Questo è un post che avrei voluto scrivere ieri, per questo motivo ne parlerò usando l’ “oggi”.

Oggi era l’ultimo giorno della mia supplenza in seconda E. Negli ultimi tempi, seppur vedere i miei alunni fosse sempre qualcosa di gioioso e terapeutico, stare in classe non mi dava più la stessa soddisfazione. Del resto è abbastanza naturale che, quando hai messo tutta te stessa in qualcosa che non ti ha restituito niente, lasciandoti derubata e malconcia, niente di tutto quello che ti faceva sentire gratificata abbia più lo stesso sapore. Se sei valsa meno di zero in quella che era la cosa più importante per te, perché non dovresti valere meno di zero anche in tutte le altre?

Oggi, quando ho varcato la soglia dell’aula, come ho fatto un sacco di volte, c’era qualcosa di diverso.
Un’ondata di calore mi ha investita sotto forma di applausi.
Sulla cattedra c’erano non uno ma cinque mazzi di fiori. Ho pensato che magari uno era per me. Erano tutti per me.
Gli occhi fuori dalle orbite, ho guardato i miei ragazzi e loro mi hanno invitata a voltarmi. Appeso alla lavagna c’era un cartellone zeppo di parole, firme, bigliettini, disegni, cuori.
È difficile immaginare la sensazione fortissima che ti rapisce tutta insieme, simile a un fuoco che divampa o a una botta nello stomaco, e che altrettanto improvvisamente arriva a sintetizzare tutte le tue sofferenze e la tua desolata mancanza d’amore, a sintetizzare tutti i tuoi mesi passati in un brivido che dai piedi ti sale in gola e dalla gola scoppia in un pianto.
Sconcertata come si può essere davanti a un miracolo, ho cercato inutilmente di dire qualcosa. Eccoli là. Eccoli. Tutti i miei fiori. Tutte le mie parole d’amore. Tutte le mie attenzioni. Tutti i miei sacrifici. I miei ritorni.
Sono i ritorni di qualcuno che ha saputo accogliere dentro di sé, davvero, quel che davo loro, come si fa con un punto di riferimento che ci dispiace perdere o lasciare. E lo capisco rileggendo quelle parole. Sono parole che mi dicono: “con noi non è stato invano”.

“Grazie di tutto prof, le auguro un futuro pieno di opportunità. Hunger Games sempre!”
“Cara professoressa, è stato molto bello conoscerla, di sicuro si ricorderà sempre delle mie battute!”
“Ci manchi tanto, spero che ci verrai a trovare. Non essere triste, non piangere, devi essere felice, come il sole che è sempre felice”
“Questi mesi li ho passati benissimo con lei, ci mancherà tanto”
“Noi vogliamo vederla sorridere perché almeno stiamo meglio anche noi. Grazie per tutto, tutto quello che ha fatto per noi, e le assicuro che ha fatto molto!!!”
“Mi mancherà più dell’aria in un oceano di lacrime” (l’esagerato c’è sempre!)
“Grazie davvero di tutte le conoscenze che ha fatto entrare nella mia testa.”
“Grazie per quello che ci ha dato, prof. Grazie davvero.”
“Con lei le lezioni erano divertenti oltre che istruttive. Mi mancherà come a Sakura mancava Sasuke!”
“Alzarsi in piedi e vederla uscire non è un ringraziamento per tutto quello che ha fatto per noi. Per questo abbiamo voluto darle dei fiori e le parole, le lacrime, i sorrisi dei nostri cuori.”
“Mi sa che la grammatica è sbagliata, il verbo restare non è all’infinito. Grazie, ci mancherà.”
“Mi dispiace tanto che lei debba andare via ma mi dispiacerà ancora di più quando tornerò a scuola e non la vedrò, quando non ci sarà più lei a chiedermi i compiti e a sgridarmi quando faccio confusione.”
“Grazie per essermi stata d’esempio. Le voglio bene.”
Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza: questa frase rimarrà impressa nel mio cuore come lo rimarrà lei.”

