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L’umano il cui nome è scritto su questo quaderno morirà.

Non nego che ho immaginato spesso come deve essersi sentito Light Yagami quel giorno in cui, dietro il cortile della scuola, ha raccolto il Quaderno della Morte e l’ha aperto per la prima volta. Voglio dire: cosa farei io, cosa farebbe chiunque, con un quadernino in grado di uccidere senza sporcarsi le mani? D’istinto verrebbe da dire: assolutamente niente. Poi, però, siamo sicuri che non potrebbe insinuarsi il dubbio? …E quel capo mafioso latitante? Quel pluriomicida che non si trova? E se questa fosse l’occasione buona per fare un po’ di pulizia dal male nel mondo? Anzi…se questo quaderno mi fosse stato mandato per volere divino e questo fosse esattamente il mio compito? Di più: se potessi diventare il Dio di un nuovo mondo costruito sulla giustizia e fatto solo di persone oneste?

No, non c’è bisogno di chiamare la neuro. Come sa chi l’ha letto, è proprio questo l’incipit di Death Note, il geniale manga noir creato da Tsugumi Ohba e disegnato da Takeshi Obata; e sono proprio questi i pensieri del liceale Light Yagami quando entra in possesso per la prima volta del terrificante strumento.

Death Note turba immediatamente per la portata a dir poco inusuale dei contenuti. In poche pagine si è costretti già a fare i conti con due o tre cose che non ci si aspettava, in particolare:

1.Che palle, non ci sono i robottoni. E non è neppure uno shojo. E i personaggi non fanno le facce con la gocciolina.
2. Il protagonista non è simpatico-un-po’-scemotto-ma-buono. Il protagonista è un genio, è sempre serio ed è sostanzialmente un malato di mente.
3. Il protagonista ha uno spiccato senso di giustizia che lo porta a decidere di servirsi del Death Note per costruire un mondo migliore. Tutto sommato, visto in un contesto di finzione, potrebbe non avere tutti i torti. Ma poi ti chiedi “e se…?” e ti accorgi che un sacco di lettori già si stanno ponendo la problematica della pena di morte. E boom, sganciato il contenuto scorretto.

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Quasi a voler risolvere il dilemma del contenuto un po’ scomodo, Light mostra, fin dall’inizio della sua missione, un certo compiacimento nel giustiziare i criminali. La sua ambizione di costruire un mondo di giustizia passa necessariamente da qualche sacrificio e, man mano che la storia prosegue, si ha la sensazione che ci prenda un po’ troppo gusto, arrivando a uccidere chiunque ostacoli il suo progetto. Sembrerebbe a questo punto lecito considerarlo un “cattivo”. Se non fosse per la sentenza di Ryuk, lo shinigami (dio della morte) proprietario del Quaderno:

Per un essere umano che ha usato il Death Note non esiste né paradiso né inferno.

Light inizia a giustiziare a manetta, in scene dal crescendo quasi paradossale.
Finché non entra in scena la polizia, insospettita da tutte quelle morti per infarto avvenute in così poco tempo. Ma il killer nell’ombra, che tra la gente comune è ormai riconosciuto come un eroe col nome di Kira (killer in giapponese), è praticamente impossibile da scovare; soprattutto quando il possessore del Death Note scopre che si può persino modificare la circostanza della morte della vittima.

Ed è allora, quando stai concludendo “Vabbè, amen, non lo prenderanno mai più”, che Light incontra la sua Nemesi: L.

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Probabilmente uno dei personaggi meglio riusciti del mondo dei manga, L è pienamente apprezzabile solo se se ne segue l’apparizione gradualmente. Un primo lettore può averne già presente l’aspetto fisico (inevitabile incapparci googlando “Death Note”), ma vale la pena dimenticarselo per un attimo e rivederlo dall’inizio, quando è solo una grande lettera nera su uno schermo che parla con voce distorta. In questo l’anime supera il manga, offrendo un crescendo di tensione e di aspettativa decisamente ben orchestrato, dalla colonna sonora al taglio delle scene. Ma del confronto anime/manga parlerò più avanti.

Lasciando da parte la sua personalità (che va scoperta anche quella in itinere), la cosa più importante da sapere di L è che è intelligente.
Geniale. Quanto Light. E a quel punto no, non ci sono robottoni che reggano il confronto con la sfida psicologica (o meglio, psichica e logica) che si innesca dal momento in cui inizia la spietata caccia, quella di L verso Kira e quella di Kira verso L.
Vi giuro, ho lanciato un gridolino di soddisfazione – quel gridolino idiota di godimento che mi sfugge ogni volta che m’imbatto in una trovata narrativa particolarmente efficace – nel momento in cui L arriva a intuire il primissimo segreto di Kira, la chiave di tutta la storia: Per uccidere, a Kira serve un volto da riconoscere e un nome che gli corrisponda.
E lì capisci che sta per succedere di tutto. Devi sapere come faranno, come tenteranno di scovarsi l’un l’altro, di cosa saranno capaci  le loro menti sovrumane per vincere la sfida. Non sai da che parte stare. Shit happens, insomma, ed è solo l’inizio. E tu sei già drogato.

Conoscere il nome: un principio quasi di derivazione fantasy, quello di dare un nome alle cose per avere un potere su di esse. Il mondo degli shinigami, in effetti, non è altro che una dimensione parallela popolata da creature mostruose e dotate di sinistri poteri da esercitare sugli umani. Sarebbe quasi un particolare fantastico dissonante col resto, se non fosse che ricorda quasi l’oltretomba greco e i suoi demoni: né inferno né paradiso, solo un’oscura dimensione in cui i Fati governano sul destino degli uomini.

