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L’umano il cui nome è scritto su questo quaderno morirà.

Non nego che ho immaginato spesso come deve essersi sentito Light Yagami quel giorno in cui, dietro il cortile della scuola, ha raccolto il Quaderno della Morte e l’ha aperto per la prima volta. Voglio dire: cosa farei io, cosa farebbe chiunque, con un quadernino in grado di uccidere senza sporcarsi le mani? D’istinto verrebbe da dire: assolutamente niente. Poi, però, siamo sicuri che non potrebbe insinuarsi il dubbio? …E quel capo mafioso latitante? Quel pluriomicida che non si trova? E se questa fosse l’occasione buona per fare un po’ di pulizia dal male nel mondo? Anzi…se questo quaderno mi fosse stato mandato per volere divino e questo fosse esattamente il mio compito? Di più: se potessi diventare il Dio di un nuovo mondo costruito sulla giustizia e fatto solo di persone oneste?

No, non c’è bisogno di chiamare la neuro. Come sa chi l’ha letto, è proprio questo l’incipit di Death Note, il geniale manga noir creato da Tsugumi Ohba e disegnato da Takeshi Obata; e sono proprio questi i pensieri del liceale Light Yagami quando entra in possesso per la prima volta del terrificante strumento.

Death Note turba immediatamente per la portata a dir poco inusuale dei contenuti. In poche pagine si è costretti già a fare i conti con due o tre cose che non ci si aspettava, in particolare:

1.Che palle, non ci sono i robottoni. E non è neppure uno shojo. E i personaggi non fanno le facce con la gocciolina.
2. Il protagonista non è simpatico-un-po’-scemotto-ma-buono. Il protagonista è un genio, è sempre serio ed è sostanzialmente un malato di mente.
3. Il protagonista ha uno spiccato senso di giustizia che lo porta a decidere di servirsi del Death Note per costruire un mondo migliore. Tutto sommato, visto in un contesto di finzione, potrebbe non avere tutti i torti. Ma poi ti chiedi “e se…?” e ti accorgi che un sacco di lettori già si stanno ponendo la problematica della pena di morte. E boom, sganciato il contenuto scorretto.

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Quasi a voler risolvere il dilemma del contenuto un po’ scomodo, Light mostra, fin dall’inizio della sua missione, un certo compiacimento nel giustiziare i criminali. La sua ambizione di costruire un mondo di giustizia passa necessariamente da qualche sacrificio e, man mano che la storia prosegue, si ha la sensazione che ci prenda un po’ troppo gusto, arrivando a uccidere chiunque ostacoli il suo progetto. Sembrerebbe a questo punto lecito considerarlo un “cattivo”. Se non fosse per la sentenza di Ryuk, lo shinigami (dio della morte) proprietario del Quaderno:

Per un essere umano che ha usato il Death Note non esiste né paradiso né inferno.

Light inizia a giustiziare a manetta, in scene dal crescendo quasi paradossale.
Finché non entra in scena la polizia, insospettita da tutte quelle morti per infarto avvenute in così poco tempo. Ma il killer nell’ombra, che tra la gente comune è ormai riconosciuto come un eroe col nome di Kira (killer in giapponese), è praticamente impossibile da scovare; soprattutto quando il possessore del Death Note scopre che si può persino modificare la circostanza della morte della vittima.

Ed è allora, quando stai concludendo “Vabbè, amen, non lo prenderanno mai più”, che Light incontra la sua Nemesi: L.

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Probabilmente uno dei personaggi meglio riusciti del mondo dei manga, L è pienamente apprezzabile solo se se ne segue l’apparizione gradualmente. Un primo lettore può averne già presente l’aspetto fisico (inevitabile incapparci googlando “Death Note”), ma vale la pena dimenticarselo per un attimo e rivederlo dall’inizio, quando è solo una grande lettera nera su uno schermo che parla con voce distorta. In questo l’anime supera il manga, offrendo un crescendo di tensione e di aspettativa decisamente ben orchestrato, dalla colonna sonora al taglio delle scene. Ma del confronto anime/manga parlerò più avanti.

