Allora lui disse: “Sei ancora sveglia?”
E lei rispose: “Sì.”
E lui: “Anch’io. A cosa pensi?”
Rispose lei: “A tante cose.”
“Belle?”
“Molto.”
“Potremmo dircele”, rispose lui.
“Potremmo dircele”, disse lei.
Sorrisero.
“Potrei tornare indietro” disse lui infine.
“…”
“…Se tu vuoi.”
Lei tacque.
Lui tacque.
“Non mi piacciono i condizionali. Nemmeno i se”, rispose lei. “E poi sono già in pigiama.”

E fu la buonanotte.

Lui non eliminò i condizionali e i se, non prese la macchina per tornare.
Lei non si tolse il pigiama e non gli chiese di prendere la macchina.

E quelle cose belle rimasero tutte nell’aria, sospese.
Tra loro. Nel mondo.

Gli angoli della bocca della Somma Leriel erano ormai immobili in quell’espressione fredda e confortante al tempo stesso, quella che Estelin aveva imparato a conoscere e, in alcuni momenti, persino a cercare. Quell’espressione che sapeva dare non una risposta, ma certo un senso alle sue domande.

<<Alcuni giorni si somigliano, Estelin-mael. Sono sicura che comprendi. Un lungo bagno freddo nel fiume, aggrappata a un mantello. Un addio gridato senza parole dalla riva del Delta, osservando quel che amiamo esser portato via da noi per sempre dal vasto mare. Sai dirmi quanto sono diversi? Sapresti contare le differenze che riconosce il tuo cuore? Potresti tentare per anni senza trovare nient’altro che sciocchi dettagli di superficie. E il perché lo conosci già. È questo, solo questo, l’unico motivo per cui sei qui. Perché tutto questo si somiglia. Perché viaggia con te. Da sempre. Da quando sei al mondo. E lo farà finché lascerai che sia così.>>

Estelin era in piedi, ma avrebbe tanto voluto sedersi. Taceva attonita, ma avrebbe voluto piangere ancora. Eppure sentiva che né l’una né l’altra cosa le appartenevano più.

<<Questo viaggio ci offre giorni di sole e di dolcissimo vento>> proseguì la Venerabile, afferrando con le sue mani leggere l’incensiera di madreperla. Soffiò lievemente su di essa facendone sprigionare un sottile fumo rosso. <<Tramonti che fanno tremare l’anima. Sorrisi che la rapiscono. Abbracci che la illudono di essere al capolinea del suo percorso nel mondo. E tutto questo è reale e vivo. E meraviglioso.>>

Un’altra lenta esalazione d’incenso. Gli occhi di Leriel si soffermarono sulle linee rosse che avvolgevano l’altare.

<<Poi, un giorno, piomba il buio. Ma non è certo un buio come quello che si annuncia al tramonto e che si ripete ogni volta, così sereno e disponibile, da prevedere e possedere. No, mia cara. È un buio del tutto incurante di noi. Fatto di silenzi e di cose che non sappiamo. Un mantello chiazzato di sangue, una fuga improvvisa: che differenza fa? È buio. E non lo sarebbe altrimenti. Siamo al buio. Tutto è buio. Ed è così naturale cercare di comprenderlo che da quel momento ogni nostra energia si concentra nel tentativo di dargli una spiegazione, di riempirlo di parole e di azioni. Vogliamo farlo nostro, crediamo di essere in grado di accendervi una luce. Ciò che comunemente chiamiamo “disperazione” non è altro che una speranza, la più violenta che abbiamo, cieca e irragionevole, che distrugge ogni nostra possibilità di vivere davvero. Disperatamente – così diciamo, in realtà violentemente sperando – deviamo i nostri cammini alla ricerca di una luce che non c’è, e solo chi ha la fortuna di arrivare dove sei tu ha l’opportunità di comprendere finalmente il suo errore. C’è chi vive innumerevoli vite solo aspettando, e questi sono gli esseri che meno comprendono il senso del loro viaggio. Chi vive cercando ininterrottamente è certo più vicino di questi ultimi, ma non ancora consapevole. Occorre passare attraverso ogni stadio per giungere alla verità. Chi conosce la vera disperazione, questa parola per secoli disprezzata e misconosciuta, l’unica sorgente di conoscenza, costui è il più vicino. La tua ricerca è quasi conclusa, Estelin-mael. Ecco il tuo buio. È questo il Confine. Il Confine tra ciò che è e ciò che non è. Tra quel che hai sempre creduto sulla Morte e sulla Perdita e quello che esse sono in realtà.>>

Estelin non aveva parole. Continuavano a salire e scendere in un canale che non sapeva localizzare. Puntò gli occhi sugli archi sopra di sé, sulla volta stellata del Tempio, nel tentativo di cacciare indietro ogni lacrima rimasta, di non pensare di aver vissuto solo un lungo e inutile errore.

