Allora lui disse: “Sei ancora sveglia?”
E lei rispose: “Sì.”
E lui: “Anch’io. A cosa pensi?”
Rispose lei: “A tante cose.”
“Belle?”
“Molto.”
“Potremmo dircele”, rispose lui.
“Potremmo dircele”, disse lei.
Sorrisero.
“Potrei tornare indietro” disse lui infine.
“…”
“…Se tu vuoi.”
Lei tacque.
Lui tacque.
“Non mi piacciono i condizionali. Nemmeno i se”, rispose lei. “E poi sono già in pigiama.”

E fu la buonanotte.

Lui non eliminò i condizionali e i se, non prese la macchina per tornare.
Lei non si tolse il pigiama e non gli chiese di prendere la macchina.

E quelle cose belle rimasero tutte nell’aria, sospese.
Tra loro. Nel mondo.

Gli angoli della bocca della Somma Leriel erano ormai immobili in quell’espressione fredda e confortante al tempo stesso, quella che Estelin aveva imparato a conoscere e, in alcuni momenti, persino a cercare. Quell’espressione che sapeva dare non una risposta, ma certo un senso alle sue domande.

<<Alcuni giorni si somigliano, Estelin-mael. Sono sicura che comprendi. Un lungo bagno freddo nel fiume, aggrappata a un mantello. Un addio gridato senza parole dalla riva del Delta, osservando quel che amiamo esser portato via da noi per sempre dal vasto mare. Sai dirmi quanto sono diversi? Sapresti contare le differenze che riconosce il tuo cuore? Potresti tentare per anni senza trovare nient’altro che sciocchi dettagli di superficie. E il perché lo conosci già. È questo, solo questo, l’unico motivo per cui sei qui. Perché tutto questo si somiglia. Perché viaggia con te. Da sempre. Da quando sei al mondo. E lo farà finché lascerai che sia così.>>

Estelin era in piedi, ma avrebbe tanto voluto sedersi. Taceva attonita, ma avrebbe voluto piangere ancora. Eppure sentiva che né l’una né l’altra cosa le appartenevano più.

<<Questo viaggio ci offre giorni di sole e di dolcissimo vento>> proseguì la Venerabile, afferrando con le sue mani leggere l’incensiera di madreperla. Soffiò lievemente su di essa facendone sprigionare un sottile fumo rosso. <<Tramonti che fanno tremare l’anima. Sorrisi che la rapiscono. Abbracci che la illudono di essere al capolinea del suo percorso nel mondo. E tutto questo è reale e vivo. E meraviglioso.>>

Un’altra lenta esalazione d’incenso. Gli occhi di Leriel si soffermarono sulle linee rosse che avvolgevano l’altare.

<<Poi, un giorno, piomba il buio. Ma non è certo un buio come quello che si annuncia al tramonto e che si ripete ogni volta, così sereno e disponibile, da prevedere e possedere. No, mia cara. È un buio del tutto incurante di noi. Fatto di silenzi e di cose che non sappiamo. Un mantello chiazzato di sangue, una fuga improvvisa: che differenza fa? È buio. E non lo sarebbe altrimenti. Siamo al buio. Tutto è buio. Ed è così naturale cercare di comprenderlo che da quel momento ogni nostra energia si concentra nel tentativo di dargli una spiegazione, di riempirlo di parole e di azioni. Vogliamo farlo nostro, crediamo di essere in grado di accendervi una luce. Ciò che comunemente chiamiamo “disperazione” non è altro che una speranza, la più violenta che abbiamo, cieca e irragionevole, che distrugge ogni nostra possibilità di vivere davvero. Disperatamente – così diciamo, in realtà violentemente sperando – deviamo i nostri cammini alla ricerca di una luce che non c’è, e solo chi ha la fortuna di arrivare dove sei tu ha l’opportunità di comprendere finalmente il suo errore. C’è chi vive innumerevoli vite solo aspettando, e questi sono gli esseri che meno comprendono il senso del loro viaggio. Chi vive cercando ininterrottamente è certo più vicino di questi ultimi, ma non ancora consapevole. Occorre passare attraverso ogni stadio per giungere alla verità. Chi conosce la vera disperazione, questa parola per secoli disprezzata e misconosciuta, l’unica sorgente di conoscenza, costui è il più vicino. La tua ricerca è quasi conclusa, Estelin-mael. Ecco il tuo buio. È questo il Confine. Il Confine tra ciò che è e ciò che non è. Tra quel che hai sempre creduto sulla Morte e sulla Perdita e quello che esse sono in realtà.>>

Estelin non aveva parole. Continuavano a salire e scendere in un canale che non sapeva localizzare. Puntò gli occhi sugli archi sopra di sé, sulla volta stellata del Tempio, nel tentativo di cacciare indietro ogni lacrima rimasta, di non pensare di aver vissuto solo un lungo e inutile errore.