Lasciando da parte la sua personalità (che va scoperta anche quella in itinere), la cosa più importante da sapere di L è che è intelligente.
Geniale. Quanto Light. E a quel punto no, non ci sono robottoni che reggano il confronto con la sfida psicologica (o meglio, psichica e logica) che si innesca dal momento in cui inizia la spietata caccia, quella di L verso Kira e quella di Kira verso L.
Vi giuro, ho lanciato un gridolino di soddisfazione – quel gridolino idiota di godimento che mi sfugge ogni volta che m’imbatto in una trovata narrativa particolarmente efficace – nel momento in cui L arriva a intuire il primissimo segreto di Kira, la chiave di tutta la storia: Per uccidere, a Kira serve un volto da riconoscere e un nome che gli corrisponda.
E lì capisci che sta per succedere di tutto. Devi sapere come faranno, come tenteranno di scovarsi l’un l’altro, di cosa saranno capaci  le loro menti sovrumane per vincere la sfida. Non sai da che parte stare. Shit happens, insomma, ed è solo l’inizio. E tu sei già drogato.

Conoscere il nome: un principio quasi di derivazione fantasy, quello di dare un nome alle cose per avere un potere su di esse. Il mondo degli shinigami, in effetti, non è altro che una dimensione parallela popolata da creature mostruose e dotate di sinistri poteri da esercitare sugli umani. Sarebbe quasi un particolare fantastico dissonante col resto, se non fosse che ricorda quasi l’oltretomba greco e i suoi demoni: né inferno né paradiso, solo un’oscura dimensione in cui i Fati governano sul destino degli uomini.

Potrei parlare degli occhi dello Shinigami, delle regole ferree che vigono in questo strano Aldilà, di quelle che fanno da corollario, nel Death Note, alla prima e principale. Ma, un po’ per non rischiare spoiler, un po’ per amore di altri dettagli, passo ad esaminare punto per punto i motivi per cui vale la pena leggere o vedere Death Note.

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I personaggi. Il cervello così spaventosamente perfetto di Light, unitamente al suo freddo e spietato senso di giustizia. L’antitesi che queste caratteristiche trovano nell’altrettanto cerebrale L, un personaggio praticamente imprevedibile e portatore di un senso di giustizia del tutto diverso. Ryuk, lo shinigami ghiotto di mele, che definire bellissimo è riduttivo: anche solo dal punto di vista dell’aspetto esteriore presenta un character concept da paura. L’apparente inutilità di Misa, che invece si lascia amare proprio per la sua leggerezza, fastidiosa e tragica al tempo stesso, che porta equilibrio in una trama alle volte eccessivamente cervellotica.

Le espressioni. Gli occhi di Light. I gesti di L. Le moine di Misa. Il sorriso di Ryuk. Tutto molto inquietante.

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No, ma sta benissimo.

Scene memorabili. Ci sono momenti di Death Note che non ti scorderai mai. Come la risata, lunga e folle, di Light Yagami, resa nell’anime più agghiacciante ancora – a mio parere – da un doppiaggio (giapponese) straordinario. La prima apparizione di L. Light Yagami che si guarda indietro sulla metropolitana che si chiude. Molte di queste, di cui sarebbe impossibile parlare senza spoiler, sono diventate veri e propri meme della rete: se non vi dispiace rovinarvi qualche sorpresa o se avete già letto DN, provate a googlare “Just as planned” o “I’ll take a potato chip…and eat it!”. Io sono morta dalle risate.

Lo spessore. Death Note, come ho già detto, non è un manga da quattro soldi. Non è lungo, non degenera, non si abbandona a incoerenze madornali per amor di denaro, nonostante il denaro l’abbia fatto eccome. E poi parla di morte e di giustizia in maniera non proprio convenzionale. L’amore delle masse per Kira, la confusione tra giustizia e ingiustizia, la sensazione che il destino non sia altro che un gioco di qualche demonio e che la vita umana, la nostra, non valga più di un paio di caratteri scarabocchiati.

L’imprevedibilità. Ogni volta che credi di aver capito quale sarà la prossima mossa di Kira e di L, non l’hai capito davvero.

La colonna sonora. Parliamo dell’anime. Dirò un’eresia, ma tornassi indietro farei esattamente come ho fatto: prima vedere l’anime, poi comprare il manga per rileggerlo e conservarlo a mo’ di cimelio. L’anime è fatto bene. Benissimo. E la colonna sonora è in perfetta analogia con la storia: lugubre, incalzante, minimale, epica solo quando strettamente necessario. Ah, stavo quasi per dimenticare quella perla dell’opening della seconda stagione. Vi dico solo che è un super metallone giapponese e si intitola Fuck.

