Aveva ragione l’attore
È proprio vero che non si muore

Ci sono solo notti infinite
Rumori inquietanti
E volti atterriti

Ci sono sfide a ore
Che perdi aspettando
E non aspettando

Ci sono solo silenzi
E atti di fede
Di fede e silenzi

E mani che cercano
Che cercano sempre
Al di là delle parole

Aveva ragione l’attore
È proprio vero che non si muore.

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A volte, senza preavviso, le sembrava come se una specie di cortina di fumo fosse calata sulle cose, su tutte le cose, anche sulle più banali. E poi era come avere le mani e i piedi legati da un filo di metallo, che ad ogni movimento la graffiava. Le restava solo la lingua. E allora si metteva a chiamare, neppure lei sapeva cosa. Lei era fatta così: chiamava, amava dar nomi alle cose quando si sentiva al buio, e cercarle quando le sembrava di non vederle. E lo faceva con amore, perché sempre certa che avrebbe avuto una risposta, una risposta di altrettanto amore.
Sì. Sono qui. Va tutto bene.

Se questa notte avesse un nome
sarebbe quello di un fantasma muto.
Oppure quello di strani silenzi
Lasciati a maturare in lontananza.

Di dischi rotti ne ho a migliaia
Si sono incastrati in mezzo agli scaffali
e mentre spolveravo ho pensato:
Chissà chi è che continua a farli girare.

Odio i chilometri, il caffè
la passione e l’ansia di condivisione.
Se ora mi credessi, ti assomiglierebbe
all’assenza di parole da scambiarsi dopo un cinema.

Odio soprattutto i chilometri
Il loro nome, il nome che danno alle notti e alle cose
Quando stanno con le mani in mano
ad aspettare che il caffè ci lasci in pace.

Taci, ora

Le tue scuse sono ammalianti,
La tua sete d’angoscia è contagiosa.
Era dolce l’abbraccio delle tue malinconie,
Unica l’esperienza vibrante
della paralisi del cuore.

La nostalgia mi rapisce malvagia
la notte m’insegue cantando
e io scivolo come un fiume
Nella tua luce infida

Taci, Luna

Il tuo viso non m’incanta più
Questa marea mi ha reso stanca
Voglio nuotare ancora
e ancora
Bere acqua fresca
e dormire nel vento d’estate.

Il giorno mi accoglie randagio
Dimentico le notti di paura
E scivolo via come un fiume
Dalla tua luce infida.

Luna-Jodorowsky

Da quanto tempo non mi lasciavo andare al succedersi delle stagioni?

Com’è stato che la mia esistenza si era complicata fino a perdere il filo dei molti sogni, fino a non accettare più nel mio intimo le metamorfosi della natura?

Avevo perduto il senso dell’inverno, i profumi dell’autunno. Bramavo la bella stagione come un rimedio per le fatiche del cuore, sentivo il divino ormai soltanto nel ciclico pulsare delle onde e non m’importava del resto, della vita che si agitava dentro e fuori di me, della passione che mi scorreva via di dosso come sangue da una ferita.

Col tempo ho imparato di nuovo ad amare i giorni di fine estate, il loro silenzio per le strade, il sottile respiro del vento, l’assenza palpabile, inspiegabile, di ogni cosa dal mondo abitato. Forse perché quell’aria fresca e un po’ stanca mi ricordava le ore tiepide di quando da bambina aspettavo l’autunno. Era un’aria di famiglia, di casa, d’amore. E se è vero che ritrovarsi inizia col ricordare la storia di se stessi, io mi stavo ritrovando nell’amore. L’anima di un tempo, le sensazioni di un corpo lontano, il seme di una donna che ancora per un po’ aveva curiosamente deciso di dormire, per poi svegliarsi, un giorno, innamorata come allora, meravigliata come allora.