Ho voluto ricambiarli. Li ho abbracciati, poi li ho portati in aula di musica e ho suonato e cantato per loro una mia canzone, che non avevo mai fatto sentire a nessuno, ma proprio nessuno.

Prima di oggi ero un guscio vuoto.
Eppure ci sono momenti in cui mi rendo conto che le scelte che ho fatto, le persone di cui mi circondo, il lavoro cui mi sono dedicata mi restituiranno sempre l’amore che perdo per strada. Forse perché è davvero importante essere il punto di riferimento per qualcuno, sapere che per qualcuno vali, e non perché ti viene detto a parole ma perché ti dimostra col tempo di aver fatto fruttare l’affetto e gli insegnamenti che gli hai donato.
Io lo faccio di lavoro e ai ragazzi puoi dare anche senza aspettarti niente in cambio. Con le persone adulte non funziona così: alcune sono così egocentriche e inconsapevoli da illudersi di poterti prendere come guida, amarti non per quel che sei ma per quel che puoi fare per loro, assorbire tutto quel che hai da dare senza farne poi alcun uso, e infine buttarti via come un panno sporco quando sarebbe il momento di mettere la teoria in pratica, arrivando persino ad accusarti di non capirle, di voler porre dei limiti alla loro onnipotenza. E quando ti hanno buttato via, dimostrano di non aver mai avuto bisogno di te, e se ne vanno in trionfo insultando anche il dolore in cui ti hanno lasciata, senza amore e senza neppure affetto.
Alcune persone sono così egocentriche e inconsapevoli, adulte solo di nome, da essere pericolose per se stesse e per gli altri. E la cosa più triste è che, se non supereranno i loro egoismi, non saranno mai un punto di riferimento per nessuno.

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A volte aspetti per mesi che arrivi il tuo momento e puoi star certo che quel momento non arriva mai. Non sai neppure perché, ma sembra proprio che il Tempo abbia scelto di metterti appeso a un filo finché piace a lui, insensibile alle tue proteste e alla tua sofferenza.
Attendi una risposta da cieli che non possono dartene, speri che il tuo momento arrivi da direzioni in cui hai tenuto fisso il tuo sguardo fin troppo a lungo.
…C’è qualcuno? Io sono qui!

Ecco, ora si spegne anche la luce. Cazzo.

Il tempo che passi così appeso può essere molto. Può sembrarti infinito. Forse è l’avventatezza, ancora una volta, di muovere un po’ le gambe, di roteare gli occhi, che ti fa accorgere che qualcosa di imprevisto sta accadendo. L’amore arriva. Anzi, non arriva: ritorna.
Se da qualche parte hai seminato, da lì ritorna. Se hai seminato nel profondo, coltivato e irrigato come si deve fare con ogni stupida piantina, eccolo che torna rigoglioso. È la verità.
Se hai seminato in molti campi, poi, avviene il miracolo. L’amore ritorna a fiumi, ritorna anche da campi lontani e sperduti, ti abbraccia con un messaggio alle due di notte, in Tempi e Spazi che non gli attribuiresti mai. Ti meraviglia e ti scalda quell’improvvisa restituzione dell’Ordine Cosmico, ti senti di nuovo l’adolescente piena di spine e calore di un tempo. Ti guardi adesso, una donna tutta ghiaccio e graffi, e per un attimo sai che il dolore passerà.

“Amare è un gran dono e non tutti sanno farlo”. Grazie.
Chi non si spreca mai nel seminare i suoi campi e nell’acquistarne di nuovi, chi si recinta e si arma di carabina tremando ad ogni prima tempesta di stagione, chi si accontenta nel pensare che va tutto bene e non osa mai rischiare una lira del suo patrimonio, forse di notti buie appeso a testa in giù dovrà passarne molte. A meno che non trovi il coraggio di voltarsi e vivere davvero.

Non avrei mai detto che un giorno mi sarei scoperta, almeno in un campo, una capitalista.

