente le unghie, Delynn che si faceva aria col ventaglio ostentando una falsa rassegnazione, e Leriel che per la prima volta non sapeva darsi una risposta.

 Ma sette giorni passarono senza che la salute del Conte desse segni né di miglioramento né di peggioramento. Ogni giorno Emina tornava in quella stanza, seguita da Delynn e Leriel; e ogni giorno suo padre apriva gli occhi, le guardava e diceva che prima del calar del sole sarebbe stato oltre questa vita.
Otto giorni, nove. Dieci. E ognuno di questi, ogni ora, ogni maledettissimo minuto, suo padre era in fin di vita, ma niente di più.

 Dopo quindici giorni di permanenza a Grimlen, Delynn ricevette una missiva dalla Marca di Theun: suo marito, preoccupato, chiedeva quale fosse il motivo che la tratteneva così a lungo. C’erano forse problemi giuridici legati al testamento?
Ma quale testamento!, Delynn scagliò la lettera con stizza contro il muro. Se non c’era neppure il defunto!
Ne sarebbe impazzita.

Leriel, chiusa nella propria vecchia stanza, pose le sue domande alla Dea.
Non era ancora il momento?
La Terra aveva deciso di punire lei e le sue sorelle?
O forse rifiutava di accogliere suo padre?
Non ebbe risposta.
Si alzò in piedi. Ringraziò la Dea. E chiese perdono a sua madre.
Di fronte al silenzio degli dèi, l’animo umano necessariamente si arrende.

 All’arrivo del notaio, una grigia mattina, Iarea trovò con sorpresa che tutte e tre le figlie del Conte se n’erano andate.
Dalle scuderie venne a sapere che lady Emina aveva fatto preparare cavalli e carrozza la sera precedente, ed era partita verso la Contea di Padrath, con l’intenzione di non fare più ritorno.
La Marchesa Delynn era stata raggiunta il giorno prima dal marito, che l’aveva condotta via mentre, dicevano, strillava come in preda alla follia che tutto l’oro, i vestiti e le scarpe della Marca di Theun erano perfettamente sufficienti a farla felice.
Quanto alla Somma Leriel, aveva ringraziato e si era fatta allestire una carrozza con due cocchieri per recarsi il più rapidamente possibile a Besadhil. Si era congedata invocando, per qualche oscura ragione, la misericordia e il perdono della Dea Terra su di sé, sul castello e sull’intera Contea.
Iarea non riusciva a immaginare cosa avesse loro impedito di attendere un giorno di più. In fondo, le aveva avvertite che ci sarebbe stato un ritardo per la lettura del testamento: il notaio e il suo accompagnatore, sir Ghantar di Hail, cugino del Conte, erano rimasti bloccati sulla via per colpa di un incendio.
Ma, del resto, in quei giorni le Contessine non avevano avuto che comportamenti strani. Dopo la morte del Conte, avvenuta l’indomani del loro arrivo, Iarea le aveva viste spesso andare e venire come in processione, tutti i giorni, da una stanza vuota contigua a quella, ormai chiusa, da cui era stato portato via il defunto. A fare che, non si sapeva.
In più, non si erano neppure presentate ai funerali. E avevano tolto e riappeso quella vecchia cornice col ritratto del Conte almeno una dozzina di volte, senza motivo.

La nutrice nascose l’imbarazzo e fece accomodare i due ospiti.

Io, Relidor Marbred Conte di Grimlen,
con la fede del Re e degli dèi, lascio tutti i miei averi,

spartiti in egual misura, a chi presenzierà alla dichiarazione delle mie ultime volontà;
e l’amministrazione della Contea al mio fedele cugino e socio, sir Fortred Ganthar,
che nomino mio successore.

Al termine della lettura, Iarea lanciò uno sguardo interrogativo al notaio e poi a sir Ganthar accanto a sé. Fatta eccezione per loro, la stanza era vuota.
«La carta parla chiaro, milady» fu la spiegazione del notaio.
«Venite, Iarea» disse Ganthar sorridendo sotto i baffi. «Mostratemi il castello, prima che vi consegni la parte che vi spetta.»