Il doppiaggio. Menzione d’onore merita il doppiaggio giapponese, in cui i due protagonisti spiccano. La risata di Light potrebbe tranquillamente entrare in uno dei miei incubi notturni. Il timbro di voce e il modo di parlare di L si riconosce fra mille. Una caratterizzazione perfetta: peccato non si possa dire la stessa cosa del doppiaggio italiano, certo ben fatto ma mai all’altezza.

E qui mi fermo. Prima o poi – quando sarò predisposta mentalmente – farò anche un post sul fenomeno Yaoi, che non ha risparmiato neppure un manga che ha ben poco di “carino e coccoloso” come Death Note. Del resto, con due protagonisti maschili di questo calibro, c’era da aspettarselo. Come dite? Non sapete cos’è lo Yaoi? Ok, non cercatelo. Non senza un esperto. Soprattutto non cercate cose tipo “Yaoi Harry Potter x Draco Malfoy” o “Yaoi Piton x Harry Potter”. No, vi dico di no, potrebbe farvi male. Vabbè, fate come vi pare. Poi non dite che non vi avevo avvertito.

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Titolo originale: Desu Noto
Anno: 2006
Genere: noir/poliziesco
Autori: Tsugumi Ohba / Takeshi Obata (manga)
Regia: Tokishi Inoue (anime)
Durata: 13 volumi; 37 episodi (2 serie)

P.S. Mi sento quasi in dovere di dedicare questo post a Caterina C., amica lontana che cate-bisognerebbe-proprio-rivedersi, che in quell’estate del 2007 mi passò il dvd con i due primi episodi dell’anime, regalandomi una delle più grandi fisse che io abbia mai preso. Ci ho fatto l’invernata a Parigi, guardandolo. Vogliamo menzionare il nostro Cosplay? …Massì, sputtaniamoci così!!!

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Il nostro momento felice poco prima di essere assalite da un paio di fangirl assatanate che volevano la foto in posa Yaoi.

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Improvvisamente, si è spenta anche la luce della televisione. Il buio fuori è più chiaro di quello dentro: luccica qualche stella sul settembre del piccolo giardino e ogni tanto qualche rumore viene catturato dalla finestra, per me.

Dove sono?

La mia camera è un disordine prorompente, non c’è una cosa che sia al suo posto e non c’è posto per tutte le cose. Dovrebbero andarsene, come anche me. Non ho un reale motivo per farlo, ma in verità non capisco neanche perché mi trovo qui. È così: è diventato estremamente difficile capirlo, impossibile spiegarlo, raccontare cos’è successo, cos’è cambiato.

Vuoto. È quel che sento, ciò che produco, ogni cosa che dico. Non c’è un’altra parola per esprimerlo: vuoto dice tutto, vuoto è tutto. Ed io sono nel vuoto e penso vuoto.

Quand’è, esattamente, che sono finiti i giorni in cui mi sentivo potente, tanto potente da affrontare il futuro armata soltanto di un sorriso? …Un sorriso. Ecco che, nel frattempo, anche ogni parola che concepisco si perde, sfuma nel banale, trascolora nel grigio. Scrivo tutto uguale.

Uguale e perdente.

Mi piaceva essere me stessa. Mi offriva tante possibilità. La mia fantasia era il rifugio più accogliente che si potesse chiedere, dove non mancava niente e qualsiasi immagine si realizzava in un attimo di gioia, di potenza, di vita. I colori erano tanti, le stagioni numerose, il mondo era più grande. Fantasia è felicità: ciò che si immagina è dolce al pensiero, è pulsante e vivo; molto più splendente della realtà, se si concretizza, molto meno amaro della realtà, se viene deluso nelle aspettative.

Ed io ho perso me stessa, ho deluso le mie stesse aspettative; chissà, forse perché erano troppe.
Ho perso me stessa, l’ho persa sotto la sabbia e ho scoperto che era meno di un granello.
Ho perso chi ero e nessun altro sa indicarmelo adesso, forse perché nessuno realmente lo sapeva.