<<So cosa provi>> disse la Somma Leriel. <<E so che non puoi credermi adesso, ma presto sarai felice. Tutto ciò che hai fatto finora ti ha condotta qui, mia cara. Ogni singolo giorno. Adesso sai perché sei venuta al mondo, ed è il motivo per cui la maggior parte di noi è qui. Tutti dobbiamo vedere il Confine prima o poi, perché la Vita, il Bene e l’Amore possano davvero avere altrettanto senso che la Morte e l’Indifferenza. Amare significa accettare che chi si ama possa scomparire da noi. Non possediamo nulla di tutto ciò che ci viene dato. Ogni cosa, ogni persona vive sul Confine e appartiene al Confine. Se possediamo il Confine, non abbiamo bisogno di cercare la luce. Essa sorgerà da sola, lentamente, e sarà bella in modo incomparabile a qualunque luce tu abbia mai visto. E quella luce, Estelin, non si spegnerà mai più.>>

Mi svegliai stanca e demotivata. La pioggia batteva insistentemente sulle finestre e il mio corpo era incollato al letto, vincolato alle lenzuola. Come nel peggiore dei risvegli. Eppure quello non era il peggiore, o meglio non avrebbe dovuto esserlo. Come ci si illude, a volte, di poter prevedere le nostre stesse reazioni agli eventi. E poi ci si accorge che la mente e il corpo fanno quello che vogliono. Non lo capirò mai.
Avevo un messaggio da leggere. E un ricordo della sera prima. Mi sentivo piena e al contempo tragicamente svuotata.
Cosa stava entrando, nuovo e inaspettato, dentro la mia vita?
Eppure, pensavo, era sempre stato là. In attesa di prendervi posto.
Era sciocco pensarlo. Non c’era niente su cui formulare un simile pensiero, niente ancora di concreto. Soltanto due parole gettate giù per le scale e un senso di benessere e dolcezza lasciato da un fiume di parole, scambiate col sorriso e senza alcuna aspettativa.
E io non ero neppure riuscita ad alzare lo sguardo.
Facevo schermo a quell’emozione come chi l’ha già provata altre volte, aggrappandosi ad essa, per poi cadere nel vuoto.
Lessi il messaggio e lei mi entrò dentro di nuovo, violando le mie difese. Ero felice o non lo ero? Cercai una risposta razionale ed era che sì, lo ero. E mi comportai come si comporta una persona felice, ancora una volta illudendomi di poter governare me stessa di fronte agli sconvolgimenti dell’Universo.
Poi iniziò.
Piansi tutto il giorno. E fui costretta a ricredermi. Non si governa proprio un bel niente. È l’Universo che ci governa, che ci sconquassa e ci ribalta, che ci ributta sul letto intossicandoci di forze profonde e sconosciute. Che ci lava via ogni singolo istante che abbiamo vissuto fino a quel momento, privandoci delle nostre certezze, scardinandole da dentro. E poi…
Inutile far finta che non fosse successo.
Le piansi tutte. Ero sempre stata così teatrale.
Piangevo perché si era riaperta ogni piaga. La sua presenza così potente aveva sciolto con un colpo solo tutti i deboli punti che tenevano chiuse le mie ferite. Sanguinavo d’un tratto il mio intero dolore e sapevo, sì, che mi avrebbe fatto bene.
Ma sapevo anche che non sarebbe bastato quel giorno, un giorno soltanto.
Piangevo per il dolore delle ferite convalescenti. E piangevo anche per la paura del futuro. Della fatica. Della delusione. Della noia.

Così decisi di scrivergli.