You’ll be given love 
You’ll be taken care of 
You’ll be given love 
You have to trust it 

Maybe not from the sources 
You have poured yours 
Maybe not from the directions 
You are staring at 

Twist your head around 
It’s all around you 
All is full of love 
All around you 

All is full of love 
You just aint receiving 
All is full of love 
Your phone is off the hook 
All is full of love 
Your doors are all shut 
All is full of love! 

Il mio clacson si è risvegliato. Non sopporto più chi va a trenta per strada, la punizione giusta sarebbe quella di poterli fermare e riempirli di legnate. Ma dato che non è possibile, mi accontento di mettere in quella lunga clacsonata tutto il rimprovero che i miei migliori cipigli di professoressa sanno offrire. Mi sembra quasi di vederli, costernati e umiliati, nelle loro piccole macchine che sognano velocità da circuito di Formula 1.

Sono anche più bassa di voti. Finora ero troppo timorosa di ferire ogni alunno che si meritasse un quattro, ma mi sono chiesta: perché? In fondo, è quello che tutti un po’ sogniamo, quando decidiamo di intraprendere questa carriera. Io forse non ho mai avuto questo sogno perché un quattro non l’ho mai preso, ma sono stata egoista: è l’ora di pensare anche a tutti quei compagni che, dal banco accanto al mio, rimediavano insufficienze come se piovessero. E allora. Sappiate che vi sto vendicando gloriosamente.

Una cosa che farò più spesso è mandare subito dove meritano tutti i falsi buoni samaritani. Avete fatto il vostro tempo. Nessuno ha realmente bisogno della vostra finta misericordia; lo so, credete di essere davvero misericordiosi, ma la verità è che siete soltanto miseri. Perciò anche tu – sì, tu che ti intrometti in affari che non ti riguardano solo per dimostrare a te stessa che sei più altruista di Madre Teresa di Calcutta – sappi che sei l’opportunista più abietta che il tuo ristretto mondo da provincialotta senza cultura abbia mai partorito. Più patetico e meschino di questa tua dietrologia contadina è forse solo il finto intellettualismo da divano di cui tanto ti fai vanto.

Non accetto più giudizi. Da chi mi vuole bene meno ancora che da chi mi vuole male, perché quello, del tutto inconsapevole di elargirne così tanti al minuto da non poterli contare, sarà sempre convinto che sia a fin di bene, o peggio che non siano giudizi ma solo punti di vista (che poi, che differenza mai ci sarà); e andrà a finire che, come sempre, mi faranno meglio i giudizi di chi mi vuole male.

Rendo sempre più ampi i miei orizzonti. Più quelli degli altri si restringono. Più voi vi chiudete nel vostro giardino piccolo piccolo, a sentire il profumo della primavera ridotto al soldo delle rose malaticce che coltivate, più io mi riempirò le narici del profumo dei fiori esotici, e vorrò esplorare, e vorrò aprirmi, e vorrò cambiare idea, e vorrò girare il mondo – se con la testa o con i piedi poco importa. Lontano dalla provincia che puzza di vecchio.

Avevo voglia di scrivere alla lavagna, in Terza, la parola P U T T A N A, per poi chiedere loro che significato le attribuissero. Volevo vedere l’imbarazzo su quelle facce e cercare sadicamente il rossore di chi quella parola l’ha usata per far del male a lei. Avrei voluto dirlo a ciascuna di quelle piccole vipere, che non hanno certo alibi nei loro tredici anni, e vedere che effetto faceva loro sentirselo dire; ma ero consapevole che non ne avrebbe avuto alcuno, perché non sono piccole colombe spezzate come lei. Non ho fatto nulla di tutto questo, ma non faccio sconti all’adolescenza, quando cresce nella cattiveria e nell’incomprensione.