Forse non c’ero?
C’ero, sì.
Mi sono persa tra le vie piovose del centro storico di una città in cui ho studiato con passione. La strada di pietroni scuri ha divorato le mie scarpe, ha distrutto i talloni: ad un certo punto non avevo che le caviglie per procedere, se solo ricordassi almeno dove stavo andando.

Un attimo. Quello lo ricordo. Io non sapevo affatto dove stessi andando. Non è che vagassi. Non lo sapevo.

Non stavo proprio andando da nessuna parte. L’onda mi portava con sé ed io, volontariamente, io mi ero imbarcata da sola, fin dal principio. Ed ho perso me stessa quando abbiamo gettato l’ancora. (Io e chi?)

Quell’ancora è scesa…io sono scesa nel fondale.

E adesso..dove sono?

Sapete qual è il termine per indicare una donna che odia il genere maschile? Scommetto che non vi sovviene. Tecnicamente sarebbe “misandra”, affetta da “misandria”. Ma è una parola che non c’è neanche in tutti i dizionari. Se lo scrivete su Word ve lo sottolinea di rosso: in realtà, questa parola non esiste neppure – ufficialmente. Il motivo è semplice: non esiste una donna che odia tutti gli uomini, il loro modo di fare, la loro virilità a tratti così insensibile, bugiarda, crudele. Più un uomo è negativamente uomo, più la donna lo amerà per questo; e non è una sciocca legge dei nostri tempi, di quelle che scriverebbero le quattordicenni sulla loro bacheca di Facebook. È un fatto di possesso e di violenza: è la natura che rende il maschio più appetibile quanto più si mostra insensibile alle coccole, ai vizi, ai regali, alle parole, a tutte quelle suppellettili dell’amore che la Natura non ci ha mai insegnato. Quanto più è animale.

Io sono misogino. Questo, invece, lo sapete tutti cosa significa. Perché, se è vero che non c’è donna che non si senta attratta dalla più insensibile virilità, è anche vero che non c’è uomo che ami davvero le sovrastrutture che la donna ha recepito dall’evoluzione. Il trucco, i vestiti, la cura dei capelli, i gioielli, le schermaglie, i giochetti, le ripicche, i ricatti, le gelosie, i rancori, il pianto, i programmi, le garanzie, i bisogni, le voglie.
Siamo onesti.

Però amo l’Amore. C’è una sola donna che io ami davvero: Afrodite, dea dell’Amore e della Bellezza.

Ed è per questo che mi sono costruito da solo la mia metà. L’Arte, diceva Platone, è imitazione perfetta dell’idea che abbiamo della realtà. Il mio amore è perfetto. Ha le forme della più ideale bellezza femminile, gli occhi di un amore puro, modi semplici e gentili, un sorriso meraviglioso: una donna allo stato di natura. E poi è sincera, sobria, sensuale…Che dite? Come faccio a sapere tutte queste cose se non si muove? Be’, l’ho creata io. E poi non pretende regali, tempo, sguardi, attenzioni, non è gelosa, non usa mezzi termini. Ma io le porto regali, le do attenzioni, non guardo nessun’altra donna.
La cosa più straordinaria è che avrà sempre queste abitudini. E non per il motivo che credete voi. Non perché è fatta di marmo.
Ma perché è ideale, e non può cambiare.


AFRODITE

È così divertente vederlo parlare al marmo che non risponde. La gente passa e dice: Guarda lo scultore, Pigmalione! Che grandissimo coglione!

PIGMALIONE

L’unica trasformazione che potrebbe migliorarla è quella dal marmo alla carne: acquisire la parola, il movimento, la capacità di soddisfare i miei e i suoi bisogni carnali. Una trasformazione che da perfetta nell’Arte la renderebbe un essere perfetto in Terra.


AFRODITE

Embè? Che c’è di più semplice che trasformare in carne il marmo?
Tocca quelle curve ancora una volta, Pigmalione. Accarezza la sua pelle bianca e fredda: eccolo, lo senti quel nuovo, lieve tepore che sorge da sotto? Non ti sei ingannato, riprova ancora. Bacia le sue labbra: non ti sembrano meno dure del solito? Affonda le dita nella carne del petto…sì, ho detto proprio così: affonda. La carne cede come creta sotto le tue mani, solo che tu non sei uno scultore di creta, oppure sì? Credi ancora di sognare, ma la realtà è un’altra: tu sei il tuo sogno, l’hai realizzato con le tue mani. Hai creato da solo il tuo amore, e adesso puoi gioire per sempre di una perfezione fatta di carne.

