Il 29 luglio del 2015 ho sostenuto l’esame finale per l’abilitazione all’insegnamento.

Questo Tirocinio Formativo Attivo, o TFA com’è meglio conosciuto ai più, mi ha accompagnata nell’arco di uno dei miei anni più difficili. No, forse l’anno più complicato di sempre.
Dall’estate in cui la gioia non lasciava spazio alla voglia di studiare, al settembre del test preselettivo, con la mia calma e la forza che mi infondevano una mano e uno sguardo sorridente in fondo alle scale. All’ottobre della prova scritta e delle prime piogge. Al novembre tempestoso e solitario in cui mi guadagnai un trentesimo posto. Al febbraio in cui avrei dovuto capire, e invece mi lasciai distrarre dal disastro della mancata iscrizione ai corsi. Cui seguì la miracolosa riapertura delle iscrizioni e una dolce, dolcissima febbre: il momento più bello che ricordi da anni. E quella sensazione di casa, di calore, di abbraccio, in cui per un attimo ho trovato la pace.
Da lì al marzo dell’uragano. Alla fine e all’inizio. L’inizio dei corsi, la fine di quel senso di casa. La fine dell’abbraccio, l’inizio della ricerca. L’inizio dell’estate, la fine dei corsi. Il vuoto che si allargava a poco a poco. L’inizio del caldo afoso, la fine di ogni calore. La fine delle mie convinzioni, l’inizio degli esami. L’inizio delle notti insonni, la fine della scuola.
E poi la folla, la fila per gli esami di Pedagogia e Didattica. La giornata in piscina con gli alunni. Le ultime riunioni. I miei primi esami di Licenza Media da dietro la cattedra. La tesina scritta in quella Biblioteca che sembra una piazza pubblica piena di pischelli. La meditazione. Gli incensi. Gli oli essenziali. I tanti fiori. I pomeriggi al torrente per cercare un po’ di fresco. Le bollette. Il mio primo anno in casa da sola che si concludeva. Le serate a guardare Game of Thrones. La discussione della tesina, il 30 sul libretto. Tutte le stagioni di How I Met Your Mother. La fuga in Irlanda. I miei ricordi nelle gighe alla taverna. Le parole nel vento e nella pioggia.

Fino al 29 luglio.
Settanta punti il massimo per la discussione, trenta per la media risultante dagli altri esami. Avevo già fatto il calcolo: non avrei potuto prendere di più, essendo la mia media un 29 spaccato.

Ho parlato di me. Per la prima volta da quando ho iniziato questo maledetto TFA, ho potuto parlare dell’insegnante che sono. Dei miei ragazzi. Dei miei colleghi. Dei miei dispiaceri. Dei miei sogni.
Avrei parlato per ore e ore, e invece sono stati solo cinque o dieci minuti; eppure il tempo si è fermato come quando sei immensamente felice. Non so se fosse felicità, non ho più un’idea così chiara di cosa si intenda con questa parola. Era più una sorta di pienezza. Nel convinto annuire della commissione la vedevo riflessa, palpitante, quasi volesse indicarmi che sì, quello era il mio momento e sì, questo è ciò per cui sono qui. Sì, Martina – annuiva silenziosamente la commissione – Adesso sei un’insegnante e nessuno potrà più dirti il contrario. E sei davvero una buona insegnante: non te l’eri sognato! E sai che c’è? Adesso ti porti a casa il massimo per oggi, così capirai che tu sei chi sei, sempre. In ogni caso.

Lungo il cammino verso la stazione mi era entrato in testa un ronzio. Forse era il caldo o forse l’allentamento dello stress. Pensavo mille cose e nessuna veramente. Osservavo i miei pensieri senza saper decidere se fossero positivi o negativi.

Un Novantanove non è un Cento. E dire che di Cento ne ho presi tanti. Eppure – curioso – nessuno di questi, neppure uno, che mi abbia donato la pienezza del mio Novantanove.
E non lo so. Pensavo alla mia vita, al lavoro che ho scelto. A quando l’ho scelto e perché. Alla strada che ho avuto spianata in ogni momento, chissà se da una qualche fortuna, o dal destino, o dalle mie stesse scelte, magari da tutte queste cose insieme e di più. Alla mia caduta dalla gioia più dolce al più gelido vuoto. Alle mie insicurezze e alle mie ansie.

