Allora lui disse: “Sei ancora sveglia?”
E lei rispose: “Sì.”
E lui: “Anch’io. A cosa pensi?”
Rispose lei: “A tante cose.”
“Belle?”
“Molto.”
“Potremmo dircele”, rispose lui.
“Potremmo dircele”, disse lei.
Sorrisero.
“Potrei tornare indietro” disse lui infine.
“…”
“…Se tu vuoi.”
Lei tacque.
Lui tacque.
“Non mi piacciono i condizionali. Nemmeno i se”, rispose lei. “E poi sono già in pigiama.”

E fu la buonanotte.

Lui non eliminò i condizionali e i se, non prese la macchina per tornare.
Lei non si tolse il pigiama e non gli chiese di prendere la macchina.

E quelle cose belle rimasero tutte nell’aria, sospese.
Tra loro. Nel mondo.

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Ora, metti, tu sei la y. Puoi andare su o giù, a sinistra o a destra del piano. Puoi subire un crollo totale come una crescita esponenziale.
Però quello che ti terrà sempre, in ogni caso, informato sul risultato finale dei tuoi valori, si chiama x. È una costante.
Puoi perderla di vista per un po’ di tempo, ma ogni volta che avrai bisogno di quantificare i tuoi successi e insuccessi, o meglio ancora di pianificare i tuoi andamenti futuri, lei sarà sempre lì ad aiutarti nel calcolo.

Ci sono persone che sono una x. Qualcuno direbbe che si contano sulla punta di una mano sola, ma credo di poter affermare con sufficiente sicurezza che, per quante altre variabili utili si possano trovare ad accompagnarti nella tua traccia sul piano cartesiano, di x, proprio x, su questo piano ce n’è una sola. Ed è già qualcosa se la si è trovata.

La speranza è di essere una x per lei.

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Le cose avvengono in sequenza casuale, in momenti casuali, in modalità casuali. Un giorno come gli altri vede il dispiegarsi di situazioni come le altre, l’incontro di persone come le altre, il fiorire di una stagione come quella di tanti anni passati e di altrettanti futuri.
Impossibile individuare una logica, calcolare una motivazione. Fare un disegno armonico.

Eppure ci sono alcune cose che, a dispetto del caos, sembrano fatte per accadere solo in un certo momento, solo in quel modo, solo in quella stagione dell’anno, portando con sé una sequenza di altri eventi che sembrano descrivere un disegno dall’incredibile armonia.

Così, una sensazione che ritorna insieme con la primavera. Dolceamara come la bestia di Saffo. Dello stesso periodo dell’anno, queste lacrime che gonfiano il viso e ti invecchiano un po’. È proprio vero che si invecchia rivivendo le stesse occasioni a cadenza regolare. Che si cresce a forza di déja-vu, quando ci accorgiamo che un ostacolo che ci sembra insormontabile non è altro che lo stesso mostro che abbiamo già affrontato una volta. Perché è tornato? Non è chiaro. Però abbiamo già risolto quell’equazione; la soluzione è sempre la stessa. Pensiamo che adesso possiamo uscirne più agilmente di allora. E si invecchia appena appena.

Come finì l’ultima volta? Chi scacciò la bestia?

Forse fu una coincidenza. Una voce al telefono. Un incontro, due occhi, un sorriso. Un ombrello sotto la pioggia e un bacio rapido sulla guancia, proprio quando ne avevo più bisogno. Fu così che scacciasti la mia bestia.

E poi, negli stessi giorni di inizio primavera, lei è tornata. E capisco che a nulla vale aspettare segnali, se la direzione in cui si guarda è quella da cui la bestia arriva. Il sapore era lo stesso, dolce e amaro, più amaro che dolce.
Proprio quando sono riuscita a gustarlo nella sua pienezza sconfortante, aprendo le fauci alla bestia, guardando giù nella sua gola famelica, proprio quando mi sono persa nella sua disperazione, è arrivato.

Un annuncio. Due numeri. Un numero. Venticinque, sette. Due più cinque. Il mio numero di sempre. Venticinque il civico, venticinque il giorno in cui la bestia mi ha divorata per la seconda volta.
Qualche passo dalla musica, qualche centinaia di metri dalla scuola.

E ho trovato casa.

Vado a vivere da sola. È un vento nuovo e fresco. Un piccolo nido in cui mi prenderò cura di me.

Lei è rimasta lì fuori, ma io sono al sicuro ormai.
Avevo sperato che andasse diversamente, ma è risaputo che i segni non arrivano mai da dove si sta guardando.

Corri. Corri. Corri.

Dammi retta, corri. Non fermarti a pensare.
Lo so, credimi, lo so qual è il tuo dubbio.
L’abbraccio più caldo, così armonico che sembrava perfetto e, soprattutto, interminabile. E che non ti spieghi come mai, alla fine, non lo fosse.
La felicità.