<<So cosa provi>> disse la Somma Leriel. <<E so che non puoi credermi adesso, ma presto sarai felice. Tutto ciò che hai fatto finora ti ha condotta qui, mia cara. Ogni singolo giorno. Adesso sai perché sei venuta al mondo, ed è il motivo per cui la maggior parte di noi è qui. Tutti dobbiamo vedere il Confine prima o poi, perché la Vita, il Bene e l’Amore possano davvero avere altrettanto senso che la Morte e l’Indifferenza. Amare significa accettare che chi si ama possa scomparire da noi. Non possediamo nulla di tutto ciò che ci viene dato. Ogni cosa, ogni persona vive sul Confine e appartiene al Confine. Se possediamo il Confine, non abbiamo bisogno di cercare la luce. Essa sorgerà da sola, lentamente, e sarà bella in modo incomparabile a qualunque luce tu abbia mai visto. E quella luce, Estelin, non si spegnerà mai più.>>

Mi svegliai stanca e demotivata. La pioggia batteva insistentemente sulle finestre e il mio corpo era incollato al letto, vincolato alle lenzuola. Come nel peggiore dei risvegli. Eppure quello non era il peggiore, o meglio non avrebbe dovuto esserlo. Come ci si illude, a volte, di poter prevedere le nostre stesse reazioni agli eventi. E poi ci si accorge che la mente e il corpo fanno quello che vogliono. Non lo capirò mai.
Avevo un messaggio da leggere. E un ricordo della sera prima. Mi sentivo piena e al contempo tragicamente svuotata.
Cosa stava entrando, nuovo e inaspettato, dentro la mia vita?
Eppure, pensavo, era sempre stato là. In attesa di prendervi posto.
Era sciocco pensarlo. Non c’era niente su cui formulare un simile pensiero, niente ancora di concreto. Soltanto due parole gettate giù per le scale e un senso di benessere e dolcezza lasciato da un fiume di parole, scambiate col sorriso e senza alcuna aspettativa.
E io non ero neppure riuscita ad alzare lo sguardo.
Facevo schermo a quell’emozione come chi l’ha già provata altre volte, aggrappandosi ad essa, per poi cadere nel vuoto.
Lessi il messaggio e lei mi entrò dentro di nuovo, violando le mie difese. Ero felice o non lo ero? Cercai una risposta razionale ed era che sì, lo ero. E mi comportai come si comporta una persona felice, ancora una volta illudendomi di poter governare me stessa di fronte agli sconvolgimenti dell’Universo.
Poi iniziò.
Piansi tutto il giorno. E fui costretta a ricredermi. Non si governa proprio un bel niente. È l’Universo che ci governa, che ci sconquassa e ci ribalta, che ci ributta sul letto intossicandoci di forze profonde e sconosciute. Che ci lava via ogni singolo istante che abbiamo vissuto fino a quel momento, privandoci delle nostre certezze, scardinandole da dentro. E poi…
Inutile far finta che non fosse successo.
Le piansi tutte. Ero sempre stata così teatrale.
Piangevo perché si era riaperta ogni piaga. La sua presenza così potente aveva sciolto con un colpo solo tutti i deboli punti che tenevano chiuse le mie ferite. Sanguinavo d’un tratto il mio intero dolore e sapevo, sì, che mi avrebbe fatto bene.
Ma sapevo anche che non sarebbe bastato quel giorno, un giorno soltanto.
Piangevo per il dolore delle ferite convalescenti. E piangevo anche per la paura del futuro. Della fatica. Della delusione. Della noia.

Così decisi di scrivergli.