Il lato positivo è amaro.
È che, a dire il vero, non c’è che poca roba da nascondere in questa stanza, per stare bene. Dovrei forse oscurare le mie lenzuola, la mia paperetta di peluche, i miei vestiti più belli, i miei scritti, il mio profumo Chanel, i miei pensieri, i miei ricordi.
Per il resto, poche tracce visibili. Tracce-di-una-volpe

Da bambina avevo una gonna bianca decorata con larghi fiori tropicali rosa, viola e blu. Era enorme, a vita alta, forse un po’ troppo lunga. La indossavo con un lupetto nero, calzini bianchi e scarpette e un grande fiocco azzurro nei capelli. Il motivo principale per cui l’amavo era che, quando facevo una giravolta, si apriva tutta in una meravigliosa, gigantesca ruota. E il mio primo, dolce, svenevole gesto di vanità femminile era quel leggero volteggiare, ripetuto due, tre, quattro volte al giorno. Lo ripetevo perché ero bambina e perché ero femmina.
Non so cosa mi facesse sentire unica con quel capo addosso: se l’idea infantile di fare la principessa, se la vitalità che si descriveva nei fiori, o se più semplicemente il fatto che il bambino che mi piaceva, un giorno che ero andata a scuola così vestita – che pur avendo il grembiule non si poteva evitare di notare la ruota – mi aveva sussurrato all’orecchio “Sei bellissima”. Avevo la ruota e le codine alte, con due fiocchi.

È strano come la vita, a volte, anche nelle cose più piccole e irrilevanti, venga a giocare con te, mettendoti nuovamente di fronte a qualcosa che credevi perduto per sempre.
Non ho mai saputo che fine avesse fatto la mia gonna a ruota, ma di certo non pensavo che ne avrei mai più indossata una. Ora, davanti allo specchio del camerino, guardo le mie gambe che spuntano, calze nere e tacchi, sotto una ruota verde. Sono spropositatamente più lunghe di allora, ma è solo adesso che mi creano turbamento. Dopo tanti anni, quella bambina che aveva appena scoperto di piacersi scopre ormai ogni giorno di non amare il proprio corpo, passa ore davanti al guardaroba e tarda agli appuntamenti perché prova mille vestiti e combinazioni diverse, perché non si piace, perché non si ama, perché non ha niente e nessuno che la faccia sentire unica.

Adesso mi guardo e forse qualcosa l’ho trovato. Con quella cosa strana e antica addosso, la bambina che è in me sorride. Avevano ragione su quel sito: non è la forma del suo corpo ad essere sbagliata, ma solo l’abito. Chissà perché ha sempre pensato che la gonna a ruota l’avrebbe fatta sembrare una vecchia zia. È tornata a sette anni.
Vorrebbe ripetere il gesto, e che male c’è? Siamo in un camerino, siamo solo io e lei. Volteggio e guardo la ruota avvolgermi nel verde per lunghi istanti. Mentre la ruota gira, la bambina sente l’eco non di uno ma di dieci bambini che le dicono “Sei bellissima”, non di uno ma di mille uomini che le dicono “Sì, per te sono pronto a farlo.”

È arrivata la primavera anche quest’anno.
Qualcosa si muove nell’aria. È amaro e potente.
Riconosco questa sensazione. Ricordo di averla già provata.
Aprile, amico mio, c’eri tu.
Guardami camminare nella mia gonna nuova, e vediamo fin dove riesco a saltare, stavolta.

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Questo post mi è stato indirettamente ispirato dai consigli del bellissimo blog http://www.modaperprincipianti.com/

Ho iniziato a insegnare a 25 anni e la prima cosa che ho imparato è che la scuola è l’unico luogo spazio-temporale, almeno che io conosca, in cui puoi passare dal sentirti una bambina al sentirti una vecchia babbuina nel giro di una frazione di secondo. Per la precisione, quella che basta per varcare una porta, come quella di una classe. La cosa mi ha disorientato non poco, considerando che sono già abbastanza confusa di mio circa l’equivalenza tra la mia età anagrafica e quella, per così dire, “spirituale”. Da bambina credevo di avere quarant’anni e ragionavo di conseguenza, con evidenti ripercussioni sulla mia vita sociale e sull’accettazione che riscuotevo presso i miei coetanei. Adesso invece, per fortuna, di anni ne ho 25. Dal 2011.

Nella vita, l’età che hai è un fatto più o meno assoluto. Come è assoluto che io ho 25 anni, per capirsi. Il tempo scorre in modo matematicamente inequivocabile, o almeno se si escludono tutti quegli spiacevoli inconvenienti come che ogni anno sembra passare più rapido del precedente e che oggi è lunedì e di colpo è già venerdì eccetera eccetera.