Ecco. Finalmente mi hai trovata.
Non ho ancora dormito nel tuo abbraccio. Non so ancora che genere di baci sono i tuoi. Per la verità non ti ho ancora neppure guardato dritto negli occhi. Ma lo so che sei tu.
È così strano per me doverlo ammettere, ma mi trovi del tutto impreparata. Non sono neppure la metà di quel che avrei voluto essere quando saresti arrivato. Che scherzo orribile. È come quando non ti suona la sveglia e ti trovi ancora sudato e in mutande proprio cinque minuti prima del colloquio per il lavoro della vita.
Proprio uno scherzo di cattivo gusto. Pensare che io ti conoscevo. Ho visto la tua dolcezza ben prima dell’impatto con la mia e forse, allora, sarei stata più preparata di adesso.
Ma non è colpa mia, sai. Siamo tutti imperfetti ognuno a suo modo: la mia imperfezione più grande sta nel ricercare la perfezione sempre. È importante che tu sappia questo, perché molto probabilmente cercherò di apparire diversa. Più bella, più solare, più intelligente. È molto probabile che in un primo momento io ci riesca senza sforzi. So che l’entusiasmo mi farà spalancare tutte le porte e forse, per un po’, avrai la visione di ciò che realmente sono.
Poi, però, so che a un certo punto sarò stanca e avrò bisogno di stare un po’ di tempo da sola per non mostrarti i miei lati peggiori. Quelli che mi faranno dubitare di me stessa e temere di non renderti felice. Quelli che mi faranno svegliare la notte, disorientata e triste. Quelli che mi impediranno di riconoscerti ogni volta come ti sto riconoscendo adesso.
So anche che non riuscirò a tenerteli nascosti a lungo. Li scoprirai e loro ti deluderanno, e ti faranno domandare che ne è stato di me.
È vero, sono una persona malinconica e teatrale. Non si sfugge alla propria natura.
Ma sono anche disposta a rischiare. A fare passi indietro. Sono disposta a rinunciare alla perfezione, se questo serve a non contaminare quello che sei. Una parola eccessivamente dotta. Una frase ingenuamente comica. Uno spirito antico e potente. E, credimi, non mi era mai capitato di pensarlo prima. Figuriamoci adesso che sono così stanca. Mi sembra significativo, non credi?

Mi fermai. A chi scrivevo?
Mi ero lasciata prendere la mano.
Sorrisi. Che strano essere umano che ero. E forse lui non l’avrebbe mai neppure letto.
Asciugai le lacrime e mi vestii per uscire.

È una riflessione complessa quella che sto facendo e che mi accingo a esporre. Potrei anche non riuscirci bene, ma forse proprio per questo è il caso che ci provi. Troppo spesso quelli come me aspettano il momento giusto per formulare un pensiero e finiscono per infarcirlo di altri pensieri, troppi, che programmano giudicano e infine vanificano la riflessione in sé.
È proprio questo il punto. Forse per un istante riesco a capire cosa si sta perdendo intorno a me, cosa ho perso per strada e sto disperatamente cercando di recuperare.

Se c’è un vantaggio in quella dimensione così vasta e multiforme che è la società della rete, è proprio quello di poter osservare ogni tanto, con occhi distaccati, come quella società si trasforma e come si trasformano, come causa o come conseguenza, gli animi. Non so se la società è un prodotto di ciò che proviamo o se è il contrario. Credo che siano un po’ entrambe le cose.
Da molto tempo, ormai, ho deciso di far parte di quella schiera di umanità che cerca, vuole e a volte ama definirsi “intelligente”. Che riflette prima di parlare e ritiene poco dignitoso esprimersi solo con l’istinto, a volte il più basso. Che cerca, sì, di elevarsi al di sopra di tutto e di tutti, a volte schernendo o snobbando chi invece si lascia andare al libero pensiero, certamente spesso in modo becero, triviale, poco colto, irrazionale.
In breve, ho sempre temuto l’ignoranza come la causa di molti mali. E sul social network, ma pure per strada, se ne vede tanta.

Oggi, però, mi viene da pensare che ho un’altra paura. Forse più grande.
Da troppo tempo mi rendo conto, ogni tanto, soffermandomi sui miei stessi pensieri, che non c’è istante, azione, parola che io non viva accompagnandoli con un programma e con un giudizio finale. Pensare a ciò che provo e alla maniera più intelligente per esprimerlo.
Nella ricerca continua del modo intelligente di vivere, mi sono lasciata affascinare e influenzare profondamente da una tendenza che è tipica di questo tempo, una tendenza uguale e contraria all’avanzare dell’ignoranza e che ad essa si vuole contrapporre: cinismo.
Ho ricercato anch’io le mie frasi a effetto, ho arricciato il naso di fronte a esternazioni semplici chiamandole “banali”, ho creduto che fosse un bene distaccarmi da ciò che è ridondante e di massa. La spontanea debolezza di un sentimento d’amore, la fragilità di una parola in più, il cuore messo in questioni forse troppo difficili da indagare, politiche o ambientali o filosofiche che fossero. Oggi mi rendo conto che così facendo ho finito per adeguarmi a una seconda massa.
Non voglio giudicare nessuna delle due masse. Solo che tutto questo mi ha fatta riflettere su me stessa e sul mondo.