Potrei parlare degli occhi dello Shinigami, delle regole ferree che vigono in questo strano Aldilà, di quelle che fanno da corollario, nel Death Note, alla prima e principale. Ma, un po’ per non rischiare spoiler, un po’ per amore di altri dettagli, passo ad esaminare punto per punto i motivi per cui vale la pena leggere o vedere Death Note.

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I personaggi. Il cervello così spaventosamente perfetto di Light, unitamente al suo freddo e spietato senso di giustizia. L’antitesi che queste caratteristiche trovano nell’altrettanto cerebrale L, un personaggio praticamente imprevedibile e portatore di un senso di giustizia del tutto diverso. Ryuk, lo shinigami ghiotto di mele, che definire bellissimo è riduttivo: anche solo dal punto di vista dell’aspetto esteriore presenta un character concept da paura. L’apparente inutilità di Misa, che invece si lascia amare proprio per la sua leggerezza, fastidiosa e tragica al tempo stesso, che porta equilibrio in una trama alle volte eccessivamente cervellotica.

Le espressioni. Gli occhi di Light. I gesti di L. Le moine di Misa. Il sorriso di Ryuk. Tutto molto inquietante.

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No, ma sta benissimo.

Scene memorabili. Ci sono momenti di Death Note che non ti scorderai mai. Come la risata, lunga e folle, di Light Yagami, resa nell’anime più agghiacciante ancora – a mio parere – da un doppiaggio (giapponese) straordinario. La prima apparizione di L. Light Yagami che si guarda indietro sulla metropolitana che si chiude. Molte di queste, di cui sarebbe impossibile parlare senza spoiler, sono diventate veri e propri meme della rete: se non vi dispiace rovinarvi qualche sorpresa o se avete già letto DN, provate a googlare “Just as planned” o “I’ll take a potato chip…and eat it!”. Io sono morta dalle risate.

Lo spessore. Death Note, come ho già detto, non è un manga da quattro soldi. Non è lungo, non degenera, non si abbandona a incoerenze madornali per amor di denaro, nonostante il denaro l’abbia fatto eccome. E poi parla di morte e di giustizia in maniera non proprio convenzionale. L’amore delle masse per Kira, la confusione tra giustizia e ingiustizia, la sensazione che il destino non sia altro che un gioco di qualche demonio e che la vita umana, la nostra, non valga più di un paio di caratteri scarabocchiati.

L’imprevedibilità. Ogni volta che credi di aver capito quale sarà la prossima mossa di Kira e di L, non l’hai capito davvero.

La colonna sonora. Parliamo dell’anime. Dirò un’eresia, ma tornassi indietro farei esattamente come ho fatto: prima vedere l’anime, poi comprare il manga per rileggerlo e conservarlo a mo’ di cimelio. L’anime è fatto bene. Benissimo. E la colonna sonora è in perfetta analogia con la storia: lugubre, incalzante, minimale, epica solo quando strettamente necessario. Ah, stavo quasi per dimenticare quella perla dell’opening della seconda stagione. Vi dico solo che è un super metallone giapponese e si intitola Fuck.

Il doppiaggio. Menzione d’onore merita il doppiaggio giapponese, in cui i due protagonisti spiccano. La risata di Light potrebbe tranquillamente entrare in uno dei miei incubi notturni. Il timbro di voce e il modo di parlare di L si riconosce fra mille. Una caratterizzazione perfetta: peccato non si possa dire la stessa cosa del doppiaggio italiano, certo ben fatto ma mai all’altezza.

E qui mi fermo. Prima o poi – quando sarò predisposta mentalmente – farò anche un post sul fenomeno Yaoi, che non ha risparmiato neppure un manga che ha ben poco di “carino e coccoloso” come Death Note. Del resto, con due protagonisti maschili di questo calibro, c’era da aspettarselo. Come dite? Non sapete cos’è lo Yaoi? Ok, non cercatelo. Non senza un esperto. Soprattutto non cercate cose tipo “Yaoi Harry Potter x Draco Malfoy” o “Yaoi Piton x Harry Potter”. No, vi dico di no, potrebbe farvi male. Vabbè, fate come vi pare. Poi non dite che non vi avevo avvertito.

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Titolo originale: Desu Noto
Anno: 2006
Genere: noir/poliziesco
Autori: Tsugumi Ohba / Takeshi Obata (manga)
Regia: Tokishi Inoue (anime)
Durata: 13 volumi; 37 episodi (2 serie)

P.S. Mi sento quasi in dovere di dedicare questo post a Caterina C., amica lontana che cate-bisognerebbe-proprio-rivedersi, che in quell’estate del 2007 mi passò il dvd con i due primi episodi dell’anime, regalandomi una delle più grandi fisse che io abbia mai preso. Ci ho fatto l’invernata a Parigi, guardandolo. Vogliamo menzionare il nostro Cosplay? …Massì, sputtaniamoci così!!!

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Il nostro momento felice poco prima di essere assalite da un paio di fangirl assatanate che volevano la foto in posa Yaoi.