Ecco. Finalmente mi hai trovata.
Non ho ancora dormito nel tuo abbraccio. Non so ancora che genere di baci sono i tuoi. Per la verità non ti ho ancora neppure guardato dritto negli occhi. Ma lo so che sei tu.
È così strano per me doverlo ammettere, ma mi trovi del tutto impreparata. Non sono neppure la metà di quel che avrei voluto essere quando saresti arrivato. Che scherzo orribile. È come quando non ti suona la sveglia e ti trovi ancora sudato e in mutande proprio cinque minuti prima del colloquio per il lavoro della vita.
Proprio uno scherzo di cattivo gusto. Pensare che io ti conoscevo. Ho visto la tua dolcezza ben prima dell’impatto con la mia e forse, allora, sarei stata più preparata di adesso.
Ma non è colpa mia, sai. Siamo tutti imperfetti ognuno a suo modo: la mia imperfezione più grande sta nel ricercare la perfezione sempre. È importante che tu sappia questo, perché molto probabilmente cercherò di apparire diversa. Più bella, più solare, più intelligente. È molto probabile che in un primo momento io ci riesca senza sforzi. So che l’entusiasmo mi farà spalancare tutte le porte e forse, per un po’, avrai la visione di ciò che realmente sono.
Poi, però, so che a un certo punto sarò stanca e avrò bisogno di stare un po’ di tempo da sola per non mostrarti i miei lati peggiori. Quelli che mi faranno dubitare di me stessa e temere di non renderti felice. Quelli che mi faranno svegliare la notte, disorientata e triste. Quelli che mi impediranno di riconoscerti ogni volta come ti sto riconoscendo adesso.
So anche che non riuscirò a tenerteli nascosti a lungo. Li scoprirai e loro ti deluderanno, e ti faranno domandare che ne è stato di me.
È vero, sono una persona malinconica e teatrale. Non si sfugge alla propria natura.
Ma sono anche disposta a rischiare. A fare passi indietro. Sono disposta a rinunciare alla perfezione, se questo serve a non contaminare quello che sei. Una parola eccessivamente dotta. Una frase ingenuamente comica. Uno spirito antico e potente. E, credimi, non mi era mai capitato di pensarlo prima. Figuriamoci adesso che sono così stanca. Mi sembra significativo, non credi?

Mi fermai. A chi scrivevo?
Mi ero lasciata prendere la mano.
Sorrisi. Che strano essere umano che ero. E forse lui non l’avrebbe mai neppure letto.
Asciugai le lacrime e mi vestii per uscire.

E potrebbe durare non so quanto ancora
questo leggero movimento di mani,
l’incontro di due anime che scivolano fra le dita,
nelle pieghe del tempo e della pelle
sopra le righe della Terra.
Lento, senza parole né spiegazione alcuna
libero e legato, inarrestabile
riempire della tua musica il mio cuore
nutrire la tua esistenza dei miei sogni.
Non voglio sapere perché accade.
Mi lascio solo cullare da questo insolito vagare
di mani, anime, manie.
Un Mondo che si è aperto
nel piccolo spazio lasciato da una carezza
e nel superfluo scorrere del linguaggio umano,
un Mondo che splende e vibra
sopra le righe della Terra
nelle pieghe del Tempo e della pelle.

21

Questo è un post che avrei voluto scrivere ieri, per questo motivo ne parlerò usando l’ “oggi”.

Oggi era l’ultimo giorno della mia supplenza in seconda E. Negli ultimi tempi, seppur vedere i miei alunni fosse sempre qualcosa di gioioso e terapeutico, stare in classe non mi dava più la stessa soddisfazione. Del resto è abbastanza naturale che, quando hai messo tutta te stessa in qualcosa che non ti ha restituito niente, lasciandoti derubata e malconcia, niente di tutto quello che ti faceva sentire gratificata abbia più lo stesso sapore. Se sei valsa meno di zero in quella che era la cosa più importante per te, perché non dovresti valere meno di zero anche in tutte le altre?