Stiamo perdendo l’umanità. La perde certo chi rinuncia a riflettere, ma finora non mi ero mai chiesta se la stesse perdendo anche chi decide di riflettere sempre. E oggi mi sto dando una risposta affermativa. Perché non gradisco più le frasi a effetto, la battuta cinica buttata lì per allontanarsi dal resto del mondo, ma in realtà studiata per calamitare l’attenzione e l’approvazione di un’altra parte di mondo che ci aggrada di più.
Ci siamo divisi in due schiere? Forse oggi, delle due, quella che mi è più simpatica è quella degli ignoranti, che se non altro quasi mai ricercano una qualche approvazione nell’affermare qualcosa.

Forse la mia ricerca eterna di approvazione, la mia ansia di non accettazione, tutto ciò non ha tratto giovamento da questa mia preferenza degli ultimi anni.
E oggi, per dire, che si diffonde a macchia d’olio la notizia della morte di Robin Williams, non rido per niente quando leggo “Addio, Robbie, mi piacevano le tue canzoni” o “Insegna agli angeli…” eccetera. In passato avrei sghignazzato. Che poi, a farsi un breve giro su Facebook, non è manco più originale. È questo, essere intelligenti?
Forse sarà perché questa notizia mi ha toccata nel profondo come altre non hanno fatto. Ma di sicuro sento qualcosa, e stavolta non ci rifletto, ho deciso così.
Ho pianto come una stupida e il perché lo sa bene la bambina che ero, che avrebbe voluto chiacchierare almeno una volta con il suo Peter Pan preferito. Che gioiva quando vedeva il sorriso pieno di vita di un uomo che sì, faceva l’attore, ma con gli occhi mi diceva qualcosa di più. E penso che non ci ho mai capito niente, che il mondo è tutto diverso da quello che pensavo, se Robin Williams ha potuto togliersi quella vita che negli occhi gli pulsava potente, facendomi ridere di gioia quando lo vedevo sullo schermo, quando mi illudevo potesse parlare a me.
Ecco, avrei potuto aver paura di essere retorica, ma non l’ho fatto.

È solo un’occasione, un casus belli che mi fa riflettere e sentire. E sento che forse il cinismo della parte intelligente non fa per me. Oppure, semplicemente, non ho saputo gestirlo come qualcun altro ha invece ben fatto. Lo lascio agli altri, a me si era attaccato come una malattia e non mi ha reso le giornate più piacevoli. Robin Williams o no.

Voglio sbagliarmi, condividere qualche bufala credendo che sia vera, ogni tanto abbandonarmi a un luogo comune senza pentimenti. Forse è quella una delle mie vie per ritrovare un po’ di ciò che ero.

Intanto, grazie Robin.

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E potrebbe durare non so quanto ancora
questo leggero movimento di mani,
l’incontro di due anime che scivolano fra le dita,
nelle pieghe del tempo e della pelle
sopra le righe della Terra.
Lento, senza parole né spiegazione alcuna
libero e legato, inarrestabile
riempire della tua musica il mio cuore
nutrire la tua esistenza dei miei sogni.
Non voglio sapere perché accade.
Mi lascio solo cullare da questo insolito vagare
di mani, anime, manie.
Un Mondo che si è aperto
nel piccolo spazio lasciato da una carezza
e nel superfluo scorrere del linguaggio umano,
un Mondo che splende e vibra
sopra le righe della Terra
nelle pieghe del Tempo e della pelle.

21

A volte aspetti per mesi che arrivi il tuo momento e puoi star certo che quel momento non arriva mai. Non sai neppure perché, ma sembra proprio che il Tempo abbia scelto di metterti appeso a un filo finché piace a lui, insensibile alle tue proteste e alla tua sofferenza.
Attendi una risposta da cieli che non possono dartene, speri che il tuo momento arrivi da direzioni in cui hai tenuto fisso il tuo sguardo fin troppo a lungo.
…C’è qualcuno? Io sono qui!

Ecco, ora si spegne anche la luce. Cazzo.