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Éowyn guardò Faramir a lungo e senza abbassare gli occhi; e Faramir disse: “Non deridere la pietà, dono di un cuore gentile, Éowyn! Ma io non ti offro la mia pietà, perché sei una dama nobile e valorosa e hai conquistato da sola fama e gloria che non saranno obliate; e sei una dama tanto bella che nemmeno le parole dell’idioma elfico potrebbero descriverti. E io ti amo. Un tempo ebbi pietà della tua tristezza. Ma ora, se tu non conoscessi la tristezza, la paura o il dolore, se tu fossi anche la benefica Regina di Gondor, io ti amerei lo stesso. Non mi ami tu, Éowyn?”
Allora il cuore di Éowyn cambiò ad un tratto, e fu ella finalmente a comprenderlo; e improvvisamente il suo inverno scomparve, e il sole brillò in lei.
“Questa è Minas Anor, la Torre del Sole”, ella disse; “e, guarda!, l’Ombra è scomparsa! Non sarò più una fanciulla d’arme, né rivaleggerò con i grandi Cavalieri, né amerò soltanto i canti che narrano di uccisioni. Sarò una guaritrice, e amerò tutto ciò che cresce e non è arido”. E di nuovo guardò Faramir. “Non desidero più essere una regina”, disse.
Allora Faramir rise, felice. “Meno male”, esclamò, “perché io non sono un re. Eppure sposerò la Dama Bianca di Rohan, se ella lo vorrà. E se ella lo vorrà, potremo attraversare il Fiume in giorni più felici e dimorare nello splendore d’Ithilien e coltivarvi un giardino. Ogni cosa vi crescerà con gioia, se coltivata dalla Bianca Dama”.
“Devo dunque lasciare il mio popolo, uomo di Gondor?”, ella disse. “E vorresti che la tua gente orgogliosa dica di te: “Ecco un signore che ha domato una selvaggia fanciulla del Nord! Non vi era dunque una donna della razza dei Numenoreani ch’egli potesse scegliere?””.
“Lo vorrei”, disse Faramir. E la prese fra le braccia e la baciò sotto il cielo assolato, e non si curò di essere in piedi sulle mura, visibile a molti. E molti infatti li videro, e videro la luce che brillava intorno a loro mentre scendevano dalle mura e si recavano, mano nella mano, nelle Case di Guarigione.

E al custode delle Case Faramir disse: “Ecco Dama Éowyn di Rohan, ed ora è guarita”.

(parte 3)

Emina attese. Guardò Delynn, che sedeva compostamente sulla sedia che un tempo aveva occupato a pranzo, anche se con tutta probabilità neanche se lo ricordava. Leriel stava in piedi silenziosa, appoggiata ad una colonna di pietra.
Non furono i medici a venire da loro: nella Sala entrò Iarea, tutta curva, con le lacrime che sgorgavano abbondanti sulla faccia rugosa. Cosa ci fosse da piangere con tanta disperazione, Emina non l’avrebbe mai capito. Ma capì – e lo capirono anche le sue sorelle – quello che la vecchia nutrice non espresse a parole.

 A Delynn sembrava che ci stessero mettendo troppo, i funzionari del castello. Forse si erano dimenticati di loro. Non potevano andare a visitare la camera del padre senza l’annuncio ufficiale, ed era già un’ora che aspettavano lì come delle stupide.
Emina, sparita per qualche secondo nella stanza accanto, stava tornando con una scala.
La posizionò alla parete.
«Aiutatemi. Ho giurato che sarebbe stata la prima cosa che avrei fatto.»
Delynn si alzò e, malgrado il sonno, si mise ad aiutarla a tirar giù dal muro quell’orribile tela.
Ma, appena Leriel si fu mossa per venire a dar loro una mano, un rauco grido di protesta si levò dal corridoio ovest.
Le tre donne si fermarono a metà dell’opera, mentre il vecchio e traballante Conte di Grimlen, nella sua vestaglia rossa, faceva il suo ingresso nella Sala.
«Cosa cercate di fare?» rantolò. Fu sul punto di cadere e si aggrappò ad un pilastro. Leriel corse a sostenerlo.
«Finché io…» gracchiò il Conte, tenendosi alle braccia della figlia maggiore, «…Finché io sono vivo, quello dovrà rimanere lì dov’è!»
E detto questo, si divincolò dalla presa di Leriel e ripercorse il corridoio, zoppicando e tossendo, fino alla sua stanza.
Delynn, Emina e Leriel non lo seguirono, ma rimasero a fissarsi l’una l’altra, impallidite.
«Ebbene?» fu Delynn a parlare.
«Mi pare chiaro che abbiamo frainteso» disse secca Emina.
«Come si può fraintendere la morte?» domandò Leriel. «…Che si sia ripreso dopo che sono uscita?»
Nessuno rispose.
«Su, rimettiamolo alla parete.»

 Il giorno seguente, assieme alle sorelle, Leriel tornò a far visita al padre. Lo trovarono al solito posto, coperto fin sotto il mento, i capelli bianchi sul volto.
Aprì gli occhi quando le sentì entrare. E quando Emina gli prese la mano e si sedette di fianco al letto, reclinando il capo verso di lei, disse stancamente:
«Figlie mie…Il mio tempo sta per finire. Prima del calar del sole, sarò al di là di questa vita.»

 Emina incrociò Iarea mentre percorreva il corridoio centrale. Attese che fosse lei a parlare. Finalmente, dopo qualche altra lacrima, la nutrice disse:
«Vi sono vicina nel dolore, milady. I funerali si terranno domattina.»