Oggi, quando ho varcato la soglia dell’aula, come ho fatto un sacco di volte, c’era qualcosa di diverso.
Un’ondata di calore mi ha investita sotto forma di applausi.
Sulla cattedra c’erano non uno ma cinque mazzi di fiori. Ho pensato che magari uno era per me. Erano tutti per me.
Gli occhi fuori dalle orbite, ho guardato i miei ragazzi e loro mi hanno invitata a voltarmi. Appeso alla lavagna c’era un cartellone zeppo di parole, firme, bigliettini, disegni, cuori.
È difficile immaginare la sensazione fortissima che ti rapisce tutta insieme, simile a un fuoco che divampa o a una botta nello stomaco, e che altrettanto improvvisamente arriva a sintetizzare tutte le tue sofferenze e la tua desolata mancanza d’amore, a sintetizzare tutti i tuoi mesi passati in un brivido che dai piedi ti sale in gola e dalla gola scoppia in un pianto.
Sconcertata come si può essere davanti a un miracolo, ho cercato inutilmente di dire qualcosa. Eccoli là. Eccoli. Tutti i miei fiori. Tutte le mie parole d’amore. Tutte le mie attenzioni. Tutti i miei sacrifici. I miei ritorni.
Sono i ritorni di qualcuno che ha saputo accogliere dentro di sé, davvero, quel che davo loro, come si fa con un punto di riferimento che ci dispiace perdere o lasciare. E lo capisco rileggendo quelle parole. Sono parole che mi dicono: “con noi non è stato invano”.

“Grazie di tutto prof, le auguro un futuro pieno di opportunità. Hunger Games sempre!”
“Cara professoressa, è stato molto bello conoscerla, di sicuro si ricorderà sempre delle mie battute!”
“Ci manchi tanto, spero che ci verrai a trovare. Non essere triste, non piangere, devi essere felice, come il sole che è sempre felice”
“Questi mesi li ho passati benissimo con lei, ci mancherà tanto”
“Noi vogliamo vederla sorridere perché almeno stiamo meglio anche noi. Grazie per tutto, tutto quello che ha fatto per noi, e le assicuro che ha fatto molto!!!”
“Mi mancherà più dell’aria in un oceano di lacrime” (l’esagerato c’è sempre!)
“Grazie davvero di tutte le conoscenze che ha fatto entrare nella mia testa.”
“Grazie per quello che ci ha dato, prof. Grazie davvero.”
“Con lei le lezioni erano divertenti oltre che istruttive. Mi mancherà come a Sakura mancava Sasuke!”
“Alzarsi in piedi e vederla uscire non è un ringraziamento per tutto quello che ha fatto per noi. Per questo abbiamo voluto darle dei fiori e le parole, le lacrime, i sorrisi dei nostri cuori.”
“Mi sa che la grammatica è sbagliata, il verbo restare non è all’infinito. Grazie, ci mancherà.”
“Mi dispiace tanto che lei debba andare via ma mi dispiacerà ancora di più quando tornerò a scuola e non la vedrò, quando non ci sarà più lei a chiedermi i compiti e a sgridarmi quando faccio confusione.”
“Grazie per essermi stata d’esempio. Le voglio bene.”
Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza: questa frase rimarrà impressa nel mio cuore come lo rimarrà lei.”

Ho voluto ricambiarli. Li ho abbracciati, poi li ho portati in aula di musica e ho suonato e cantato per loro una mia canzone, che non avevo mai fatto sentire a nessuno, ma proprio nessuno.

Prima di oggi ero un guscio vuoto.
Eppure ci sono momenti in cui mi rendo conto che le scelte che ho fatto, le persone di cui mi circondo, il lavoro cui mi sono dedicata mi restituiranno sempre l’amore che perdo per strada. Forse perché è davvero importante essere il punto di riferimento per qualcuno, sapere che per qualcuno vali, e non perché ti viene detto a parole ma perché ti dimostra col tempo di aver fatto fruttare l’affetto e gli insegnamenti che gli hai donato.
Io lo faccio di lavoro e ai ragazzi puoi dare anche senza aspettarti niente in cambio. Con le persone adulte non funziona così: alcune sono così egocentriche e inconsapevoli da illudersi di poterti prendere come guida, amarti non per quel che sei ma per quel che puoi fare per loro, assorbire tutto quel che hai da dare senza farne poi alcun uso, e infine buttarti via come un panno sporco quando sarebbe il momento di mettere la teoria in pratica, arrivando persino ad accusarti di non capirle, di voler porre dei limiti alla loro onnipotenza. E quando ti hanno buttato via, dimostrano di non aver mai avuto bisogno di te, e se ne vanno in trionfo insultando anche il dolore in cui ti hanno lasciata, senza amore e senza neppure affetto.
Alcune persone sono così egocentriche e inconsapevoli, adulte solo di nome, da essere pericolose per se stesse e per gli altri. E la cosa più triste è che, se non supereranno i loro egoismi, non saranno mai un punto di riferimento per nessuno.