Cercheranno di convincerti. Ti diranno che l’hai persa per sempre con quell’unica occasione. Che l’hai avuta e te la sei lasciata sfuggire dalle mani come un idiota. Ti diranno che era quella lì. Che avrebbe potuto essere diversamente. Ti diranno una serie di cose che ti sembreranno tutte incontestabilmente vere. Perché sì, ti sembrerà di essere stato l’unico artefice di quel fallimento, di aver perso per colpa solo tua tutto quello per cui valeva la pena vivere.

Ti diranno di tornare indietro. Che si può vivere di quello che non è più.

Ti diranno che l’hai trascurata. Ma che se torni indietro sarà diverso. Che stavolta potrai dirle una volta di più che l’ami.

Ma sono bugie.

Non si torna indietro.
Non si cambia il passato.
Siamo progettati per ripetere ogni volta gli stessi errori, per renderci infelici sempre negli stessi modi e con gli stessi schemi.
Non illuderti di fermarlo: il tempo non si ferma. Lui corre e ci scrive, ci scrive esattamente come dobbiamo essere. E se rileggiamo quelle pagine ci accorgiamo che è tutto solo un grande déja-vu.

Non le farai più regali di prima. Non le dirai più volte che l’ami. Lei non ti sarà più fedele di un tempo, non ti compiacerà un po’ di più davanti alle persone a te care. Tu non sarai più felice di quanto sei già stato, perché è scritto tutto in quelle pagine.
Non si torna indietro, mai.

Puoi solo correre in avanti. E non fermarti, non guardarti indietro. Non cercare nulla alle tue spalle.

Vedresti solo tante statue di sale.

Non guardarti indietro mai, Orfeo.

Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta
vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla
ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l’aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali

(Khorakhanè, F. De André)

Il 27 gennaio è da sempre l’occasione di polemiche. Un po’ come il 25 aprile. È una cosa alla quale non mi abituerò mai.

Difficile, davvero difficile capire cosa ci sia di contestabile nel ricordare uno dei più grandi crimini mai commessi dal genere umano. Che non sia l’unico, purtroppo, lo sappiamo tutti. Ma credo che ci siano due buone ragioni per cui l’Olocausto è quello che è più presente (ma sempre meno) nel nostro immaginario: la prima, perché è quello che possiamo leggere, vedere, toccare ancora con mano nei pochi testimoni diretti che sono ancora in vita.
La seconda è che l’Olocausto non avrebbe dovuto verificarsi. È tanto più scioccante quanto più si considera in che luogo e in che momento storico abbia potuto essere concepito. Nell’Europa che era la culla della civiltà, della cultura, del progresso. Nell’Europa che era il Vecchio Continente, dove “vecchio” avrebbe dovuto significare forse anche “saggio”. L’Europa che ne aveva viste e vissute tante. Insomma, ci si sprecava (e ci si spreca ancora) a parlare di “Occidente progredito”, e proprio questo nostro Occidente progredito ha pensato, elaborato e realizzato la Soluzione Finale.

Non c’è poi molto altro da dire, se non che proprio questo dovrebbe farci pensare alla possibilità che tutto questo si ripeta. L’Olocausto sembra una storia vecchia di secoli. Ricordo che quando ne sentii parlare per la prima volta non riuscivo a comprenderlo fino in fondo: lo mandavo giù solo a patto di pensarla come una storia finita, passata, lontana. “Meno male che sono nata più tardi!”
Invece non solo non è vecchia di secoli, ma ha tutti i presupposti per ripetersi.

Una nazione in piena crisi economica, un colpo di stato, un uomo carismatico e completamente pazzo, un capro espiatorio, una guerra che coinvolge a poco a poco tutto il mondo, infine un’idea diabolica. È davvero così difficile? La nostra civile Europa di oggi è davvero tanto diversa da quella di settant’anni fa? A volte mi sorprendo a pensare che sia peggiore, per molti aspetti. Che manchi solo il pretesto per qualcosa di tragico. Che le leggi non bastano: non c’è una linea di pensiero, un sentire comune, una memoria sufficientemente forte che ci potrà salvare se mai un giorno questo pretesto si trovasse.

Chi sarà a raccontare? Sarà chi rimane. Oggi ho letto un post di Licia Troisi che parla proprio di questo. E quando non rimarrà più nessuno? Ricominceremo da capo?

Non solo: finché esisteranno il negazionismo, l’ignoranza, la superficialità, la sfrenata agiatezza di noi uomini d’oggi, gli inganni e i sonniferi per la mente che ogni giorno ci sorbiamo, finché c’è tutto questo l’errore avrà campo libero. E se può ripetersi lo farà. Corsi e ricorsi storici…come un cancella e riscrivi automatico. E il brutto è che non ce ne accorgeremo prima.

E poi?
Quanti giorni della Memoria ci saranno tra 1000 anni? Quanti ne serviranno per imparare?