Mi svegliai stanca e demotivata. La pioggia batteva insistentemente sulle finestre e il mio corpo era incollato al letto, vincolato alle lenzuola. Come nel peggiore dei risvegli. Eppure quello non era il peggiore, o meglio non avrebbe dovuto esserlo. Come ci si illude, a volte, di poter prevedere le nostre stesse reazioni agli eventi. E poi ci si accorge che la mente e il corpo fanno quello che vogliono. Non lo capirò mai.
Avevo un messaggio da leggere. E un ricordo della sera prima. Mi sentivo piena e al contempo tragicamente svuotata.
Cosa stava entrando, nuovo e inaspettato, dentro la mia vita?
Eppure, pensavo, era sempre stato là. In attesa di prendervi posto.
Era sciocco pensarlo. Non c’era niente su cui formulare un simile pensiero, niente ancora di concreto. Soltanto due parole gettate giù per le scale e un senso di benessere e dolcezza lasciato da un fiume di parole, scambiate col sorriso e senza alcuna aspettativa.
E io non ero neppure riuscita ad alzare lo sguardo.
Facevo schermo a quell’emozione come chi l’ha già provata altre volte, aggrappandosi ad essa, per poi cadere nel vuoto.
Lessi il messaggio e lei mi entrò dentro di nuovo, violando le mie difese. Ero felice o non lo ero? Cercai una risposta razionale ed era che sì, lo ero. E mi comportai come si comporta una persona felice, ancora una volta illudendomi di poter governare me stessa di fronte agli sconvolgimenti dell’Universo.
Poi iniziò.
Piansi tutto il giorno. E fui costretta a ricredermi. Non si governa proprio un bel niente. È l’Universo che ci governa, che ci sconquassa e ci ribalta, che ci ributta sul letto intossicandoci di forze profonde e sconosciute. Che ci lava via ogni singolo istante che abbiamo vissuto fino a quel momento, privandoci delle nostre certezze, scardinandole da dentro. E poi…
Inutile far finta che non fosse successo.
Le piansi tutte. Ero sempre stata così teatrale.
Piangevo perché si era riaperta ogni piaga. La sua presenza così potente aveva sciolto con un colpo solo tutti i deboli punti che tenevano chiuse le mie ferite. Sanguinavo d’un tratto il mio intero dolore e sapevo, sì, che mi avrebbe fatto bene.
Ma sapevo anche che non sarebbe bastato quel giorno, un giorno soltanto.
Piangevo per il dolore delle ferite convalescenti. E piangevo anche per la paura del futuro. Della fatica. Della delusione. Della noia.

Così decisi di scrivergli.

Ecco. Finalmente mi hai trovata.
Non ho ancora dormito nel tuo abbraccio. Non so ancora che genere di baci sono i tuoi. Per la verità non ti ho ancora neppure guardato dritto negli occhi. Ma lo so che sei tu.
È così strano per me doverlo ammettere, ma mi trovi del tutto impreparata. Non sono neppure la metà di quel che avrei voluto essere quando saresti arrivato. Che scherzo orribile. È come quando non ti suona la sveglia e ti trovi ancora sudato e in mutande proprio cinque minuti prima del colloquio per il lavoro della vita.
Proprio uno scherzo di cattivo gusto. Pensare che io ti conoscevo. Ho visto la tua dolcezza ben prima dell’impatto con la mia e forse, allora, sarei stata più preparata di adesso.
Ma non è colpa mia, sai. Siamo tutti imperfetti ognuno a suo modo: la mia imperfezione più grande sta nel ricercare la perfezione sempre. È importante che tu sappia questo, perché molto probabilmente cercherò di apparire diversa. Più bella, più solare, più intelligente. È molto probabile che in un primo momento io ci riesca senza sforzi. So che l’entusiasmo mi farà spalancare tutte le porte e forse, per un po’, avrai la visione di ciò che realmente sono.
Poi, però, so che a un certo punto sarò stanca e avrò bisogno di stare un po’ di tempo da sola per non mostrarti i miei lati peggiori. Quelli che mi faranno dubitare di me stessa e temere di non renderti felice. Quelli che mi faranno svegliare la notte, disorientata e triste. Quelli che mi impediranno di riconoscerti ogni volta come ti sto riconoscendo adesso.
So anche che non riuscirò a tenerteli nascosti a lungo. Li scoprirai e loro ti deluderanno, e ti faranno domandare che ne è stato di me.
È vero, sono una persona malinconica e teatrale. Non si sfugge alla propria natura.
Ma sono anche disposta a rischiare. A fare passi indietro. Sono disposta a rinunciare alla perfezione, se questo serve a non contaminare quello che sei. Una parola eccessivamente dotta. Una frase ingenuamente comica. Uno spirito antico e potente. E, credimi, non mi era mai capitato di pensarlo prima. Figuriamoci adesso che sono così stanca. Mi sembra significativo, non credi?