 «…E ora è il momento di farlo sparire» dichiarò Emina issandosi sulla scala per raggiungere il grande ritratto. Delynn esitò per qualche secondo, poi si avvicinò.
«Ha voluto logorarci il fegato sin nella morte» disse con una risata amara.
Leriel stavolta non le aiutò, ma rimase a guardarle in dignitoso silenzio.
E proprio quando il ritratto era già deposto a terra e Delynn stava per tirare un respiro di sollievo, improvvisamente lo videro di nuovo.
Lì, sulla soglia dell’ingresso.
«Credevo di essere stato chiaro!» abbaiò il Conte, precariamente appoggiato al suo bastone. Respirò a fatica. «Non…tollererò…che mi oltraggiate ancora!»
E strisciò via, incollerito, col corpo e col viso appiccicati alla parete.

 «Cos’è questa storia?» chiese Emina alla vecchia Iarea. Leriel non l’aveva mai vista così tesa.
«Bisogna portare pazienza…» rispose quella. «Temo che dovrete attendere ancora qualche giorno.»
E detto questo, le lasciò lì, sole e mute: Emina che si mordeva nervosamente le unghie, Delynn che si faceva aria col ventaglio ostentando una falsa rassegnazione, e Leriel che per la prima volta non sapeva darsi una risposta.

 Ma sette giorni passarono senza che la salute del Conte desse segni né di miglioramento né di peggioramento. Ogni giorno Emina tornava in quella stanza, seguita da Delynn e Leriel; e ogni giorno suo padre apriva gli occhi, le guardava e diceva che prima del calar del sole sarebbe stato oltre questa vita.
Otto giorni, nove. Dieci. E ognuno di questi, ogni ora, ogni maledettissimo minuto, suo padre era in fin di vita, ma niente di più.

 Dopo quindici giorni di permanenza a Grimlen, Delynn ricevette una missiva dalla Marca di Theun: suo marito, preoccupato, chiedeva quale fosse il motivo che la tratteneva così a lungo. C’erano forse problemi giuridici legati al testamento?
Ma quale testamento!, Delynn scagliò la lettera con stizza contro il muro. Se non c’era neppure il defunto!
Ne sarebbe impazzita.

Leriel, chiusa nella propria vecchia stanza, pose le sue domande alla Dea.
Non era ancora il momento?
La Terra aveva deciso di punire lei e le sue sorelle?
O forse rifiutava di accogliere suo padre?
Non ebbe risposta.
Si alzò in piedi. Ringraziò la Dea. E chiese perdono a sua madre.
Di fronte al silenzio degli dèi, l’animo umano necessariamente si arrende.

 All’arrivo del notaio, una grigia mattina, Iarea trovò con sorpresa che tutte e tre le figlie del Conte se n’erano andate.
Dalle scuderie venne a sapere che lady Emina aveva fatto preparare cavalli e carrozza la sera precedente, ed era partita verso la Contea di Padrath, con l’intenzione di non fare più ritorno.
La Marchesa Delynn era stata raggiunta il giorno prima dal marito, che l’aveva condotta via mentre, dicevano, strillava come in preda alla follia che tutto l’oro, i vestiti e le scarpe della Marca di Theun erano perfettamente sufficienti a farla felice.
Quanto alla Somma Leriel, aveva ringraziato e si era fatta allestire una carrozza con due cocchieri per recarsi il più rapidamente possibile a Besadhil. Si era congedata invocando, per qualche oscura ragione, la misericordia e il perdono della Dea Terra su di sé, sul castello e sull’intera Contea.
Iarea non riusciva a immaginare cosa avesse loro impedito di attendere un giorno di più. In fondo, le aveva avvertite che ci sarebbe stato un ritardo per la lettura del testamento: il notaio e il suo accompagnatore, sir Ghantar di Hail, cugino del Conte, erano rimasti bloccati sulla via per colpa di un incendio.
Ma, del resto, in quei giorni le Contessine non avevano avuto che comportamenti strani. Dopo la morte del Conte, avvenuta l’indomani del loro arrivo, Iarea le aveva viste spesso andare e venire come in processione, tutti i giorni, da una stanza vuota contigua a quella, ormai chiusa, da cui era stato portato via il defunto. A fare che, non si sapeva.
In più, non si erano neppure presentate ai funerali. E avevano tolto e riappeso quella vecchia cornice col ritratto del Conte almeno una dozzina di volte, senza motivo.

La nutrice nascose l’imbarazzo e fece accomodare i due ospiti.

Io, Relidor Marbred Conte di Grimlen,
con la fede del Re e degli dèi, lascio tutti i miei averi,

spartiti in egual misura, a chi presenzierà alla dichiarazione delle mie ultime volontà;
e l’amministrazione della Contea al mio fedele cugino e socio, sir Fortred Ganthar,
che nomino mio successore.

Al termine della lettura, Iarea lanciò uno sguardo interrogativo al notaio e poi a sir Ganthar accanto a sé. Fatta eccezione per loro, la stanza era vuota.
«La carta parla chiaro, milady» fu la spiegazione del notaio.
«Venite, Iarea» disse Ganthar sorridendo sotto i baffi. «Mostratemi il castello, prima che vi consegni la parte che vi spetta.»