 La Sala da pranzo era quasi buia.
«Immagino che vorrete toglierlo» disse Iarea accennando al grande quadro.
«No…» rispose il Conte Ganthar. «Penso proprio di no.»
Dall’alto della parete, gli occhi dell’uomo nel quadro li fissavano. Per un attimo, parvero quasi accendersi di trionfo.
Ma era soltanto un bagliore proiettato dalla guizzante fiamma delle candele. 

Martina C.
(parte 2)

Emina lasciò che il vento spargesse le sue ciocche rosse confusamente qua e là.
Dal balcone poteva vederli: prati, campagne, foreste… La libertà di rincorrerli leggera, sola, come aveva sempre sognato, aveva un prezzo: il denaro che presto sarebbe arrivato.
Qualcuno si avvicinò.
«Milady, i vostri cavalli sono pronti, come avete ordinato.»
Riccioli neri, occhi scuri ed una corporatura possente, aveva tutto ciò che una donna poteva desiderare in un uomo. Emina gli sorrise maliziosa.
«Di già?» disse. «E tu sei pronto, Meirar?»
Meirar la prese fra le braccia. «Dunque stai per partire davvero? Te ne andrai per sempre?»
«Ti ho offerto la possibilità di seguirmi, cosa vuoi di più?»
Lui si sporse per baciarla, ma Emina si sottrasse, cullando dentro di sé la deliziosa sensazione di tenere in pugno il cuore di un uomo. Meirar la lasciò sgusciare via, seguendola con uno sguardo perso che non fece che alimentare il suo divertimento.
Emina raggiunse la propria stanza. Non le dispiaceva affatto dover lasciare i luoghi dell’infanzia: solo lasciare le tracce di sé che echeggiavano ovunque la infastidiva e non poco.
Tanto per cominciare, lo specchio l’avrebbe portato via. Vi si guardò dentro e vide quella che era alla luce del sole: si amava quasi più di quanto tutti amassero lei.
Le sue sorelle avevano torto a pensare che la sua vita da ultima figlia nubile fosse stata tanto miserabile quanto devota alle leggi paterne. In realtà, la già avanzata vecchiaia e la malattia avevano impedito al padre di controllarla giorno e notte, e avevano permesso che entro quelle fredde mura Emina realizzasse una dolce, disinibita, egoistica forma di felicità, che solo l’ormai imminente libertà avrebbe potuto rendere più perfetta di così.
Frugò nei suoi portagioie. Anche quelli se li sarebbe portati via.
Si provò un paio di semplici orecchini che erano costati al tenero Meirar lo stipendio di tre mesi. Rise. Tutti quei sacrifici per un solo bacio.
E la catenella d’oro intrecciata a fili di seta rossa, che riluceva sul suo collo come il sole sulla neve? No, quella era un regalo del Conte di Padrath, che, da quando era venuto in visita presso suo padre, si diceva incapace di liberarsi dell’ardente amore per lei. Veniva a trovarla quasi ogni mese.
Mentre l’anello…oh, l’anello era uno dei suoi pezzi preferiti: la pietra nera che si trovava solo nelle miniere di Axas, dono galante del Marchese, allegato ad una poesia di sua propria composizione…
Emina si riteneva assai più felice di entrambe le sue sorelle messe assieme. Aveva amato più uomini di loro, e dei più ricchi del regno. Desiderata, adorata mille volte più di loro, non era costretta ad alcuna forma di fedeltà, né ad un uomo né a un dio.
E prima del calar del sole sarebbe stata completamente libera.

