Film


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L’unica scena di sesso in tutto il film. Giuro.

Il fatto che l’ultimo film di Scorsese sia tratto dall’autobiografia di Jordan Belfort, il broker senza scrupoli interpretato (come sempre magistralmente) da Leonardo di Caprio, e che quindi si riferisca a fatti assolutamente veri, è forse l’unico punto che rende questa pellicola – che ho trovato deludente sotto molti aspetti – degna di una nomination all’Oscar. E non ne sono comunque sicura.

La storia è quella dell’ascesa e declino del suddetto personaggio, che si divide tra l’ammirazione e il disprezzo del pubblico. Notevole intelligenza e senso degli affari da una parte, dall’altra il disonorevole stile di vita in cui si fa presto trascinare: truffa, lusso sfrenato, prostitute e droga.

Da nullità a miliardario, Belfort trascina su con sé in una parabola da capogiro un branco di altrettante nullità, ciccioni bavosi che hanno come unica aspirazione quella di vendere qualche grammo di marijuana. Ho detto che quello della true story è l’unico punto che ho trovato veramente di livello nel film, ma non è vero: c’è anche questo, il concetto del parvenu che da troglodita che era non può che rimanere un troglodita anche se miliardario. L’aveva detto pure Petronio, si sa, e non c’è che da trasporlo sul piano della finanza per ottenere qualche Trimalcione di Wall Street. Belfort fa forse caso a sé, in quanto fornito di intelligenza, ma quei ciccioni bavosi drogatelli che lo seguono fanno i miliardi senza essere dotati di una qualche capacità intellettiva particolare. Sono solo poveri, ignoranti, bestialmente arrivisti. Coi soldi non fanno altro che diventare più ciccioni, più bavosi e più drogatelli. In questo senso il film mi è risultato particolarmente apprezzabile, perché qui si tratta di un messaggio che sento vicino a me, in questo mi offre l’analisi sociale che io ricerco un po’ sempre (forse sbagliando?) nelle cose che leggo e che guardo.

Però, detto questo.

Il film dura tre ore. Tonde tonde. Non è che io disprezzi i film lunghi in sé. Chissà, forse Scorsese credeva che non fosse chiaro il messaggio e ha voluto ribadirlo lungo un tempo record.
Dunque, il Lupo di Wall Street e la sua società di truffatori vivono un mondo fatto di orge, lusso, sconcezze e cocaina. Tutto questo viene spiegato con i seguenti espedienti:
1) Si vedono donne nude integralmente per tre quarti del film, senza esagerazioni. Nel quarto restante sono in intimo. Non si tratta di puritanesimo: è che mi hanno insegnato che per esprimere un concetto è sufficiente ripeterlo poche volte. E forse, dico forse, non tutte le numerose tette che comparivano in 180 minuti erano funzionali all’espressione del concetto. O sì? Non è che un po’ di audience l’ha fatta la manza, oppure siam malpensanti? E quand’è che ribadiamo un concetto con qualche pisello fuori? Per tre ore, eh. Mi sa che non vende, ho questo vago sentore!
2) Non c’è mai un momento (salvo l’inizio) in cui Di Caprio e compagnia non siano strafatti come fegatelli. Rimando al punto uno per quanto riguarda la ridondanza. Certo, bella la scena dell’inalazione salvifica di coca paragonata a Braccio di Ferro con gli spinaci. E meno male che c’era, perché dopo due ore e mezza di film ancora avevo qualche dubbio sul fatto che il protagonista avesse problemi di droga.
3) I soldi si lanciano come coriandoli e Belfort fa attraversare l’oceano in tempesta al suo yacht. Ah, e viene salvato dagli italiani che cantano “Gloria” a un festino. Ok che il film è concepito per essere un’escalation di esagerazione, ma questo modo di raccontare una storia vera come se fosse una commedia rocambolesca (“farsesca”, come si legge a ragione in questa positiva recensione dal blog di Repubblica.it), a mio parere è bello che ammuffito. È andato di moda per un po’. Non mi diverte e, se proprio può divertirmi, smette di farlo oltre la seconda ora.

Con questo non voglio dire che il film sia noioso. Ma “non noioso” non è divertente. Soprattutto, “non noioso” non significa da Oscar, almeno per me. Forse concederei sì un Oscar a Di Caprio, che è davvero sempre il solito mostro. Ma è anche sempre il solito, punto. Bello il monologo finale quando sta per lasciare la guida dell’impresa e poi non lo fa, bello vederlo impazzire e far schizzare gli occhi fuori dalle orbite a questo Belfort che, però, non è molto diverso da tanti ruoli che gli son stati affidati finora.

E poi mi è rimasto un dubbio. Ma per caso ‘sti broker avevano un problema col sesso e la droga?