 La Sala da pranzo era quasi buia.
«Immagino che vorrete toglierlo» disse Iarea accennando al grande quadro.
«No…» rispose il Conte Ganthar. «Penso proprio di no.»
Dall’alto della parete, gli occhi dell’uomo nel quadro li fissavano. Per un attimo, parvero quasi accendersi di trionfo.
Ma era soltanto un bagliore proiettato dalla guizzante fiamma delle candele. 

Martina C.
(parte 2)

Emina lasciò che il vento spargesse le sue ciocche rosse confusamente qua e là.
Dal balcone poteva vederli: prati, campagne, foreste… La libertà di rincorrerli leggera, sola, come aveva sempre sognato, aveva un prezzo: il denaro che presto sarebbe arrivato.
Qualcuno si avvicinò.
«Milady, i vostri cavalli sono pronti, come avete ordinato.»
Riccioli neri, occhi scuri ed una corporatura possente, aveva tutto ciò che una donna poteva desiderare in un uomo. Emina gli sorrise maliziosa.
«Di già?» disse. «E tu sei pronto, Meirar?»
Meirar la prese fra le braccia. «Dunque stai per partire davvero? Te ne andrai per sempre?»
«Ti ho offerto la possibilità di seguirmi, cosa vuoi di più?»
Lui si sporse per baciarla, ma Emina si sottrasse, cullando dentro di sé la deliziosa sensazione di tenere in pugno il cuore di un uomo. Meirar la lasciò sgusciare via, seguendola con uno sguardo perso che non fece che alimentare il suo divertimento.
Emina raggiunse la propria stanza. Non le dispiaceva affatto dover lasciare i luoghi dell’infanzia: solo lasciare le tracce di sé che echeggiavano ovunque la infastidiva e non poco.
Tanto per cominciare, lo specchio l’avrebbe portato via. Vi si guardò dentro e vide quella che era alla luce del sole: si amava quasi più di quanto tutti amassero lei.
Le sue sorelle avevano torto a pensare che la sua vita da ultima figlia nubile fosse stata tanto miserabile quanto devota alle leggi paterne. In realtà, la già avanzata vecchiaia e la malattia avevano impedito al padre di controllarla giorno e notte, e avevano permesso che entro quelle fredde mura Emina realizzasse una dolce, disinibita, egoistica forma di felicità, che solo l’ormai imminente libertà avrebbe potuto rendere più perfetta di così.
Frugò nei suoi portagioie. Anche quelli se li sarebbe portati via.
Si provò un paio di semplici orecchini che erano costati al tenero Meirar lo stipendio di tre mesi. Rise. Tutti quei sacrifici per un solo bacio.
E la catenella d’oro intrecciata a fili di seta rossa, che riluceva sul suo collo come il sole sulla neve? No, quella era un regalo del Conte di Padrath, che, da quando era venuto in visita presso suo padre, si diceva incapace di liberarsi dell’ardente amore per lei. Veniva a trovarla quasi ogni mese.
Mentre l’anello…oh, l’anello era uno dei suoi pezzi preferiti: la pietra nera che si trovava solo nelle miniere di Axas, dono galante del Marchese, allegato ad una poesia di sua propria composizione…
Emina si riteneva assai più felice di entrambe le sue sorelle messe assieme. Aveva amato più uomini di loro, e dei più ricchi del regno. Desiderata, adorata mille volte più di loro, non era costretta ad alcuna forma di fedeltà, né ad un uomo né a un dio.
E prima del calar del sole sarebbe stata completamente libera.

 Delynn non riusciva più a trovare la strada che conduceva alle sue stanze. Tanto aveva odiato quel posto, da dimenticare del tutto la sua fisionomia. Si imbatté nella sua camera per caso: la riconobbe dalla crepa che venava l’arco di pietra sovrastante la porta. Spinse il legno secco ed entrò.
La crepa sul muro era l’unico particolare rimasto invariato, oppure Delynn aveva scordato anche l’aspetto della sua camera da letto? No, quello stravolgimento era certamente opera di Emina.
Non c’erano più le azzurre stoffe alle pareti che sua madre aveva fatto confezionare per lei dagli artigiani più rinomati del Regno. Erano state sostituite con orribili, tetri arazzi di porpora. E le sue tende bianche ora erano brune e spente. Uno scrittoio, una lampada a olio e un cassettone: aveva tutta l’aria di essere diventata un piccolo studio, e nessun dubbio che Emina ne fosse padrona.
Quello che provava era solo un lievissimo senso di usurpazione: non aveva certo da invidiare a Emina il possesso di spazi propri. Nella Marca Delynn aveva ben dieci stanze personali.
Il lusso e l’agiatezza erano la sola cosa che rendevano sopportabile una vita coniugale. Ma non erano poca cosa: le sue sorelle avevano di che rammaricarsi di essere rimaste nubili. Non sapevano cosa volesse dire farsi servire, adulare, riverire; dettare legge fra le mura di una splendida dimora, senza altro superiore che il proprio marito, spesso assente da casa. Crescere un futuro Marchese sano e forte, cosa che le procurava la stima della gente che contava.
E ancor più, sfoggiare abiti all’ultima moda, frequentare ambienti raffinati, essere l’oggetto dell’invidia di ogni dama che visitava il suo salotto.
Quella era vita: non la triste reclusione che aveva vissuto per diciassette anni.
Prima del calar del sole, ogni cosa di quel buio passato si sarebbe dissolta per sempre, lasciandole solo una meritata ricompensa ed una seconda casa su cui imperare.

