È nelle mattine come questa, quando il veleno brucia il sonno come raggi di sole e regala mute grida. È nelle mattine come questa che mi chiedo cosa resta.

Perché alla fine conta solo questo. Facili entusiasmi a porta chiusa. Brutti sogni che, in ogni caso, si esauriranno presto. Cattivi ricordi in cui me stessa non è esistita mai. Preziosi appellativi preconfezionati. Nessuna verità.

Me lo merito. È da sciocchi pretendere che tutti parlino la medesima lingua. Avere il viso e il cuore in sintonia è una fregatura. In pochissimi sapranno capire, mentre tutti gli altri te ne faranno una colpa e ti convinceranno di essere tu a mascherare te stesso. Poi si spaventeranno. Ti scaglieranno lontano da sé e sotterreranno ogni dubbio, vivendo col loro sorriso al neon, un’esperienza dopo l’altra, forse per sempre.

È nelle mattine come questa, mentre guardo il vuoto spalancarsi e comprendo cosa sono, che mi chiedo se anche tu esisti davvero.
Chi sei e se mi somigli. Se anche a te hanno detto, almeno una volta: lasciati andare smetti di fingere sii più vero. Caricandoti delle loro ipocrisie. Magari sei ancora nella morsa di quell’inganno. O magari no, non esisti. È comunque improbabile che ci incontreremo mai.

Eppure è nelle mattine come questa, con la testa in una tenaglia, che mi sembra di sentire il tuo profumo.
Non lo conosco, ma sa di mare. È fresco e pulito. Non è intenso ma delicato. Gentile.
Mi sembra persino di vedere il tuo profilo disegnato contro il sole, alla finestra.
È al tempo stesso così reale e così inconsistente che mi lascia stupita e indecisa.
Come quando ho visto in sogno la mia scintilla.
Mi sembra. Tutto questo sembra, e niente più.

Gli angoli della bocca della Somma Leriel erano ormai immobili in quell’espressione fredda e confortante al tempo stesso, quella che Estelin aveva imparato a conoscere e, in alcuni momenti, persino a cercare. Quell’espressione che sapeva dare non una risposta, ma certo un senso alle sue domande.

<<Alcuni giorni si somigliano, Estelin-mael. Sono sicura che comprendi. Un lungo bagno freddo nel fiume, aggrappata a un mantello. Un addio gridato senza parole dalla riva del Delta, osservando quel che amiamo esser portato via da noi per sempre dal vasto mare. Sai dirmi quanto sono diversi? Sapresti contare le differenze che riconosce il tuo cuore? Potresti tentare per anni senza trovare nient’altro che sciocchi dettagli di superficie. E il perché lo conosci già. È questo, solo questo, l’unico motivo per cui sei qui. Perché tutto questo si somiglia. Perché viaggia con te. Da sempre. Da quando sei al mondo. E lo farà finché lascerai che sia così.>>

Estelin era in piedi, ma avrebbe tanto voluto sedersi. Taceva attonita, ma avrebbe voluto piangere ancora. Eppure sentiva che né l’una né l’altra cosa le appartenevano più.

<<Questo viaggio ci offre giorni di sole e di dolcissimo vento>> proseguì la Venerabile, afferrando con le sue mani leggere l’incensiera di madreperla. Soffiò lievemente su di essa facendone sprigionare un sottile fumo rosso. <<Tramonti che fanno tremare l’anima. Sorrisi che la rapiscono. Abbracci che la illudono di essere al capolinea del suo percorso nel mondo. E tutto questo è reale e vivo. E meraviglioso.>>

Un’altra lenta esalazione d’incenso. Gli occhi di Leriel si soffermarono sulle linee rosse che avvolgevano l’altare.