Stagioni2

C’era una volta, come al solito, una principessa. Del resto è una fiaba qualunque. Che fosse bella, dolce, piena di vita, anche queste son cose da fiaba qualunque, pertanto abbastanza superflue da sottolineare.
Quel che forse non si sa è che quella dolce creatura, nata nell’amore e nella ricchezza, portava dentro di sé un oscuro segreto. Era un seme velenoso che un giorno, chissà come, aveva inghiottito per errore. Nessuno se n’era accorto, neppure lei. Col passare degli anni il seme velenoso si era adagiato nel suo morbido stomaco. Aveva buttato fuori una tenera piantina velenosa. Piantato sottili radici velenose. Ma tutto questo senza che la salute della principessa si intaccasse. Senza alcun sintomo visibile. Solo una cosa accadeva: qualche volta, nella solitudine della sua stanza, la principessa piangeva senza un motivo. Lacrime piccole e amare che non avevano un’origine né una soluzione. All’inizio accadeva di rado.
Con gli anni la principessa crebbe. Iniziò a dubitare delle cose più semplici: a volte, per esempio, si domandava se i suoi genitori l’amassero davvero. Si chiedeva spesso se i complimenti che riceveva fossero genuini o soltanto piaggeria. “Sono davvero così bella?”, si chiedeva. “Sono davvero così brava? E se fossi stupida, cattiva? Di certo nessuno avrebbe il coraggio di dirmelo, mai.” E la piantina, che le cresceva rigogliosa nel fertile stomaco, iniziò a far spuntare i primi boccioli.
Alcuni principi dei regni vicini vennero a chiedere la sua mano. Come succede in tutte le fiabe qualunque, insomma.  La principessa, che era gentile, sorrideva a ognuno di loro. Poi sulla piantina s’apriva un fiore, poi un altro. E lei si chiedeva se non fossero tutti sciocchi a volerla in sposa, oppure – ancora peggio! – se non fossero in realtà tutti là unicamente per prendersi gioco di lei. Ma – l’abbiamo detto – era gentile e inoltre, cosa che invece non si è detta, la principessa aveva tanto amore dentro di sé e voleva a tutti i costi spartirlo. E così decise di darsi una possibilità. Ma diffidava di chi la lodava e le dichiarava addirittura di volerle bene: del resto, non si riusciva mai a distinguere il vero dal falso in simili parole. Il suo istinto se l’era divorato tutto la piantina velenosa, i cui fiori erano ormai belli grandi e profumati. E più la principessa distribuiva il suo amore, più tutto quel che le tornava indietro se lo divorava la piantina. Più disperatamente e appassionatamente amava, più sentiva di non ricevere niente in cambio, perché tutto veniva risucchiato dall’avida e crudele piantina. E più passavano gli anni e più la sua pelle impallidiva, i suoi occhi pieni di vita si offuscavano, il suo sorriso sbiadiva. Lentamente moriva, sola e abbandonata, in compagnia dell’unica amica che si era scelta per sempre: la piantina.
Un giorno il figlio del Mago decise di chiedere la mano della principessa. Aveva in mano una piccola pietra come dono. Lei, debole e malata, alzò appena il viso e lo riconobbe. All’improvviso, dalla sua bocca graziosa spuntò una foglia. Poi un ramo verde. Poi un altro. A poco a poco strisciarono fuori mille rami prima sottili, poi grossi, frondosi, carichi di fiori il cui polline esalava un profumo letale. Il figlio del Mago sfoderò la spada e recise alcuni fiori, ma quelli ricrescevano subito. Lui non si arrese e gettò un’altro dono ai piedi della principessa: un anellino. I rami divennero più grossi e si coprirono di spine. Il figlio del Mago rimase ferito dalle spine, ma gettò un altro dono, una collana, ai piedi della principessa. I rami crebbero. S’infittirono. Le spine graffiavano la carne, i fiori infettavano il sangue. Ben presto tutta la stanza divenne una foresta di rovi velenosi. E il figlio del Mago continuava a recidere rami con la spada e a gettare piccoli doni al di là della crudele foresta, nella speranza di raggiungere il cuore della principessa, laddove le radici della piantina si erano strette in una morsa d’acciaio. Ma era tutto inutile. I rami velenosi lo spingevano lontano, sempre più lontano. Lo ferivano e lo fiaccavano, si nutrivano del suo sangue e del suo sudore. Per giorni e giorni il Figlio del Mago continuò a combattere per giungere dall’altra parte della foresta. E più passava il tempo più le sue forze venivano meno. Solo il suo spirito resisteva. E continuava a gettare i suoi piccoli doni in pasto all’intrico di rami. Finché uno dei rami non lo trafisse. Tutte le sue forze lo abbandonarono e cadde morto.
Fu allora che la pianta si rese conto di ciò che aveva provocato. I fiori appassirono e piansero lacrime velenose. I rami si ritirarono. Le radici si estirparono dal cuore della principessa. La pianta morì. E la principessa fu sola per sempre.

Ora, mi rendo conto che questa sarebbe dovuta essere una fiaba qualunque e, come tale, a lieto fine e con una morale da fiaba qualunque. Ma l’alternativa era che la principessa, rendendosi conto di trovarsi di fronte al vero Amore, vomitasse la pianta con tutte le radici, liberandosene una volta per tutte.
Ma le principesse delle fiabe qualunque non vomitano. E la morale di questa storia è più utile di quella di una fiaba qualunque.