E poi ho pensato che lo so. Lo so perché è così importante il numero.
Un Cento sarebbe stato solo un Cento. Uno dei miei tanti successi nel tentativo di riprodurre l’immagine della perfezione: un numero tondo, un punteggio massimo, un applauso orgoglioso, eccetera eccetera. Una delle mie tante soddisfazioni viziate e stantie.
Di Novantanove, invece, ce ne sono pochi, e per me questo è il primo.
Alto, bello, ma a un passo da quel cerchio perfetto. Sì. Un pelino più sotto. A presa di culo. Ancora un pochino e c’ero. Uno schiocco di dita e – sbam! – ero la migliore anche stavolta. M’illudevo anche stavolta. E invece…no.

Novantanove non è un’illusione. Non cerca di riprodurre un bel niente. È un doppio nove e festa finita. È imperfetto, è autentico, è reale.

È quello che in me cerco da una vita.
Porca miseria, è me.

Novantanove è il mio lavoro. Sono le urla che ogni tanto mi scappano e di cui mi pento. Sono i volti asimmetrici e dolci degli alunni di prima. È la crescita sproporzionata dei loro corpi. Sono le mie fotocopie e il disordine dei documenti. Sono le mie risate rauche sull’autobus in gita.
Novantanove sono i miei impegni che si sovrappongono. È la fretta, l’ansia. È la voglia di cazzeggiare ogni tanto.
È il frigo che non funziona bene, il sacchetto dell’immondizia che mi scordo di buttare. Sono i panni infeltriti e le lenzuola che si macchiano in lavatrice.
Sono i miei tentativi di meditare. È la mia spiritualità che non trova pace. Sono gli incensi che brucio per addormentare la mente.

Novantanove sono i miei capelli verdi all’improvviso. È un viaggio in un luogo antico in cerca di ricordi. È l’arpa che non riesco a suonare bene.
È la mia voglia di stare da sola e il bisogno di stare insieme a tutti. È anche l’inverso.
È il mare in un posto da fighetti. È una serata a ballare per scoprire che sì, ero e sono anche quella. Sono le tante, troppe persone che mi conoscono. Sono le tante, troppe cose che mi piace fare. È la mia voglia di continuare a farle tutte. È la mia incapacità di scegliere un’etichetta, un nome, una direzione, un’abitudine che non sia da me.
Sono le mie lacrime distribuite un po’ a casaccio. Sono i sogni in cui torni e te ne vai altre mille volte.
È una conversazione piacevole con due corteggiatori gentili. È la mia risata più genuina, fioca e inascoltabile.
È la sensazione di essere sempre, sempre sola, anche in mezzo a tanta gente.
È quello che ascolto quando m’investe il vento.
È la voglia di camminare fino a farmi sanguinare i piedi. È il piacere di guidare e di viaggiare malgrado la destinazione.
Sono i risvegli dolorosi. Sono i risvegli vuoti.

Sono le parole che scrivo. Sono le domande che restano.
È la mia voce che canta.
È un sentimento che non esiste.

Novantanove è ciò da cui comincio.

Gli angoli della bocca della Somma Leriel erano ormai immobili in quell’espressione fredda e confortante al tempo stesso, quella che Estelin aveva imparato a conoscere e, in alcuni momenti, persino a cercare. Quell’espressione che sapeva dare non una risposta, ma certo un senso alle sue domande.

<<Alcuni giorni si somigliano, Estelin-mael. Sono sicura che comprendi. Un lungo bagno freddo nel fiume, aggrappata a un mantello. Un addio gridato senza parole dalla riva del Delta, osservando quel che amiamo esser portato via da noi per sempre dal vasto mare. Sai dirmi quanto sono diversi? Sapresti contare le differenze che riconosce il tuo cuore? Potresti tentare per anni senza trovare nient’altro che sciocchi dettagli di superficie. E il perché lo conosci già. È questo, solo questo, l’unico motivo per cui sei qui. Perché tutto questo si somiglia. Perché viaggia con te. Da sempre. Da quando sei al mondo. E lo farà finché lascerai che sia così.>>

Estelin era in piedi, ma avrebbe tanto voluto sedersi. Taceva attonita, ma avrebbe voluto piangere ancora. Eppure sentiva che né l’una né l’altra cosa le appartenevano più.