<<Poi, un giorno, piomba il buio. Ma non è certo un buio come quello che si annuncia al tramonto e che si ripete ogni volta, così sereno e disponibile, da prevedere e possedere. No, mia cara. È un buio del tutto incurante di noi. Fatto di silenzi e di cose che non sappiamo. Un mantello chiazzato di sangue, una fuga improvvisa: che differenza fa? È buio. E non lo sarebbe altrimenti. Siamo al buio. Tutto è buio. Ed è così naturale cercare di comprenderlo che da quel momento ogni nostra energia si concentra nel tentativo di dargli una spiegazione, di riempirlo di parole e di azioni. Vogliamo farlo nostro, crediamo di essere in grado di accendervi una luce. Ciò che comunemente chiamiamo “disperazione” non è altro che una speranza, la più violenta che abbiamo, cieca e irragionevole, che distrugge ogni nostra possibilità di vivere davvero. Disperatamente – così diciamo, in realtà violentemente sperando – deviamo i nostri cammini alla ricerca di una luce che non c’è, e solo chi ha la fortuna di arrivare dove sei tu ha l’opportunità di comprendere finalmente il suo errore. C’è chi vive innumerevoli vite solo aspettando, e questi sono gli esseri che meno comprendono il senso del loro viaggio. Chi vive cercando ininterrottamente è certo più vicino di questi ultimi, ma non ancora consapevole. Occorre passare attraverso ogni stadio per giungere alla verità. Chi conosce la vera disperazione, questa parola per secoli disprezzata e misconosciuta, l’unica sorgente di conoscenza, costui è il più vicino. La tua ricerca è quasi conclusa, Estelin-mael. Ecco il tuo buio. È questo il Confine. Il Confine tra ciò che è e ciò che non è. Tra quel che hai sempre creduto sulla Morte e sulla Perdita e quello che esse sono in realtà.>>

Estelin non aveva parole. Continuavano a salire e scendere in un canale che non sapeva localizzare. Puntò gli occhi sugli archi sopra di sé, sulla volta stellata del Tempio, nel tentativo di cacciare indietro ogni lacrima rimasta, di non pensare di aver vissuto solo un lungo e inutile errore.

<<So cosa provi>> disse la Somma Leriel. <<E so che non puoi credermi adesso, ma presto sarai felice. Tutto ciò che hai fatto finora ti ha condotta qui, mia cara. Ogni singolo giorno. Adesso sai perché sei venuta al mondo, ed è il motivo per cui la maggior parte di noi è qui. Tutti dobbiamo vedere il Confine prima o poi, perché la Vita, il Bene e l’Amore possano davvero avere altrettanto senso che la Morte e l’Indifferenza. Amare significa accettare che chi si ama possa scomparire da noi. Non possediamo nulla di tutto ciò che ci viene dato. Ogni cosa, ogni persona vive sul Confine e appartiene al Confine. Se possediamo il Confine, non abbiamo bisogno di cercare la luce. Essa sorgerà da sola, lentamente, e sarà bella in modo incomparabile a qualunque luce tu abbia mai visto. E quella luce, Estelin, non si spegnerà mai più.>>

Se fossi anch’io indifferente, quanti schiaffi eviterei.
La gente spesso è serena così, e a chi non ci crede ci vogliono secoli per capirlo.
La testa sotto la sabbia. Nessuna risposta da dare. Nemmeno un dito da sporcare.

In castelli di imbarazzo, vive aspettando di aver ragione del tempo, senza ridere o piangere.
In ogni caso, non prima di accorgersi di averlo in gran parte perso.
I Matti sì, li hanno apprezzati, fintanto che tutto andava bene.
Ma a conti fatti, li chiudono fuori, temendo chi, senza paura, porta la faccia meravigliata e chiara.

Se non fossi trasparente, non sarei me stessa.
La differenza sta nello scegliere a chi donare la faccia e il cuore.
E forse l’errore è gridare alle mura.