Ma a scuola no. A scuola la tua età non è mai stata così relativa.

Sei giovane…
quando la collaboratrice scolastica: “Tesoro, perché sei in giro? IN CHE CLASSE STAI?”

Sei vecchia…
quando senti chiamare ripetutamente “prof” e ti domandi se questo prof prima o poi risponderà.

Sei giovane…
quando il collega “Ma se sei più giovane di mio figlio!”

Sei vecchia…
quando “Prof, ma lei è sposata no?”

Sei giovane…
quando una cassiera, in gita: “Ma guarda, siete un gruppo di Prato? Anche tu sei alle medie?”

Sei vecchia…
quando “Prof, ma il flopper (= “floppy disk”, ndA) si usava nel Medioevo!”

Sei giovane…
quando i colleghi “Non preoccuparti, tesoro, ti aiuto io che tu non lo sai fare!”

Sei vecchia…
(o lo diventi) quando ti lasciano improvvisamente sola davanti a un lavoro che non hai mai dovuto eseguire.

Sei giovane…
quando “Di che anno siete voi?” “1998” e pensi “Bene, non avrei potuto avere figli a 12 anni…”

Sei vecchia…
quando “Di che anno siete voi?” “2002” e pensi “…a 16 anni sì.”

Sei giovane…
quando “Vai tu in gita, dai che tanto non hai figli né famiglia!”

Sei vecchia…
quando “Prof ma lei ha UNA CERTA ETÀ!”

Sei vecchia…
quando “Quanti anni ha prof?” “…quanti me ne dai?” “…Qua…ranta…cinque?”

Sei giovane (o forse no?) …
quando “Quanti anni ha prof?” “…ventisei.” “…Ma daaaaaai! Avrei detto DICIOTTO!”

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SONY DSCHo deciso di inaugurare una nuova sezione del blog. Si chiama “Martina l’isterica Prof.” ed è la poco fantasy story di una professoressa alle prime armi, che per comodità chiameremo con questo nome generico. Vabbè, mi avete scoperto, si tratta di me. Non ve lo aspettavate eh?

Dato che la mia vita da insegnante pare al momento voler a tutti i costi prevaricare nella mia quotidianità e nella mia ispirazione narrativa, ho pensato che tanto valeva lasciarsene trasportare. Credo si chiami “deformazione professionale”. Non ho ancora capito se è una cosa buona o no. Però mi diverte.

Spero che anche chi mi segue possa divertirsi con i post che verranno, leggendo quel che mi capita in quel luogo dove ognuno di noi ha sempre sognato di trovarsi ma dove solo pochi eletti sono giunti: l’altra parte della cattedra.

Vi avverto: è un viaggio tutt’altro che agevole! 😉

Quando, in seconda superiore, maturai la decisione irremovibile che nella vita avrei fatto l’insegnante, desideravo più di ogni altra cosa fare la prof di liceo. Possibilmente un liceo come il mio, oppure un classico. E spesso, durante il percorso universitario che mi ha portata alla precarietà di una cattedra sì e no ogni due mesi, ho espresso questo desiderio unito ad un’esclusione a priori: “Alle medie solo se proprio devo.”
Il perché di questo giudizio incondizionatamente negativo sulla scuola media penso fosse radicato nella mia personale esperienza in quel ciclo. La Scuola Media italiana ha molti difetti, uno fra questi non è colpa di nessuno in particolare: è un percorso troppo breve. Così, siamo spesso portati a considerarlo “solo” un periodo di passaggio, in cui l’educazione, la didattica, i contenuti passano in maniera non sempre chiara, spesso in modo informe; né carne né pesce, proprio come l’età degli alunni che affrontano questo ciclo di studi.
Un altro blasone negativo, sulla bocca di tutti, era: “Quella è l’età peggiore. Non sono ancora ragazzi ma non sono neppure più bambini. Hanno la malizia degli adolescenti e l’infantilità dei bambini.”