Il tempo che passi così appeso può essere molto. Può sembrarti infinito. Forse è l’avventatezza, ancora una volta, di muovere un po’ le gambe, di roteare gli occhi, che ti fa accorgere che qualcosa di imprevisto sta accadendo. L’amore arriva. Anzi, non arriva: ritorna.
Se da qualche parte hai seminato, da lì ritorna. Se hai seminato nel profondo, coltivato e irrigato come si deve fare con ogni stupida piantina, eccolo che torna rigoglioso. È la verità.
Se hai seminato in molti campi, poi, avviene il miracolo. L’amore ritorna a fiumi, ritorna anche da campi lontani e sperduti, ti abbraccia con un messaggio alle due di notte, in Tempi e Spazi che non gli attribuiresti mai. Ti meraviglia e ti scalda quell’improvvisa restituzione dell’Ordine Cosmico, ti senti di nuovo l’adolescente piena di spine e calore di un tempo. Ti guardi adesso, una donna tutta ghiaccio e graffi, e per un attimo sai che il dolore passerà.

“Amare è un gran dono e non tutti sanno farlo”. Grazie.
Chi non si spreca mai nel seminare i suoi campi e nell’acquistarne di nuovi, chi si recinta e si arma di carabina tremando ad ogni prima tempesta di stagione, chi si accontenta nel pensare che va tutto bene e non osa mai rischiare una lira del suo patrimonio, forse di notti buie appeso a testa in giù dovrà passarne molte. A meno che non trovi il coraggio di voltarsi e vivere davvero.

Non avrei mai detto che un giorno mi sarei scoperta, almeno in un campo, una capitalista.

You’ll be given love 
You’ll be taken care of 
You’ll be given love 
You have to trust it 

Maybe not from the sources 
You have poured yours 
Maybe not from the directions 
You are staring at 

Twist your head around 
It’s all around you 
All is full of love 
All around you 

All is full of love 
You just aint receiving 
All is full of love 
Your phone is off the hook 
All is full of love 
Your doors are all shut 
All is full of love! 

Improvvisamente, si è spenta anche la luce della televisione. Il buio fuori è più chiaro di quello dentro: luccica qualche stella sul settembre del piccolo giardino e ogni tanto qualche rumore viene catturato dalla finestra, per me.

Dove sono?

La mia camera è un disordine prorompente, non c’è una cosa che sia al suo posto e non c’è posto per tutte le cose. Dovrebbero andarsene, come anche me. Non ho un reale motivo per farlo, ma in verità non capisco neanche perché mi trovo qui. È così: è diventato estremamente difficile capirlo, impossibile spiegarlo, raccontare cos’è successo, cos’è cambiato.

Vuoto. È quel che sento, ciò che produco, ogni cosa che dico. Non c’è un’altra parola per esprimerlo: vuoto dice tutto, vuoto è tutto. Ed io sono nel vuoto e penso vuoto.

Quand’è, esattamente, che sono finiti i giorni in cui mi sentivo potente, tanto potente da affrontare il futuro armata soltanto di un sorriso? …Un sorriso. Ecco che, nel frattempo, anche ogni parola che concepisco si perde, sfuma nel banale, trascolora nel grigio. Scrivo tutto uguale.

Uguale e perdente.

Mi piaceva essere me stessa. Mi offriva tante possibilità. La mia fantasia era il rifugio più accogliente che si potesse chiedere, dove non mancava niente e qualsiasi immagine si realizzava in un attimo di gioia, di potenza, di vita. I colori erano tanti, le stagioni numerose, il mondo era più grande. Fantasia è felicità: ciò che si immagina è dolce al pensiero, è pulsante e vivo; molto più splendente della realtà, se si concretizza, molto meno amaro della realtà, se viene deluso nelle aspettative.

Ed io ho perso me stessa, ho deluso le mie stesse aspettative; chissà, forse perché erano troppe.
Ho perso me stessa, l’ho persa sotto la sabbia e ho scoperto che era meno di un granello.
Ho perso chi ero e nessun altro sa indicarmelo adesso, forse perché nessuno realmente lo sapeva.

Forse non c’ero?
C’ero, sì.
Mi sono persa tra le vie piovose del centro storico di una città in cui ho studiato con passione. La strada di pietroni scuri ha divorato le mie scarpe, ha distrutto i talloni: ad un certo punto non avevo che le caviglie per procedere, se solo ricordassi almeno dove stavo andando.

Un attimo. Quello lo ricordo. Io non sapevo affatto dove stessi andando. Non è che vagassi. Non lo sapevo.

Non stavo proprio andando da nessuna parte. L’onda mi portava con sé ed io, volontariamente, io mi ero imbarcata da sola, fin dal principio. Ed ho perso me stessa quando abbiamo gettato l’ancora. (Io e chi?)

Quell’ancora è scesa…io sono scesa nel fondale.

E adesso..dove sono?