Le cose avvengono in sequenza casuale, in momenti casuali, in modalità casuali. Un giorno come gli altri vede il dispiegarsi di situazioni come le altre, l’incontro di persone come le altre, il fiorire di una stagione come quella di tanti anni passati e di altrettanti futuri.
Impossibile individuare una logica, calcolare una motivazione. Fare un disegno armonico.

Eppure ci sono alcune cose che, a dispetto del caos, sembrano fatte per accadere solo in un certo momento, solo in quel modo, solo in quella stagione dell’anno, portando con sé una sequenza di altri eventi che sembrano descrivere un disegno dall’incredibile armonia.

Così, una sensazione che ritorna insieme con la primavera. Dolceamara come la bestia di Saffo. Dello stesso periodo dell’anno, queste lacrime che gonfiano il viso e ti invecchiano un po’. È proprio vero che si invecchia rivivendo le stesse occasioni a cadenza regolare. Che si cresce a forza di déja-vu, quando ci accorgiamo che un ostacolo che ci sembra insormontabile non è altro che lo stesso mostro che abbiamo già affrontato una volta. Perché è tornato? Non è chiaro. Però abbiamo già risolto quell’equazione; la soluzione è sempre la stessa. Pensiamo che adesso possiamo uscirne più agilmente di allora. E si invecchia appena appena.

Come finì l’ultima volta? Chi scacciò la bestia?

Forse fu una coincidenza. Una voce al telefono. Un incontro, due occhi, un sorriso. Un ombrello sotto la pioggia e un bacio rapido sulla guancia, proprio quando ne avevo più bisogno. Fu così che scacciasti la mia bestia.

E poi, negli stessi giorni di inizio primavera, lei è tornata. E capisco che a nulla vale aspettare segnali, se la direzione in cui si guarda è quella da cui la bestia arriva. Il sapore era lo stesso, dolce e amaro, più amaro che dolce.
Proprio quando sono riuscita a gustarlo nella sua pienezza sconfortante, aprendo le fauci alla bestia, guardando giù nella sua gola famelica, proprio quando mi sono persa nella sua disperazione, è arrivato.

Un annuncio. Due numeri. Un numero. Venticinque, sette. Due più cinque. Il mio numero di sempre. Venticinque il civico, venticinque il giorno in cui la bestia mi ha divorata per la seconda volta.
Qualche passo dalla musica, qualche centinaia di metri dalla scuola.

E ho trovato casa.

Vado a vivere da sola. È un vento nuovo e fresco. Un piccolo nido in cui mi prenderò cura di me.

Lei è rimasta lì fuori, ma io sono al sicuro ormai.
Avevo sperato che andasse diversamente, ma è risaputo che i segni non arrivano mai da dove si sta guardando.