 Leriel era rimasta con il vecchio Conte di Grimlen, osservando con freddezza il suo corpo e il suo spirito cedere ogni momento di più all’Abbraccio eterno di Neea. Restava morbosamente inchiodata a quella scena, in quella stanza, forse per riuscire a capire quello che neppure una Sacerdotessa della Terra sa: cos’è che davvero accade quando lei, la Terra, decide di riprendersi ciò che è sempre stato suo.
Leriel aveva preso il posto di Emina, sullo sgabello. Indugiando con lo sguardo sulla parete opposta, si ritrovò a fissare intensamente gli occhi neri di sua madre, perpetuamente vivi nella staticità di un’immagine dipinta molto tempo addietro.
Tyabel delle Terre del Crepuscolo era diventata Contessa di Grimlen ancora sedicenne, unendosi ad un uomo che aveva molte terre e cavalli, grande influenza sul re e trentadue anni più di lei. Ma era stata sfortunata: prima ancora di poter gustare i frutti dell’aver sposato un uomo ricco, potente, vecchio e malato, una polmonite l’aveva mandata avanti a lui nella tomba, pochi mesi dopo il parto della sua terzogenita.
Leriel doveva molto a sua madre. Da lei aveva imparato la calma e meditata accettazione degli eventi, riuscendo a ricavare il meglio da ognuno di essi.
Così, dalla repressione di un amore giovanile socialmente disonesto, aveva ricavato la determinazione a conseguire solo ciò che era prestigioso e conveniente. Dalla paterna imposizione di una vita di doveri e castità, aveva ricavato la benevolenza della Dea e una posizione di potere esercitabile persino su suo padre stesso.
Dalla morte di un genitore, ora, sarebbe venuto il riscatto di quella di un altro.
I fieri occhi di Tyabel ne sembravano convinti. Quello che, per un fato meschino, non aveva potuto ottenere lei, lo avrebbe avuto Leriel, prima del calar del sole.

E mentre il cielo, fuori dal vetro appannato delle finestre, si tingeva del colore sanguigno, Leriel vide – o credette di vedere – i mille fili della Terra, le mille braccia della Dea, posarsi sul corpo di suo padre come luminose ragnatele, nel momento in cui il suo respiro iniziava a farsi più raro… 

(continua)

Con questo racconto sono arrivata in finale al premio “Sentiero dei Draghi”.  (http://www.ilsentierodeidraghi.it/)
Lo si trova pubblicato nell’antologia del premio, scaricabile da Lulu all’indirizzo http://www.lulu.com/product/a-copertina-morbida/la-libert%C3%A0—premio-letterario-sdd-2011/18717955

I personaggi, la geografia, i nomi e gli elementi filosofico-religiosi sono quelli del mio mondo fantasy.

PRIMA DEL CALARE DEL SOLE   –   I

Le candele, schierate una accanto all’altra sul lungo tavolo di marmo, proiettavano tetri bagliori tutto intorno. Di quella luce instabile tremolavano le sagome delle sedie, la pietra del muro, le pieghe del vestito di Emina.
Al buio, ne era sicura, il suo viso perdeva il consueto fascino. Non vedeva l’ora che fosse di nuovo giorno.
In alto sulla parete ovest, dietro il posto di capotavola, il grande ritratto la scrutava con un vago intento di accusa. Di giorno non era così minaccioso; di giorno era più che sopportabile, soprattutto per chi, come lei, sedeva di lato e non era costretto a fissarlo negli occhi. Emina Marbred sorrise di quell’uomo vecchio e brutto, con gli occhi verdastri e l’espressione severa.
Quando suo padre era stato il Conte di Grimlen, chiunque si sarebbe nascosto sotto il tavolo, nel sentirsi puntati addosso quegli occhi di falco. Ma non ora.
Un rumore di passi frequenti giunse dall’altra sala. Erano tacchi, un paio di quelle scarpette che nella Marca di Theun erano attualmente il sogno proibito di ogni donna.
Stavano arrivando.
Un ammasso di stoffe, fiocchi e trine oltrepassò l’arco di pietra per entrare nella Sala da pranzo.
Emina non si spostò di un millimetro, mentre rivolgeva un distaccato cenno di saluto a sua sorella, che l’oscurità quasi totale non le aveva impedito di riconoscere.
L’altra non rispose neppure, ma fece qualche passo ancheggiando e alzò lo sguardo verso il ritratto.
«Irritante. Anche più di come lo ricordassi» disse, con l’accento strascicato che aveva imparato nella Marca. «Come fate a tenerlo ancora lì?»
«Dobbiamo, Delynn. L’abbiamo tolto una volta e lui è andato su tutte le furie. Da allora, finché c’è il Conte, nessuno si azzarda a toccarlo.»
Delynn Marbred, da tre anni nel casato di Aloan, fece una smorfia di disgusto, di quelle che solo lei sapeva fare, con quella boccuccia da bambolina. Lei, invece, sembrava più bella nella semioscurità, perché il sole metteva in risalto tutti i difetti della sua pallida carnagione, anche quando si copriva di trucco. Ma era sempre stata convinta che i suoi riccioli biondi la rendessero la più bella della Contea. Quanto al vestire, non aveva mai avuto buon gusto e ne aveva ancor meno da quando aveva sposato un marchese del nord.
«E dunque» disse, «Pare proprio che lo toglierete, fra breve.»
«È quello che spero» rispose Emina, senza un minimo di rimorso per quelle parole spietate.
«Cosa dicono i medici?»
Delynn, poi, non si sarebbe certo scandalizzata per così poco. Lei se n’era andata col primo ricco che le era capitato proprio per allontanarsi il più possibile dall’uomo che odiava. In questo si trovavano perfettamente in sintonia.
«Che non c’è cura, e che è difficile stabilire se sarà la malattia o la vecchiaia.»
Delynn non commentò. Si voltò verso l’arco, dal quale proveniva un nuovo rumore di passi.