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A volte aspetti per mesi che arrivi il tuo momento e puoi star certo che quel momento non arriva mai. Non sai neppure perché, ma sembra proprio che il Tempo abbia scelto di metterti appeso a un filo finché piace a lui, insensibile alle tue proteste e alla tua sofferenza.
Attendi una risposta da cieli che non possono dartene, speri che il tuo momento arrivi da direzioni in cui hai tenuto fisso il tuo sguardo fin troppo a lungo.
…C’è qualcuno? Io sono qui!

Ecco, ora si spegne anche la luce. Cazzo.

Il tempo che passi così appeso può essere molto. Può sembrarti infinito. Forse è l’avventatezza, ancora una volta, di muovere un po’ le gambe, di roteare gli occhi, che ti fa accorgere che qualcosa di imprevisto sta accadendo. L’amore arriva. Anzi, non arriva: ritorna.
Se da qualche parte hai seminato, da lì ritorna. Se hai seminato nel profondo, coltivato e irrigato come si deve fare con ogni stupida piantina, eccolo che torna rigoglioso. È la verità.
Se hai seminato in molti campi, poi, avviene il miracolo. L’amore ritorna a fiumi, ritorna anche da campi lontani e sperduti, ti abbraccia con un messaggio alle due di notte, in Tempi e Spazi che non gli attribuiresti mai. Ti meraviglia e ti scalda quell’improvvisa restituzione dell’Ordine Cosmico, ti senti di nuovo l’adolescente piena di spine e calore di un tempo. Ti guardi adesso, una donna tutta ghiaccio e graffi, e per un attimo sai che il dolore passerà.

“Amare è un gran dono e non tutti sanno farlo”. Grazie.
Chi non si spreca mai nel seminare i suoi campi e nell’acquistarne di nuovi, chi si recinta e si arma di carabina tremando ad ogni prima tempesta di stagione, chi si accontenta nel pensare che va tutto bene e non osa mai rischiare una lira del suo patrimonio, forse di notti buie appeso a testa in giù dovrà passarne molte. A meno che non trovi il coraggio di voltarsi e vivere davvero.

Non avrei mai detto che un giorno mi sarei scoperta, almeno in un campo, una capitalista.

You’ll be given love 
You’ll be taken care of 
You’ll be given love 
You have to trust it 

Maybe not from the sources 
You have poured yours 
Maybe not from the directions 
You are staring at 

Twist your head around 
It’s all around you 
All is full of love 
All around you 

All is full of love 
You just aint receiving 
All is full of love 
Your phone is off the hook 
All is full of love 
Your doors are all shut 
All is full of love! 

Ci vuol coraggio.
Una volta, quando ero alle elementari, la maestra della classe accanto chiese alla mia se le andava di prestarle “la Martina” per sfidare il suo campione di matematica. “Prestami la tua”, anzi, così disse. Io avevo una gran paura a misurarmi con un bambino più grande di me in un’operazione a mente, però ci provai. Naturalmente persi. Il bambino in questione si è laureato in matematica applicata o roba simile ad una facoltà di quelle per eccellenze. Però avevo avuto il coraggio di provare.

Non mi è mai mancato, neppure quando sapevo che una sfida era impossibile. Anzi, più la sfida era impossibile, maggiore era la mia voglia di cimentarmi in essa, più probabilità di insuccesso c’erano, più io mi ci buttavo a capofitto.

Ho considerato a lungo tutto questo un pregio. Mi ha aiutata in molte occasioni, in effetti: una fra tutte, l’inserimento nel lavoro. Buttarmi in un’impresa nuova partendo da zero, come quando mi chiusero in quella classe per la primissima volta, senza un preavviso né qualche raccomandazione. O come al negozio. Osare e non aver mai paura mi ha aiutata a guadagnare la stima sul lavoro.

C’è un campo in cui, però, questa mia attitudine titanica produce sconfitte pericolose. La tendenza all’autodistruzione, tipica di molti esseri umani (ma non di tutti), va maneggiata con cura e forse io non lo imparerò mai.

