Allora lui disse: “Sei ancora sveglia?”
E lei rispose: “Sì.”
E lui: “Anch’io. A cosa pensi?”
Rispose lei: “A tante cose.”
“Belle?”
“Molto.”
“Potremmo dircele”, rispose lui.
“Potremmo dircele”, disse lei.
Sorrisero.
“Potrei tornare indietro” disse lui infine.
“…”
“…Se tu vuoi.”
Lei tacque.
Lui tacque.
“Non mi piacciono i condizionali. Nemmeno i se”, rispose lei. “E poi sono già in pigiama.”

E fu la buonanotte.

Lui non eliminò i condizionali e i se, non prese la macchina per tornare.
Lei non si tolse il pigiama e non gli chiese di prendere la macchina.

E quelle cose belle rimasero tutte nell’aria, sospese.
Tra loro. Nel mondo.

Mi svegliai stanca e demotivata. La pioggia batteva insistentemente sulle finestre e il mio corpo era incollato al letto, vincolato alle lenzuola. Come nel peggiore dei risvegli. Eppure quello non era il peggiore, o meglio non avrebbe dovuto esserlo. Come ci si illude, a volte, di poter prevedere le nostre stesse reazioni agli eventi. E poi ci si accorge che la mente e il corpo fanno quello che vogliono. Non lo capirò mai.
Avevo un messaggio da leggere. E un ricordo della sera prima. Mi sentivo piena e al contempo tragicamente svuotata.
Cosa stava entrando, nuovo e inaspettato, dentro la mia vita?
Eppure, pensavo, era sempre stato là. In attesa di prendervi posto.
Era sciocco pensarlo. Non c’era niente su cui formulare un simile pensiero, niente ancora di concreto. Soltanto due parole gettate giù per le scale e un senso di benessere e dolcezza lasciato da un fiume di parole, scambiate col sorriso e senza alcuna aspettativa.
E io non ero neppure riuscita ad alzare lo sguardo.
Facevo schermo a quell’emozione come chi l’ha già provata altre volte, aggrappandosi ad essa, per poi cadere nel vuoto.
Lessi il messaggio e lei mi entrò dentro di nuovo, violando le mie difese. Ero felice o non lo ero? Cercai una risposta razionale ed era che sì, lo ero. E mi comportai come si comporta una persona felice, ancora una volta illudendomi di poter governare me stessa di fronte agli sconvolgimenti dell’Universo.
Poi iniziò.
Piansi tutto il giorno. E fui costretta a ricredermi. Non si governa proprio un bel niente. È l’Universo che ci governa, che ci sconquassa e ci ribalta, che ci ributta sul letto intossicandoci di forze profonde e sconosciute. Che ci lava via ogni singolo istante che abbiamo vissuto fino a quel momento, privandoci delle nostre certezze, scardinandole da dentro. E poi…
Inutile far finta che non fosse successo.
Le piansi tutte. Ero sempre stata così teatrale.
Piangevo perché si era riaperta ogni piaga. La sua presenza così potente aveva sciolto con un colpo solo tutti i deboli punti che tenevano chiuse le mie ferite. Sanguinavo d’un tratto il mio intero dolore e sapevo, sì, che mi avrebbe fatto bene.
Ma sapevo anche che non sarebbe bastato quel giorno, un giorno soltanto.
Piangevo per il dolore delle ferite convalescenti. E piangevo anche per la paura del futuro. Della fatica. Della delusione. Della noia.

Così decisi di scrivergli.