Mi svegliai stanca e demotivata. La pioggia batteva insistentemente sulle finestre e il mio corpo era incollato al letto, vincolato alle lenzuola. Come nel peggiore dei risvegli. Eppure quello non era il peggiore, o meglio non avrebbe dovuto esserlo. Come ci si illude, a volte, di poter prevedere le nostre stesse reazioni agli eventi. E poi ci si accorge che la mente e il corpo fanno quello che vogliono. Non lo capirò mai.
Avevo un messaggio da leggere. E un ricordo della sera prima. Mi sentivo piena e al contempo tragicamente svuotata.
Cosa stava entrando, nuovo e inaspettato, dentro la mia vita?
Eppure, pensavo, era sempre stato là. In attesa di prendervi posto.
Era sciocco pensarlo. Non c’era niente su cui formulare un simile pensiero, niente ancora di concreto. Soltanto due parole gettate giù per le scale e un senso di benessere e dolcezza lasciato da un fiume di parole, scambiate col sorriso e senza alcuna aspettativa.
E io non ero neppure riuscita ad alzare lo sguardo.
Facevo schermo a quell’emozione come chi l’ha già provata altre volte, aggrappandosi ad essa, per poi cadere nel vuoto.
Lessi il messaggio e lei mi entrò dentro di nuovo, violando le mie difese. Ero felice o non lo ero? Cercai una risposta razionale ed era che sì, lo ero. E mi comportai come si comporta una persona felice, ancora una volta illudendomi di poter governare me stessa di fronte agli sconvolgimenti dell’Universo.
Poi iniziò.
Piansi tutto il giorno. E fui costretta a ricredermi. Non si governa proprio un bel niente. È l’Universo che ci governa, che ci sconquassa e ci ribalta, che ci ributta sul letto intossicandoci di forze profonde e sconosciute. Che ci lava via ogni singolo istante che abbiamo vissuto fino a quel momento, privandoci delle nostre certezze, scardinandole da dentro. E poi…
Inutile far finta che non fosse successo.
Le piansi tutte. Ero sempre stata così teatrale.
Piangevo perché si era riaperta ogni piaga. La sua presenza così potente aveva sciolto con un colpo solo tutti i deboli punti che tenevano chiuse le mie ferite. Sanguinavo d’un tratto il mio intero dolore e sapevo, sì, che mi avrebbe fatto bene.
Ma sapevo anche che non sarebbe bastato quel giorno, un giorno soltanto.
Piangevo per il dolore delle ferite convalescenti. E piangevo anche per la paura del futuro. Della fatica. Della delusione. Della noia.

Così decisi di scrivergli.

Ecco. Finalmente mi hai trovata.
Non ho ancora dormito nel tuo abbraccio. Non so ancora che genere di baci sono i tuoi. Per la verità non ti ho ancora neppure guardato dritto negli occhi. Ma lo so che sei tu.
È così strano per me doverlo ammettere, ma mi trovi del tutto impreparata. Non sono neppure la metà di quel che avrei voluto essere quando saresti arrivato. Che scherzo orribile. È come quando non ti suona la sveglia e ti trovi ancora sudato e in mutande proprio cinque minuti prima del colloquio per il lavoro della vita.
Proprio uno scherzo di cattivo gusto. Pensare che io ti conoscevo. Ho visto la tua dolcezza ben prima dell’impatto con la mia e forse, allora, sarei stata più preparata di adesso.
Ma non è colpa mia, sai. Siamo tutti imperfetti ognuno a suo modo: la mia imperfezione più grande sta nel ricercare la perfezione sempre. È importante che tu sappia questo, perché molto probabilmente cercherò di apparire diversa. Più bella, più solare, più intelligente. È molto probabile che in un primo momento io ci riesca senza sforzi. So che l’entusiasmo mi farà spalancare tutte le porte e forse, per un po’, avrai la visione di ciò che realmente sono.
Poi, però, so che a un certo punto sarò stanca e avrò bisogno di stare un po’ di tempo da sola per non mostrarti i miei lati peggiori. Quelli che mi faranno dubitare di me stessa e temere di non renderti felice. Quelli che mi faranno svegliare la notte, disorientata e triste. Quelli che mi impediranno di riconoscerti ogni volta come ti sto riconoscendo adesso.
So anche che non riuscirò a tenerteli nascosti a lungo. Li scoprirai e loro ti deluderanno, e ti faranno domandare che ne è stato di me.
È vero, sono una persona malinconica e teatrale. Non si sfugge alla propria natura.
Ma sono anche disposta a rischiare. A fare passi indietro. Sono disposta a rinunciare alla perfezione, se questo serve a non contaminare quello che sei. Una parola eccessivamente dotta. Una frase ingenuamente comica. Uno spirito antico e potente. E, credimi, non mi era mai capitato di pensarlo prima. Figuriamoci adesso che sono così stanca. Mi sembra significativo, non credi?

Mi fermai. A chi scrivevo?
Mi ero lasciata prendere la mano.
Sorrisi. Che strano essere umano che ero. E forse lui non l’avrebbe mai neppure letto.
Asciugai le lacrime e mi vestii per uscire.