<<Questo viaggio ci offre giorni di sole e di dolcissimo vento>> proseguì la Venerabile, afferrando con le sue mani leggere l’incensiera di madreperla. Soffiò lievemente su di essa facendone sprigionare un sottile fumo rosso. <<Tramonti che fanno tremare l’anima. Sorrisi che la rapiscono. Abbracci che la illudono di essere al capolinea del suo percorso nel mondo. E tutto questo è reale e vivo. E meraviglioso.>>

Un’altra lenta esalazione d’incenso. Gli occhi di Leriel si soffermarono sulle linee rosse che avvolgevano l’altare.

<<Poi, un giorno, piomba il buio. Ma non è certo un buio come quello che si annuncia al tramonto e che si ripete ogni volta, così sereno e disponibile, da prevedere e possedere. No, mia cara. È un buio del tutto incurante di noi. Fatto di silenzi e di cose che non sappiamo. Un mantello chiazzato di sangue, una fuga improvvisa: che differenza fa? È buio. E non lo sarebbe altrimenti. Siamo al buio. Tutto è buio. Ed è così naturale cercare di comprenderlo che da quel momento ogni nostra energia si concentra nel tentativo di dargli una spiegazione, di riempirlo di parole e di azioni. Vogliamo farlo nostro, crediamo di essere in grado di accendervi una luce. Ciò che comunemente chiamiamo “disperazione” non è altro che una speranza, la più violenta che abbiamo, cieca e irragionevole, che distrugge ogni nostra possibilità di vivere davvero. Disperatamente – così diciamo, in realtà violentemente sperando – deviamo i nostri cammini alla ricerca di una luce che non c’è, e solo chi ha la fortuna di arrivare dove sei tu ha l’opportunità di comprendere finalmente il suo errore. C’è chi vive innumerevoli vite solo aspettando, e questi sono gli esseri che meno comprendono il senso del loro viaggio. Chi vive cercando ininterrottamente è certo più vicino di questi ultimi, ma non ancora consapevole. Occorre passare attraverso ogni stadio per giungere alla verità. Chi conosce la vera disperazione, questa parola per secoli disprezzata e misconosciuta, l’unica sorgente di conoscenza, costui è il più vicino. La tua ricerca è quasi conclusa, Estelin-mael. Ecco il tuo buio. È questo il Confine. Il Confine tra ciò che è e ciò che non è. Tra quel che hai sempre creduto sulla Morte e sulla Perdita e quello che esse sono in realtà.>>

Estelin non aveva parole. Continuavano a salire e scendere in un canale che non sapeva localizzare. Puntò gli occhi sugli archi sopra di sé, sulla volta stellata del Tempio, nel tentativo di cacciare indietro ogni lacrima rimasta, di non pensare di aver vissuto solo un lungo e inutile errore.

<<So cosa provi>> disse la Somma Leriel. <<E so che non puoi credermi adesso, ma presto sarai felice. Tutto ciò che hai fatto finora ti ha condotta qui, mia cara. Ogni singolo giorno. Adesso sai perché sei venuta al mondo, ed è il motivo per cui la maggior parte di noi è qui. Tutti dobbiamo vedere il Confine prima o poi, perché la Vita, il Bene e l’Amore possano davvero avere altrettanto senso che la Morte e l’Indifferenza. Amare significa accettare che chi si ama possa scomparire da noi. Non possediamo nulla di tutto ciò che ci viene dato. Ogni cosa, ogni persona vive sul Confine e appartiene al Confine. Se possediamo il Confine, non abbiamo bisogno di cercare la luce. Essa sorgerà da sola, lentamente, e sarà bella in modo incomparabile a qualunque luce tu abbia mai visto. E quella luce, Estelin, non si spegnerà mai più.>>