 Una figura alta e magra, fasciata in un abito blu da cerimonia, il capo coperto da un velo, entrò nella Sala camminando lentamente.
Delynn la guardò. Era tanto che non la vedeva, più o meno dal giorno del proprio matrimonio. Il viso lungo e serio, gli occhi verdi del padre e l’espressione pungente di sua madre; identica alla Contessa anche nel modo di incedere, calmo e solenne.
«Ci hai fatte aspettare, Leriel» le disse, notando l’estrema cura con cui aveva spazzolato i lunghissimi capelli neri. Un vero peccato che dovesse tenerli in parte nascosti. Ma così volevano le regole del suo Ordine.
«È già accaduto?» domandò Leriel con il timbro grave della sua voce. Alzò poi gli occhi verso il ritratto, osservandolo senza scomporsi.
«No» le rispose Emina, dal suo angolino dov’era rimasta immobile tutto il tempo. Evidentemente stare rinchiusa in quella casa infernale le aveva fatto perdere la capacità – o forse la voglia – di muoversi più del necessario. Delynn la compativa: la più giovane di loro, sola, che per fuggire alla sottomissione di un altro uomo era rimasta inchiodata a quella paterna. Certamente sperava che quella strana forma di fedeltà costituisse un vantaggio sulle altre due.
Ma Delynn era certa di essere la favorita. Suo figlio Nedlin, di appena due anni, unico discendente maschio della stirpe dei Marbred, era senz’altro sufficiente a far pendere dalla sua parte l’ago della bilancia.
Leriel la stava fissando, come intuendo i suoi pensieri. Beh, pensò Delynn, poco importava: del resto anche a lei erano perfettamente manifesti quelli della sorella. Nessun dubbio che ritenesse di avere diritto ad un trattamento particolare, in qualità di figlia maggiore e da sempre prediletta, e in virtù della sua appartenenza all’Ordine. Ma la sua per quanto prestigiosa posizione era del tutto ininfluente all’interno della famiglia e della Contea, e questo lei lo sapeva benissimo.
«Dovremmo salire, adesso?» chiese.
«Sì» rispose Emina. 

Si avvicinava l’alba. Mentre entravano nella stanza del padre, Leriel si meravigliò di quanto le apparisse piccola adesso. Non era stato un luogo di ricordi felici: in quella camera, nelle interminabili ore di colloquio sotto il soffitto affrescato, aveva accettato di diventare Sacerdotessa della Terra. E adesso era la suprema Adepta dell’Ordine, la più insigne Sacerdotessa di Neea in tutto il Regno, potente come un Conte e forse di più.
Sì: delle tre figlie, Leriel era quella che si avvicinava di più ad un uomo, l’unica in grado di colmare il vuoto di potere politico che l’assenza di un erede maschio rappresentava per il Conte di Grimlen.
Ed eccolo lì, il Conte, coperto fino al mento dal lenzuolo bianco, il corpo già in gran parte avvinghiato dai lacci della Terra Accoglitrice, l’anima ancora strenuamente resistente al richiamo della morte. I capelli bianchi gli nascondevano in parte il volto rinsecchito.
Iarea, la nutrice, si alzò dal suo sgabello al capezzale del letto. Accennò un inchino e uscì dalla stanza piangendo.
Emina si sedette al posto lasciato dalla vecchia e iniziò la sua certo ben studiata messa in scena.
«Padre mio» sussurrò con dolcezza. «Fate un piccolo sforzo…Siamo tutte qui, come potete vedere. Aprite gli occhi.»
Lo sforzo del padre fu però grande, per aprire gli occhi. Leriel sentì Delynn, accanto a sé, fare un passo indietro. Anche se non c’era davvero più nulla di minaccioso in essi, quelli restavano pur sempre gli occhi del loro padre, gli occhi egoisti del ritratto, gli occhi del padrone di casa, che ancora avrebbero potuto rivendicare potestà su tutto quanto si muoveva entro le mura di quel castello.
Ma il Conte di Grimlen non rivendicò nulla, neppure con lo sguardo. Gracchiò qualcosa a Emina che gli porgeva l’orecchio.
«Cosa dice?» chiese Delynn.
«Che vi avviciniate.»
«Figlie mie…» disse la voce stanca e a malapena udibile del vecchio. «Non temete per me. Prima…» Tossì. «…Prima del calar del sole, sarò oltre questa vita. Così hanno detto i medici.»
«Ci dispiace non essere venute prima, padre.» L’ipocrisia di Delynn era talmente palese che lei stessa si vergognò delle parole che aveva pronunciato e arrossì. 

In questo periodo, forse per colpa della tesi, mi sono fissata con i boschi. Siccome l’argomento mi ispira tanto, preparerò un post su come il bosco assuma aspetti diversi nella letteratura, non solo greca e latina, ma anche moderna (e fantasy).