Ho anch’io un castello, ma non ci dimoro.
Perlustro ogni stanza e spesso me ne sto fuori, a mescolarmi con chi non può rispondere.
Forse adesso alla sua contessa serve una vacanza.
Le porte si sono chiuse in silenzio, mi adeguo al tempo che passa.
Coltiverò i miei fiori con acqua e sole.
A se stessi non si può mai sfuggire.
E più indifferenza ci sarà là fuori, più il mio castello si colmerà di Amore.

Mi dispiace, sai, per quell’inconveniente
Quella mattina. Non so che avevo in mente.
Avevo te, e un po’ di altre cose accumulate.
Accidenti alla mia testa e alle sue ore andate.

Mi dispiace esser qui ancora, che mi scuso
Sapendoti nostalgico e deluso
Per un favore che non ti ho mai fatto
Per la sciocca dimenticanza di un Matto.

Ti immagino, Appeso a mille lacci,
Rimpiangere quel giorno più dei miei abbracci.
E forse parlo di qualcosa che non so,
E questa idea è davvero tutto quello che ho.

Ma se non sbaglio, va bene lo stesso
Aspetterò che il cuore l’abbia ammesso.
Vorrei donarti quel giorno col mio addio:
Sii felice, lo sono anch’io.

IMG_0009

” (…) Il letto di legno è accuratamente pulito dalle coperte bianche che avvolgono tutto. Grandi chiodi di metallo arrugginito sono le piccole cose che interrompono l’armonia di quelle varie sfumature di colori naturali del legno: color sabbia, pergamena, terra umida, rosso ingiallito, ognuna in rilievo sull’altra, legate insieme. Sentieri di roccia bianca e grigia, che regolarmente ma anche armoniosamente interrompono il regolare bianco. Alti quanto gli alberi, grigi e trasparenti, di notte brillanti di luce che sottolinea la loro inferiorità – perché è riflessa, non è perfetta come le creazioni di Madre Terra e Padre Cielo – si innalzano i pali di rozza luce falsa, con minuscoli fili che tagliano il cielo.
(…)

Anni che non si vedeva un paesaggio del genere; la voglia di rompere il tempo e di visitare questo posto di nuovo.
Adesso solo sole. Adesso la neve sparisce. Si vede però ancora la grande roccia che da me è tanto amata, e il grande ammasso di plastica e legno e acciaio, con scritte blu, viola, bianche, verdi, nere, dei colori di tutto il grande arcobaleno e di più: sono le impronte che nella Storia daranno significato alla vita, alle lezioni che ci si danno tra spiriti diversi.

Giardino di Guardiaregia, Molise
Inverno 2015 ”

Autore: A. E. V.

Undici benedettissimi anni.

E c’era uno che gridava
“Avanti un altro!”
E c’ero io nel mio vestito blu
Partirò,
Vedrò altri volti, altre storie
Mi allontanerò da qui.

La festa era chiassosa
E tutti ballavano
E io che non cantavo più
Ormai guardavo il cielo,
l’orizzonte
Chissà cos’altro c’è laggiù.

La fine di ogni storia è solo un gioco
Soltanto un altro giro in più
Guardate tutti quanti, osservate adesso
Tra poco ci sarà
Un fuoco artificiale
E poi non mi vedrete più.

Qualcuno mi sorprese
a contare i passi
Mi chiese quale fosse il nome mio
Ma io
Non l’avevo, non lo ricordavo
Forse non ero mai stata lì.

Mi chiese se volevo
fare un ballo
Io presi la sua mano e il ritmo suo
Poi fu
Un giro, un salto, quattro passi
E mi dissolsi nel vestito blu.

L’inizio di ogni storia è solo un gioco
Soltanto qualche giro in più
Guardami adesso, osserva molto bene
Tra poco ci sarà
Una magia speciale
E poi non mi vedrai mai più.