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Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio)

Dovrei farlo più spesso; andare a vedere un film senza prima averne visto il trailer. Ero convinta che Il Capitale Umano fosse un film drammatico alla Tutta la Vita Davanti, film peraltro molto ben fatto ma che, proprio per la sua natura di spaccato sociale che trasferivo anche un tantino sul personale, me l’aveva fatta prendere malissimo.
Invece l’ultimo film di Virzì te la fa prendere male, sì, ma riuscendo a intrattenerti narrando. Voglio dire proprio che è un film avvincente: lo si gusta col fiato sospeso e stando ben attenti a non perdere neanche una battuta, neanche un particolare.

Liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Stephen Amidon (Human Capital, 2004), il film fotografa assieme l’alta e bassa borghesia della Brianza col pretesto di raccontare una vicenda noir. Attraverso tre cambi di punti di vista – tecnica narrativa che non riesco mai a non apprezzare, per quanto ultimamente si tenda a considerarla un po’ inflazionata, sia in letteratura che al cinema – si susseguono i fatti intorno a un incidente stradale che ha in qualche modo a che fare con le due famiglie Bernaschi e Ossola. Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), agente immobiliare, con la ricca famiglia Bernaschi condivide solo la figlia Serena (Matilde Gioli), che intrattiene una relazione col giovane (bietolone) rampollo Massimiliano (Guglielmo Pinelli), “il Massi”. Deciso a farsi la sua scalata sociale a tutti i costi, Dino sfrutta questo legame (che si rivelerà alquanto tenue) per entrare nel dopolavoro di tennis, poi nelle amicizie, infine nel fondo fiduciario di Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni), indebitandosi fino all’osso. Il chewing-gum ossessivamente (e sonoramente) ruminato da Dino per la quasi totalità del film è un’etichetta puntuale, irritante e spietata di questo borghesuccio e del bagaglio di pochezza umana che si trascina dietro, assieme con la meschina disperazione di chi è pronto a far davvero qualsiasi cosa pur di riscattare una posizione mediocre.

La disperazione ricopre anche la figura di Carla (una bravissima Valeria Bruni Tedeschi), tanto fragile e gentile nel suo sospirare per un’ “altra vita” nel segno dell’arte, quanto pavida e incapace di perseguire fino in fondo quella strada di liberatoria perdizione che trova nel tradimento con un critico teatrale, tradimento che, più che ai danni del marito, sembra fatto ai danni della stessa vita che si è scelta.

La disperazione è anche quella dei giovani, dall’incolore Massi alla passionale Serena al disgraziato Luca; giovani verso i quali il regista (e questo è anche un po’ nel suo stile) sembra strizzare l’occhio con paterna comprensione. Giovani che creano disastri più grandi di loro, circondati dal vortice delle apparenze, addormentati sui soldi dei genitori, inconsapevoli spettatori di una decadenza inarrestabile di fronte alla quale riescono ad armarsi solo di inutile leggerezza e buoni sentimenti. Incapaci anche loro, ma sentimentali, come se quella fosse l’unica risorsa, l’unico capitale umano di cui dispongono. È anche un po’ questo il significato del titolo, anche se lo si mette in relazione più che altro con i danni connessi all’incidente: il capitale umano, giuridicamente parlando, non è altro che l’insieme degli “affetti” che possono venir danneggiati dalla morte di un soggetto, insieme sulla base del quale viene calcolato l’ammontare del risarcimento.

Sulla spalle del capitale umano si regge la scommessa dell’alta finanza, la triste chiosa del film:

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Un film da vedere, a mio parere. Attenzione al vostro amico milanese che vi portate dietro al cinema (scusami, carissima Laura!): alla lunga l’accento lombardo (specie il brianzolo) risulta di un irritante che vorrete dirgliene quattro, poverino. (Niente contro i lombardi, ci mancherebbe, è pura considerazione linguistica!) E Dino Ossola con quella gomma lo sbiascica al punto di aprire le vocali ben oltre l’umana comprensione!

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La scena della danza col mappamondo.

Io l’ho battezzato, in modo vergognosamente banale, “L’ho visto in un film!” (e che vuo’ pretendere in due minuti?), ma il mio programma di proiezioni cinematografiche a scuola potrebbe benissimo chiamarsi “educhiamo-i-bambini-alla-cinefilia-e-pure-a-essere-un-po’-indie-snob”.  Fortunatamente per loro, tra un Little Miss Sunshine e un The Millionaire rientra anche qualche classico dei classici. Dopo aver sottoposto alla mia terza media Tempi Moderni ho deciso di riproporre un film che io stessa vidi per la prima volta alle medie e che ricordavo per avermi lasciato uno spazio vuoto, una finestra aperta che non avevo mai richiuso. Una domanda inespressa, forse.