È vero, è un mix micidiale. E tante volte anch’io, ripensando con gli occhi di un adulto i miei undici-tredici anni, sono caduta nel tranello di giudicarla la mia età peggiore, un momento in cui non ero niente o non ho imparato, costruito niente. Ma i giudizi a posteriori certe volte sanno essere più ingannevoli di quelli a priori: troppe cose sono lontane nella memoria, troppe altre ne sono accadute e sono andate a inserirsi tra quell’età e quella forse più complessa, senza dubbio più appariscente, che è l’adolescenza vera e propria. In questo caso, l’unica esperienza che può farti cambiare idea è quella che ti costringa a rivivere, con occhi esterni ma non più a posteriori, l’età che avevi ormai del tutto rimosso.

I miei preadolescenti sono chiassosi e vivaci. Amano esprimersi ad alta voce e, se non lo fanno, è perché sono troppo timidi o sono tristi per qualche motivo. Si picchiano, si montano addosso, si tirano i capelli e qualche volta si prendono a manate. Dei maschi solo alcuni hanno la voce appena un po’ più grave; la maggior parte sono bambini a tutti gli effetti, nani in tuta da ginnastica con movenze goffe e guancine rosa. Alcuni giocano a fare i bulli o a sentirsi grandi, ma il loro aspetto contrasta in maniera esilarante con le parolacce che provano a mettere in fila. Quelli che si atteggiano a playboys sono così teneri che non puoi che invidiarli: vengono a scuola con la camicia stirata, il colletto aperto sulla catenina d’acciaio, il capello fatto, e sono belli in un modo che solo le loro mamme sanno apprezzare (del resto, è la crescita). E piacciono alle ragazze nonostante sembrino dei bambini vestiti da copertina d’alta moda.
Le ragazze si dividono in due. Ci sono quelle ancora bambine e quelle che ci provano davvero, a fare le ragazze. Le seconde hanno già qualche forma, si truccano appena un po’, scrivono frasi a effetto sul diario, fingono di disprezzare i maschi. Le prime sono sportive, occhialute, portano i capelli lunghi scomposti o legati in una coda e sono sospese tra l’ammirazione e lo spaesamento di fronte agli atteggiamenti delle seconde; e non è che fingono di disprezzare i maschi, li disprezzano sinceramente. …Io alle medie.

I miei preadolescenti hanno in sé tutti i semi degli uomini e delle donne che devono nascere.
Alcuni di loro mi hanno detto “noi siamo il futuro”. Niente di più vero, ma spero che lo siano con una guida adatta. Perché il mondo che li circonda, oggi, ha tinte fosche e contorni non ben definiti. Offre loro tutto ciò che può esistere di superfluo nella frazione di un nanosecondo, mentre toglie loro gradualmente e in modo impercettibile, ogni giorno, l’indispensabile: certezze, denaro, opportunità. Il mondo si è aperto a 360 gradi davanti ai loro occhi, ma non hanno i mezzi per affrontarlo.
Ecco perché rimango in Italia e non vado a offrire i miei brontoloni a bambini svedesi o tedeschi: non penso che i miei brontoloni valgano a salvare qualcuno, ma se possono farlo, sicuramente ce n’è più bisogno qui che altrove.

Parlerò più spesso del mio mestiere, perché un giorno, quando sarò stanca e invocherò la pensione imprecando come una camionista di ottant’anni che ha perso la dentiera sotto il pedale del freno, voglio ricordarmi dei motivi per cui vale la pena insegnare.

Il cervello, alle medie, ti viaggia a velocità supersonica. I passatempi più belli, quelli legati ai tuoi talenti, li scopri alle medie. Le prime amicizie vere le stringi alle medie. L’amore vero, quello che non tornerà mai più, quello che ti toglie la fame e la sete, quello che è strano e informe e colloso ma potente come una folgore, è solo quello delle medie.
Vale la pena insegnare perché l’età dei miei studenti, quella che rivivo ogni anno attraverso di loro, con sguardo divertito e nostalgico, è in realtà l’età più bella.