Attenti, popolani sprovveduti
Ai vostri “mai” “per sempre” e “io farò”
La Ruota gira
anche in questo istante

Tra poco io farò
Un salto dentro il mare
E sola nel silenzio andrò.

ruota fortuna

Quando nasciamo, abbiamo un budget. Come quando usciamo per fare la spesa e la mamma ci lascia una banconota con la raccomandazione di farci rientrare tutto, compreso la Nutella.
Abbiamo un equipaggiamento e con quello siamo chiamati a rispondere a ogni domanda che la vita ci porrà. Crescendo, poi, impariamo a scegliere tra le nostre armi quella che ci piace di più, quella che ci sembra più efficace o che ci ha già salvati in diverse situazioni: l’abilità di evitare le discussioni, l’ironia, la capacità di ascoltare, l’infallibile retorica…

Andiamo avanti così, confidando in quel superpotere che ci rende un pochino diversi dagli altri, l’asso nella manica da tirar fuori ad ogni evenienza, finché un giorno, immancabilmente, non ci imbattiamo nella kryptonite. O nella famosa foresta incantata in cui i nostri poteri non funzionano. O nel locale videosorvegliato dove non possiamo barare a poker. Insomma ci siamo capiti. Siamo costretti a cambiare strategia.

Ho iniziato a suonare quando ero piccola, ma non l’ho mai fatto in modo costante e con l’impegno giusto. Un classico per me, che avevo sempre campato di rendita anche a scuola, grazie a una mente che riusciva a fare più di un’operazione alla volta, a elaborare informazioni complesse e immagazzinarle con facilità. E per suonare ho sempre sfruttato il mio orecchio: è per questo che non ho mai veramente imparato a solfeggiare nel modo giusto e che di fronte a un pentagramma ci metto secoli per decifrare le note. Un po’ come con l’orologio a lancette, ma quella è un’altra storia.

C’è chi ha addirittura l’orecchio assoluto, che permetterebbe di riconoscere le frequenze al primo ascolto, senza avere alcun punto di riferimento. Io per fortuna non ho questa fortuna, altrimenti non avrei fatto neppure il minimo sforzo e non avrei neanche iniziato a studiare musica. A dire il vero, per accordare l’arpa ho bisogno di un accordatore preciso, perché a orecchio non ci arrivo bene. Ho tenuto l’arpa scordata per una settimana senza saperlo, e continuando a domandarmi perché mai fosse così orribile suonarla in quei giorni.

Al corso di teoria musicale e solfeggio, quella che doveva essere nella mia mente la più tecnica delle parti tecniche, ho ricevuto una batosta colossale. Il mio orecchio non mi è di alcun aiuto, nel riconoscere intervalli e tonalità. Per cantare una melodia leggendola sul pentagramma, o per improvvisare sul mio strumento. Niente di niente. Zero. Anzi. Forse mi è addirittura d’intralcio.

Per la prima volta, mi è stato detto di smettere di calcolare a orecchio ciò che dovrei cantare o suonare. Non l’avrei mai detto, eppure sembra che il suono lo si debba riconoscere in altro modo.

“È col cuore che lo senti.”

Ma che dice? Eppure non mi sembrava così rimbambito, il professore. Quindi forse avrà ragione.
Col cuore.

La dominante, la terza, la quinta, la sensibile. Riconoscere ad occhi chiusi ogni suono per la vibrazione che produce nel cuore, per il suo carattere, il sentimento che lo muove. La dominante, definitiva. La terza, apertura. Maggiore o minore. La quinta, movimento. La sensibile, precaria. E poi tutto il resto. Il cuore – non l’orecchio – assoluto.

E chi l’avrebbe mai detto che avrei spento l’orecchio per suonare.

Eppure adesso, quando faccio vibrare quei quattro suoni, con gli occhi chiusi e un sorriso, mi pare di sentirla quasi ridere, la mia arpa. Perfettamente accordata, posizionata sul mio cuore. E mi sembra che gli parli un po’ di più, in uno scambio amorevole di corde.