 Delynn non riusciva più a trovare la strada che conduceva alle sue stanze. Tanto aveva odiato quel posto, da dimenticare del tutto la sua fisionomia. Si imbatté nella sua camera per caso: la riconobbe dalla crepa che venava l’arco di pietra sovrastante la porta. Spinse il legno secco ed entrò.
La crepa sul muro era l’unico particolare rimasto invariato, oppure Delynn aveva scordato anche l’aspetto della sua camera da letto? No, quello stravolgimento era certamente opera di Emina.
Non c’erano più le azzurre stoffe alle pareti che sua madre aveva fatto confezionare per lei dagli artigiani più rinomati del Regno. Erano state sostituite con orribili, tetri arazzi di porpora. E le sue tende bianche ora erano brune e spente. Uno scrittoio, una lampada a olio e un cassettone: aveva tutta l’aria di essere diventata un piccolo studio, e nessun dubbio che Emina ne fosse padrona.
Quello che provava era solo un lievissimo senso di usurpazione: non aveva certo da invidiare a Emina il possesso di spazi propri. Nella Marca Delynn aveva ben dieci stanze personali.
Il lusso e l’agiatezza erano la sola cosa che rendevano sopportabile una vita coniugale. Ma non erano poca cosa: le sue sorelle avevano di che rammaricarsi di essere rimaste nubili. Non sapevano cosa volesse dire farsi servire, adulare, riverire; dettare legge fra le mura di una splendida dimora, senza altro superiore che il proprio marito, spesso assente da casa. Crescere un futuro Marchese sano e forte, cosa che le procurava la stima della gente che contava.
E ancor più, sfoggiare abiti all’ultima moda, frequentare ambienti raffinati, essere l’oggetto dell’invidia di ogni dama che visitava il suo salotto.
Quella era vita: non la triste reclusione che aveva vissuto per diciassette anni.
Prima del calar del sole, ogni cosa di quel buio passato si sarebbe dissolta per sempre, lasciandole solo una meritata ricompensa ed una seconda casa su cui imperare.

 Leriel era rimasta con il vecchio Conte di Grimlen, osservando con freddezza il suo corpo e il suo spirito cedere ogni momento di più all’Abbraccio eterno di Neea. Restava morbosamente inchiodata a quella scena, in quella stanza, forse per riuscire a capire quello che neppure una Sacerdotessa della Terra sa: cos’è che davvero accade quando lei, la Terra, decide di riprendersi ciò che è sempre stato suo.
Leriel aveva preso il posto di Emina, sullo sgabello. Indugiando con lo sguardo sulla parete opposta, si ritrovò a fissare intensamente gli occhi neri di sua madre, perpetuamente vivi nella staticità di un’immagine dipinta molto tempo addietro.
Tyabel delle Terre del Crepuscolo era diventata Contessa di Grimlen ancora sedicenne, unendosi ad un uomo che aveva molte terre e cavalli, grande influenza sul re e trentadue anni più di lei. Ma era stata sfortunata: prima ancora di poter gustare i frutti dell’aver sposato un uomo ricco, potente, vecchio e malato, una polmonite l’aveva mandata avanti a lui nella tomba, pochi mesi dopo il parto della sua terzogenita.
Leriel doveva molto a sua madre. Da lei aveva imparato la calma e meditata accettazione degli eventi, riuscendo a ricavare il meglio da ognuno di essi.
Così, dalla repressione di un amore giovanile socialmente disonesto, aveva ricavato la determinazione a conseguire solo ciò che era prestigioso e conveniente. Dalla paterna imposizione di una vita di doveri e castità, aveva ricavato la benevolenza della Dea e una posizione di potere esercitabile persino su suo padre stesso.
Dalla morte di un genitore, ora, sarebbe venuto il riscatto di quella di un altro.
I fieri occhi di Tyabel ne sembravano convinti. Quello che, per un fato meschino, non aveva potuto ottenere lei, lo avrebbe avuto Leriel, prima del calar del sole.

E mentre il cielo, fuori dal vetro appannato delle finestre, si tingeva del colore sanguigno, Leriel vide – o credette di vedere – i mille fili della Terra, le mille braccia della Dea, posarsi sul corpo di suo padre come luminose ragnatele, nel momento in cui il suo respiro iniziava a farsi più raro… 

(continua)

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