Lo vedi come siete, voi umani? A volte vi inventate il vostro amore. Come se si potesse creare quello che la vita non vi offre. Il fatto è che è difficile desiderare quel che realmente esiste: avete paura di sbagliare, di restare soli. Allora è meglio inventare. Idealizzare. Cambiare le persone finché non le abbiamo snaturate definitivamente. E poi l’amore, a quel punto, dove va? E voi vi stupite, una mattina, quella mattina lì, quando lo trovate morto stecchito.

LEI: Sono passati ormai due giorni, ormai quella faccia potresti togliertela.

PIGMALIONE: Ti prego, ti prego, ti prego, non stressarmi anche tu.

LEI: Ti stai stressando da solo.

 PIGMALIONE: Ma che cazzo vuol dire? Non è vero!

 LEI: Sì, invece, e lo sai.

PIGMALIONE: Mia dolce, dolce sposa, ti prego, dimmi cosa c’è che non va. Viviamo insieme da anni in amore e in accordo, si può sapere che problema c’è?

LEI: Tu sei cambiato.

PIGMALIONE: Che cosa? Che sciocchezza nuova è questa?

LEI: Sei cambiato, ti dico.

PIGMALIONE: Ma in cosa, santo Cielo, in cosa? Porca miseria!

LEI: Il tuo sorriso. Pende più a sinistra rispetto a prima.
Il tuo modo di parlare. Adesso è più lento, più tranquillo, più severo.
Il tuo sguardo certe volte è perso. Passi molto tempo ad ascoltare il tempo.
I tuoi capelli. Alcuni sono diventati bianchi.
Non hai più la stessa forza nel fare l’amore. Spesso ti dimentichi di soddisfare il tuo bisogno di sesso. Eppure io sono sempre qui.
Non ti piacciono più le stesse cose. Non sei più frettoloso. Non sei più audace.
Non mangi più con la stessa voracità, ma adesso gusti il tuo piatto con un fare lento e riflessivo.
Mi accarezzi con più dolcezza. Adesso, invece di chiamarmi “mia amata”, mi mormori lievemente all’orecchio “mia dolce sposa” prima di dormire.
Dondoli un po’ quando cammini. E vuoi tenermi per mano.

PIGMALIONE: Mia dolce sposa…io non posso essere sempre lo stesso di dieci anni fa!

LEI: Io lo sono.

PIGMALIONE: Ma per forza, tu… Tu non sei reale.

Lo vedi, cielo, come siamo noi umani. Lo vedi, Amore, come a volte ci inventiamo il nostro amore? Come se si potesse creare quello che la vita non ci offre.
Perché è difficile desiderare quel che realmente esiste. Chi lo sa perché. Per paura di sbagliare. Per paura di restare soli.

E allora cambiamo, in cerca di ciò che ci rende perfetti per l’altro. Ma l’errore è proprio qui. E in un attimo, ci trasformiamo in qualcosa che non c’è. È proprio come morire.

Dischiudimi mondi nuovi

Parole che non ho mai avuto
Pensieri che non esistevano
Giorni di sorrisi

Mostrami il mare
e i fiumi di luna,
quei sentieri invisibili tra le onde e l’ignoto.

Anche se è quasi impossibile,
portami dove io non posso immaginare,
dove la mia fantasia
possa dirsi sconfitta.

Distruggila.

Chi è mai stato davvero convinto di voler crescere?

Al di là della paura per le conseguenze del tempo. Al di là delle responsabilità, delle preoccupazioni, della tristezza che sempre più ci caratterizza man mano che diventiamo adulti. C’è qualcosa di prezioso nell’infanzia che è doloroso lasciarsi dietro per sempre: la sua fantasia.

La fantasia c’è a tutte le età, ma quella infantile è quanto di più vivifico, spontaneo, originario esista. Per usare una parola da letterata greca, è qualcosa di panico, di totalizzante, universale, in comunione con tutta la realtà intorno: natura e non.
Ogni filo d’erba diventa una sorpresa e una storia, le mattonelle del pavimento di casa sono sentieri nascosti, le tende foreste di alberi, i cuscini del divano zattere per salvarsi dal naufragio scatenatosi in salotto (con grande gioia di mamma).