Ma la verità, lo dico in mia discolpa, è che certe sfide hanno l’aspetto di percorsi in discesa. Hanno un sorriso, due occhi profondi e dolci, un temperamento trascinatore, e sembrano venute per salvarti dalla distruzione dopo qualche altra guerra. Ti credi al sicuro per qualche istante ed è così che decidi di affrontare anche questa, che sembra soltanto una bella avventura da cui uscirai, finalmente, vincitrice.
Poi la strada inizia a salire. Diventa una salita dolce. Piccoli sassi su cui inciampare. Ogni tanto una buca in cui manca qualcosa, ma pazienza. Fai l’errore di metterci il piede dentro, e qualcosa ti dice che quella salita si inasprirà. Ma è stata così bella la discesa dell’inizio, ti sentivi così bella, così desiderabile e piena di luce, che vale sicuramente la pena di salire più in alto. E richiami a te tutta la forza che hai nelle gambe e nelle braccia. Perché a un certo punto la salita diviene proprio ripida. La spinta di quegli occhi scuri e sorridenti è l’unica cosa che ti dona forza, ma per il resto sei sola. Non c’è una fune a cui aggrapparsi, non c’è un sostegno e sai che se cadrai, sarà il vuoto ad accoglierti.
Allora spingi. Spingi non sai neppure come. Il sudore ti cola lungo il collo, le mani si graffiano sulla roccia e perdi sangue. Il dolore ti si irradia nel petto e già ti suggerisce, piano piano: “Molla la presa”. Chiedi aiuto dall’alto, da quel punto luminoso che ancora vedi, ma da lassù arrivano solo risposte nebulose. “Adesso non è il momento”, “Ci sarà tempo.”
È qui, in questo punto esatto, il discrimine fra un eroe e un titano. Fra un semidio coraggioso ma devoto e un mostro gigante, traboccante di potere, che osa sfidare Zeus. Fra un essere umano e qualcuno che aspira al massimo.
E arriva la tempesta. La grandine. Gli occhi si riempiono di ghiaccio e le lacrime scavano solchi sul viso. E vai avanti, una mano alla volta, un piede alla volta. continui a scalare quella che è diventata una parete di roccia piena di vetri rotti, di lame e di “sarà”. Continui, drogata da quegli occhi e riscaldata da una fiamma che non si spegnerà mai, perché è tutta tua.

Scali la torre. Porti quel tuo fuoco su una torcia trionfale. Piovono fulmini adesso. E dalla cima più nessuna risposta. Tutto tace. Sei sola. Chissà quanto sangue stai perdendo, ma la tua torcia è ancora lì.
Una mano, poi l’altra. Le dita si chiudono sull’ultima pietra appuntita, si tagliano, sanguinano. Il sangue gocciola giù, nel vuoto, inghiottito dalla nebbia. Per un attimo guardi in basso ed è lì che qualcosa ti si spezza dentro: è solo il tuo sangue che vedi, una pioggia di sangue che scende. Nient’altro.

Sei arrivata. E, come un miracolo divino, la tua torcia è ancora accesa. Avresti potuto spegnerla appena iniziava la salita, ma l’hai portata fin lassù. Hai vinto. Sei tu il dio.

Poi un singolo fulmine squarcia l’aria. Spezza la torre dalle fondamenta. L’ultima visione che hai sono quegli occhi, l’ultima cosa che riesci a udire sono parole senza significato. Prima di cadere a testa in giù nel vuoto.

Le ossa spezzate, il collo riverso, una pozza di sangue. Non sai su che suolo sei morta, ma conta poco. La torcia è rimasta accesa, ma ti intacca i vestiti. Il fuoco consuma lentamente tutti i tuoi resti informi, divora le tue povere ossa, i tuoi capelli e il sangue.

Poi, finalmente, si spegne.

Cosa conta di più, alla fine? Il mio traguardo l’ho raggiunto, quel che volevo salvare non si è perduto per causa mia. Potrei chiamarla comunque stupidità, testardaggine; qualcuno lo farebbe.
Cosa conta di più, alla fine? Vorrei forse essere te, sulla cima della torre, indifferente al calore devastante del mio fuoco, immobile nell’eternità dell’adorazione? No. Perché niente è eterno, neppure la convinzione di essere rimasti lassù, dove ci si sente dèi senza avere il coraggio di provarlo. La torre è crollata, la differenza sta solo nel saperlo oppure no.

E poi ti rendi conto che non c’è fine alla sfida. Che la sfida più grande viene ora.

È un tunnel buio e lungo. Le ossa fredde e sanguinanti. E nessuna torcia a illuminare.

torre