Perché Il Grande Dittatore è proprio quel genere di film che non puoi capire fino in fondo a tredici anni, ma proprio per questo tredici anni è l’età giusta per vederlo. Te lo spari così, godi dell’esilarante mimica facciale di Chaplin, della sua comicità così limpida e inconfutabile, che fa ridere con lo stesso gusto un bambino e un adulto, infine riconosci quella satira politica che il prof si curerà di farti notare, in modo adeguato e contestualizzato al programma di storia… Poi, però, resti in attesa. Sul finale ti chiedi se ci sia qualcosa che non hai colto o che volutamente non ti è stato spiegato.

La trama è universalmente nota (posso dirlo il finale, vero?vero!): un barbiere ebreo, uomo di buon animo e un po’ sbadato, perde la memoria in seguito a un incidente durante la Prima Guerra Mondiale; al suo ritorno dall’ospedale trova la Tomania (pseudonimo della Germania) oppressa dalla dittatura del generale Adenoyd Hynkel, uomo di enorme carisma, animato da sentimenti nazionalisti e antisemiti e deciso a dominare l’intero mondo. Il barbiere vivrà molte disavventure nel ghetto, dove conoscerà anche l’amore, finché una stretta autoritaria del dittatore Hynkel non lo costringerà alla deportazione in un campo di concentramento. Durante le operazioni per l’invasione della vicina Ostria – in cui Hynkel si trova a trattare con una tristemente esatta parodia di Mussolini, il dittatore italiano Benzino Napaloni – il barbiere, fuggito lungo il confine tra i due Paesi, viene scambiato per il Dittatore (cui somiglia in modo impressionante) e condotto a tenere il discorso solenne alla folla del popolo conquistato. È qui che il buon uomo esprime sinceramente il suo pensiero sulla dittatura e, più in generale, sulla guerra e lo spreco di energie che gli uomini mettono in atto per rivaleggiare e distruggersi tra loro, quando dovrebbero solo impegnarsi per la pace e l’armonia. Che poi è nient’altro che il sigillo di Chaplin. L’unico messaggio che lui abbia esplicitato verbalmente nei suoi film. Che poi, riassunto così, non rende granché. Ne riporto solo uno stralcio, quello che a me fa sempre scendere la lacrimuccia.

Mi dispiace, ma io non voglio fare l’Imperatore: non è il mio mestiere; non voglio governare né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca, è sufficiente per tutti noi; la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca fra le cose più abbiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l’avidità ci ha resi duri e cattivi; pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità; più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto.

Si potrebbe dire tanto su queste parole; tutte cose già dette. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici. Più che macchinari, ci serve umanità. Viene in mente la celeberrima scena di Tempi Moderni in cui Charlot veniva imboccato dall’infernale Macchina per il Pranzo, o anche quella, altrettanto impressa nell’immaginario comune, in cui diveniva un ingranaggio dei macchinari di fabbrica: simboli così ovvi eppure così efficaci della disumanizzazione portata avanti dal progresso, una costante nel pensiero di Chaplin.

Ma una cosa fra tutte colpisce e lo fa perché la si è notata per tutta la durata del film.
“Scusi, è permesso, posso entrare?”, chiede Charlot all’inizio, entrando in un rifugio alleato. Siamo nel bel mezzo della guerra e lui chiede il permesso. Scusi, posso entrare. Questo particolare mi ha mandata letteralmente fuori di testa, ho sorriso come un’idiota. Charlot è un brav’uomo. No, di più: è gentile. Con quest’ottica tutto assume un senso più compiuto: la riconoscenza del comandante Schultz verso l’amico, la bellezza solare e pura di Hanna, il tenero primo appuntamento fra i due, l’ingenuità del barbiere di fronte alla barbarie dei militari. E più oltre, il senso è ancora nei simboli: come la piantina.
La piantina che Charlot tiene in mano quando viene pestato nel ghetto; alla fine della colluttazione la tiene ancora stretta e non trova di meglio da fare che annusarla immediatamente, quasi a voler assaporare un intimo momento di serenità. Un momento che io, questa volta, ho colto. E ho sorriso un’altra volta, perché ho visto in quella piantina, come nella domanda di permesso per entrare, tutta la gentilezza del mondo che il film intende promuovere come valore assoluto; la gentilezza senza cui “la vita è violenza e tutto è perduto“.

È per questo che il finale non mi ha lasciato lo stesso senso di incompleto di quando avevo tredici anni. Non si sa che fine farà il barbiere, ma poco importa. Il vero scopo della pellicola, la sua conclusione perfetta e il punto di arrivo decisivo di Chaplin dopo una lunga serie di film muti e scene di grammelot che sembravano voler declassare il compito della parola, è quel discorso all’umanità che è invece il trionfo assoluto della parola. Uno sfogo in crescendo, tanto più contrastante con i silenzi di Tempi Moderni quanto più urgente era nel regista il bisogno di comunicare, a quell’umanità che andava in guerra, tutta la sua sincera preoccupazione.