I mondi dell’infanzia sono una voragine che ti risucchia. Sono il rifugio dei pomeriggi fuori e dentro casa. Un patto segreto tra un bambino e la realtà, che fa nascere un altro mondo, un mondo davvero migliore, perfetto. È una cosa talmente unica che quando ormai sei adulto è impossibile entrare nell’immaginazione di un bambino, fosse anche tuo figlio. Per quanti sforzi facciamo, non riusciremo mai a trovare la chiave giusta, a vedere quello che lui vede, quello che vedevamo anche noi alla sua età.

Però quello che abbiamo immaginato da piccoli può accompagnarci per tutta la vita. In sogno capita a volte di ritrovare se stessi bambini, quel buco nell’albero che credevamo un passaggio per una dimensione fantastica (e lo era!), quella sensazione di profonda felicità che pervadeva l’animo durante il gioco. Capita anche da svegli, al richiamo di un odore, di un oggetto che proustianamente ci catapulta in mezzo alle sensazioni del passato.

E non solo. Sognare può continuare ad essere un gioco anche da adulti. Magari un modo per vendicarsi di una realtà meschina e ingrata, di un amore finito un po’ così o di un lavoro che non è proprio il massimo.

L’immaginazione è una potenza devastante. Se la si guarda da un punto di vista pratico non sembra valere molto. Ma la forza creatrice del cervello, le forme del pensiero, possono far nascere idee, muovere popoli, incantare i cuori: l’hanno fatto per secoli, in positivo e in negativo. E anche in piccolo, solo per noi, possono fare tanto: come sublimare una realtà che spesso è deludente, stendendoci sopra un velo bellissimo e consolatorio.

Come in quel capolavoro di Spielberg che è Hook – Capitan Uncino, una delle gioie della mia infanzia da divano. Per chi non l’avesse visto (ah infelici!), parla di Peter Pan cresciuto (un Robin Williams che tutti avremmo voluto per papà) che ha sposato la nipote di Wendy, e che deve tornare sull’Isola che non c’è per salvare i suoi figli, rapiti da Capitan Uncino (Dustin Hoffman, gente). Per salvarli dovrà tornare ad essere il Peter Pan di un tempo, un passato di cui non ha memoria.
Per i bambini come me questo film era semplicemente un sogno, un gioco sfavillante che durava 135 minuti, ma a rivederlo oggi io provo la stessa gioia incontenibile, perché ne capisco finalmente il senso. È la storia di un uomo adulto (e per di più avvocato) che deve ritornare bambino per stare vicino ai figli: non è tanto Capitan Uncino a dividerli, quanto la sua ossessione per il lavoro, che gli lascia poco tempo da dedicare alla famiglia. Un moderno workaholic (e il film è del 1991, figuriamoci se era sui papà di oggi!) che sembra ignorare quanto di più prezioso vi sia nel rapporto tra genitori e figli: il gioco.

E alla fine ci riesce. Peter Pan avvocato impara a realizzare i suoi desideri con l’immaginazione, a giocare un gioco in cui la sola regola è la fantasia: o quella o la sconfitta. Recupera i dolci ricordi dell’infanzia, quelli che rendono anche la vita adulta un po’ più felice: e col suo pensiero felice impara a volare come faceva un tempo.

Poi si torna alla vita di sempre, quella da adulti.
Questo film è pensato proprio per gli adulti: ognuno di noi, nei panni di “Peter Pan da grande”, può tornare a volare. Il che non significa lasciarsi dietro la vita vera, ma capire che anche quella può essere un gioco, una grande avventura. Qualcuno penserà che è un po’ sciocco, un po’ buonista, o che è semplice illusione. Ma c’è forse un altro modo per rendere la vita più bella?
Penso proprio a La vita è bella e ai giochi che un padre s’inventa per il figlio in mezzo alla realtà più terribile che esista, quella dei campi di concentramento. L’immaginazione a volte ti salva davvero.
E l’amore, la fede, gli affetti, i sogni per il futuro: immaginazioni che ci fanno andare avanti. E se bastasse davvero immaginare per avere la felicità? Perché non provare? Al massimo ci saremo illusi.