Mi fermai. A chi scrivevo?
Mi ero lasciata prendere la mano.
Sorrisi. Che strano essere umano che ero. E forse lui non l’avrebbe mai neppure letto.
Asciugai le lacrime e mi vestii per uscire.

Le cose avvengono in sequenza casuale, in momenti casuali, in modalità casuali. Un giorno come gli altri vede il dispiegarsi di situazioni come le altre, l’incontro di persone come le altre, il fiorire di una stagione come quella di tanti anni passati e di altrettanti futuri.
Impossibile individuare una logica, calcolare una motivazione. Fare un disegno armonico.

Eppure ci sono alcune cose che, a dispetto del caos, sembrano fatte per accadere solo in un certo momento, solo in quel modo, solo in quella stagione dell’anno, portando con sé una sequenza di altri eventi che sembrano descrivere un disegno dall’incredibile armonia.

Così, una sensazione che ritorna insieme con la primavera. Dolceamara come la bestia di Saffo. Dello stesso periodo dell’anno, queste lacrime che gonfiano il viso e ti invecchiano un po’. È proprio vero che si invecchia rivivendo le stesse occasioni a cadenza regolare. Che si cresce a forza di déja-vu, quando ci accorgiamo che un ostacolo che ci sembra insormontabile non è altro che lo stesso mostro che abbiamo già affrontato una volta. Perché è tornato? Non è chiaro. Però abbiamo già risolto quell’equazione; la soluzione è sempre la stessa. Pensiamo che adesso possiamo uscirne più agilmente di allora. E si invecchia appena appena.

Come finì l’ultima volta? Chi scacciò la bestia?

Forse fu una coincidenza. Una voce al telefono. Un incontro, due occhi, un sorriso. Un ombrello sotto la pioggia e un bacio rapido sulla guancia, proprio quando ne avevo più bisogno. Fu così che scacciasti la mia bestia.

E poi, negli stessi giorni di inizio primavera, lei è tornata. E capisco che a nulla vale aspettare segnali, se la direzione in cui si guarda è quella da cui la bestia arriva. Il sapore era lo stesso, dolce e amaro, più amaro che dolce.
Proprio quando sono riuscita a gustarlo nella sua pienezza sconfortante, aprendo le fauci alla bestia, guardando giù nella sua gola famelica, proprio quando mi sono persa nella sua disperazione, è arrivato.

Un annuncio. Due numeri. Un numero. Venticinque, sette. Due più cinque. Il mio numero di sempre. Venticinque il civico, venticinque il giorno in cui la bestia mi ha divorata per la seconda volta.
Qualche passo dalla musica, qualche centinaia di metri dalla scuola.

E ho trovato casa.

Vado a vivere da sola. È un vento nuovo e fresco. Un piccolo nido in cui mi prenderò cura di me.

Lei è rimasta lì fuori, ma io sono al sicuro ormai.
Avevo sperato che andasse diversamente, ma è risaputo che i segni non arrivano mai da dove si sta guardando.