Ecco. Finalmente mi hai trovata.
Non ho ancora dormito nel tuo abbraccio. Non so ancora che genere di baci sono i tuoi. Per la verità non ti ho ancora neppure guardato dritto negli occhi. Ma lo so che sei tu.
È così strano per me doverlo ammettere, ma mi trovi del tutto impreparata. Non sono neppure la metà di quel che avrei voluto essere quando saresti arrivato. Che scherzo orribile. È come quando non ti suona la sveglia e ti trovi ancora sudato e in mutande proprio cinque minuti prima del colloquio per il lavoro della vita.
Proprio uno scherzo di cattivo gusto. Pensare che io ti conoscevo. Ho visto la tua dolcezza ben prima dell’impatto con la mia e forse, allora, sarei stata più preparata di adesso.
Ma non è colpa mia, sai. Siamo tutti imperfetti ognuno a suo modo: la mia imperfezione più grande sta nel ricercare la perfezione sempre. È importante che tu sappia questo, perché molto probabilmente cercherò di apparire diversa. Più bella, più solare, più intelligente. È molto probabile che in un primo momento io ci riesca senza sforzi. So che l’entusiasmo mi farà spalancare tutte le porte e forse, per un po’, avrai la visione di ciò che realmente sono.
Poi, però, so che a un certo punto sarò stanca e avrò bisogno di stare un po’ di tempo da sola per non mostrarti i miei lati peggiori. Quelli che mi faranno dubitare di me stessa e temere di non renderti felice. Quelli che mi faranno svegliare la notte, disorientata e triste. Quelli che mi impediranno di riconoscerti ogni volta come ti sto riconoscendo adesso.
So anche che non riuscirò a tenerteli nascosti a lungo. Li scoprirai e loro ti deluderanno, e ti faranno domandare che ne è stato di me.
È vero, sono una persona malinconica e teatrale. Non si sfugge alla propria natura.
Ma sono anche disposta a rischiare. A fare passi indietro. Sono disposta a rinunciare alla perfezione, se questo serve a non contaminare quello che sei. Una parola eccessivamente dotta. Una frase ingenuamente comica. Uno spirito antico e potente. E, credimi, non mi era mai capitato di pensarlo prima. Figuriamoci adesso che sono così stanca. Mi sembra significativo, non credi?

Mi fermai. A chi scrivevo?
Mi ero lasciata prendere la mano.
Sorrisi. Che strano essere umano che ero. E forse lui non l’avrebbe mai neppure letto.
Asciugai le lacrime e mi vestii per uscire.

Da bambina avevo una gonna bianca decorata con larghi fiori tropicali rosa, viola e blu. Era enorme, a vita alta, forse un po’ troppo lunga. La indossavo con un lupetto nero, calzini bianchi e scarpette e un grande fiocco azzurro nei capelli. Il motivo principale per cui l’amavo era che, quando facevo una giravolta, si apriva tutta in una meravigliosa, gigantesca ruota. E il mio primo, dolce, svenevole gesto di vanità femminile era quel leggero volteggiare, ripetuto due, tre, quattro volte al giorno. Lo ripetevo perché ero bambina e perché ero femmina.
Non so cosa mi facesse sentire unica con quel capo addosso: se l’idea infantile di fare la principessa, se la vitalità che si descriveva nei fiori, o se più semplicemente il fatto che il bambino che mi piaceva, un giorno che ero andata a scuola così vestita – che pur avendo il grembiule non si poteva evitare di notare la ruota – mi aveva sussurrato all’orecchio “Sei bellissima”. Avevo la ruota e le codine alte, con due fiocchi.

È strano come la vita, a volte, anche nelle cose più piccole e irrilevanti, venga a giocare con te, mettendoti nuovamente di fronte a qualcosa che credevi perduto per sempre.
Non ho mai saputo che fine avesse fatto la mia gonna a ruota, ma di certo non pensavo che ne avrei mai più indossata una. Ora, davanti allo specchio del camerino, guardo le mie gambe che spuntano, calze nere e tacchi, sotto una ruota verde. Sono spropositatamente più lunghe di allora, ma è solo adesso che mi creano turbamento. Dopo tanti anni, quella bambina che aveva appena scoperto di piacersi scopre ormai ogni giorno di non amare il proprio corpo, passa ore davanti al guardaroba e tarda agli appuntamenti perché prova mille vestiti e combinazioni diverse, perché non si piace, perché non si ama, perché non ha niente e nessuno che la faccia sentire unica.

Adesso mi guardo e forse qualcosa l’ho trovato. Con quella cosa strana e antica addosso, la bambina che è in me sorride. Avevano ragione su quel sito: non è la forma del suo corpo ad essere sbagliata, ma solo l’abito. Chissà perché ha sempre pensato che la gonna a ruota l’avrebbe fatta sembrare una vecchia zia. È tornata a sette anni.
Vorrebbe ripetere il gesto, e che male c’è? Siamo in un camerino, siamo solo io e lei. Volteggio e guardo la ruota avvolgermi nel verde per lunghi istanti. Mentre la ruota gira, la bambina sente l’eco non di uno ma di dieci bambini che le dicono “Sei bellissima”, non di uno ma di mille uomini che le dicono “Sì, per te sono pronto a farlo.”

È arrivata la primavera anche quest’anno.
Qualcosa si muove nell’aria. È amaro e potente.
Riconosco questa sensazione. Ricordo di averla già provata.
Aprile, amico mio, c’eri tu.
Guardami camminare nella mia gonna nuova, e vediamo fin dove riesco a saltare, stavolta.

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Questo post mi è stato indirettamente ispirato dai consigli del bellissimo blog http://www.modaperprincipianti.com/