Nel frattempo, vi regalo la bellissima descrizione di una selva ispanica nei pressi di Marsiglia, tratta dalla Pharsalia di Lucano (3.399-425). Che poi è il brano che mi ha ispirato l’ultimo post.
Ah, tra l’altro, prossimamente anche un resoconto completo della Pharsalia, visto che secondo me Lucano era uno che decisamente sapeva scrivere…

C’era un bosco sacro, da tempo immemore rimasto inviolato,
che racchiudeva tra i suoi rami intrecciati, alti a schermare il sole,
un’aria oscura e gelide ombre.
Non i Pan agresti, né i signori delle selve,
i Silvani, né le Ninfe lo abitavano, ma erano luogo
di cerimonie e riti barbari; vi si ergevano sinistri altari
e ogni albero si cospargeva di sangue umano.
Se è degna di qualche fede l’antichità, che provò stupore per il divino,
persino gli uccelli temevano di sostare su quei rami
e le fiere di coricarsi nei paraggi; e neppure il vento
s’abbatteva su quelle selve, né la folgore scatenata
dalle nubi nere; ma esposti a nessun vento
gli alberi tremavano di un brivido proprio.
Acqua abbondante scorreva da nere fonti, e le lugubri statue degli dèi
erano prive d’arte, intagliate rozzamente nei tronchi.
Il fetore e il pallore degli alberi putrescenti
dava sgomento; non era il timore che suscitano
gli dèi consacrati nelle statue tradizionali: per quanto infatti si temano gli dèi,
è il non conoscerli che fa più grande il terrore.
Si narrava che spesso le profondità delle caverne muggissero
per i terremoti; che i tassi abbattuti risorgessero;
che, senza alcun incendio, le selve talvolta brillavano;
e i serpenti avvolgevano i tronchi, strisciando…
Le genti non frequentavano quel luogo per celebrare culti:
l’avevano lasciato agli dèi. Quando Febo è a metà del suo corso
o la nera notte occupa il cielo, lo stesso sacerdote teme di addentrarvisi
per paura d’imbattersi nel Signore del Bosco.

(Pharsalia, 3.399-425)

Mi persi all’improvviso, in un momento che non riesco a ricordare. Non so perché, non so come accadde.

Soltanto il frettoloso rumore di uno sbatter d’ali riuscì a destarmi dal torpore. Fino a quel momento la mia testa s’era come spenta, addormentata mentre il corpo continuava a camminare.
I miei passi si erano rincorsi senza sosta, ma i sensi assopiti non percepivano nulla di ciò che mi lasciavo dietro, né di dove esattamente stessi andando. E non sarei più riuscito a capire dove mi trovavo: non ora che tutti i punti cardinali avevano lo stesso aspetto, che dovunque io volgessi gli occhi non c’erano che stretti e neri percorsi tra gli alberi.
Dovunque intorno a me, vie buie si allontanavano passando in mezzo ai tronchi sottili, simili a bianchi corpi di donna, scomparendo poi alla vista in un groviglio di viaggi verso un’unica oscurità.

Una cosa era certa: avevo perduto tutti i miei compagni. Forse se n’erano andati senza di me per la giusta via; o magari anche loro avevano perso d’improvviso, come me, la cognizione del Tempo e dello Spazio, finendo per addentrarsi nel folto di quel bosco.

Dieci giorni avevamo sostato al limitare di quella foresta. Avevamo convenuto di non attraversarla, questo lo ricordo bene. Il capitano si era lasciato infine convincere dalle nostre riserve. O forse anche lui in fondo temeva quell’alito gelido che si alzava di tanto in tanto dalle fronde nere. Sì, avevamo deciso di non passare per il bosco.
E allora, perché mi trovavo lì? Soltanto io vi ero entrato? O avevo seguito la truppa?

E ora. Ora il gelo di quella brezza mi avvolgeva. Ora i miei sensi m’ingannavano. Vedevo tenui bagliori sulla strada di fronte a me, bagliori incerti, abissali. Erano come quei riflessi che nascono sul fondo del mare, senza una ragione, lontani centinaia di braccia dalla superficie. Bagliori orfani di luce.

Anche il mio udito delirava. C’era un suono continuo, grave, ovattato. O l’immaginavo io? Si propagava nell’aria che mi avvolgeva, proprio in quei pochi centimetri d’aria che stavano fra me e l’albero più vicino. Voci di lenti movimenti da qualche parte sotto la superficie della terra, segnali di immobili abitatori del sottosuolo.
Ora più forte ora più piano, quelle voci di vite a me sconosciute venivano a ronzarmi nella testa, a ondate. Mi sembrava, a momenti, di udire qualcuno respirare intensamente. Forse era la Terra stessa, era lei a respirare: su e giù, fuori e dentro. Ed io ero al centro di quel grande e mostruoso respiro.

Presi fiato. Guardai le mie mani e per la prima volta mi resi conto di sanguinare. Non sentivo alcun dolore, eppure avevo i palmi coperti di sottili rivoli di liquore scuro. Non avevo più i miei guanti di pelle e anche i bracciali di ferro dell’armatura erano scomparsi. M’era rimasta solo la corazza e non era neppure tutta intera: spaccata su un fianco, si teneva ancora chiusa grazie ai lacci di cuoio. Istintivamente mi tastai entrambi i fianchi: niente spada, solo il fodero vuoto. Fui preso dallo sgomento. Ero solo, ferito e disarmato al centro di una foresta inesplorata.

Mi chiesi perché. Perché mia madre avesse tanto insistito per farmi arruolare nell’esercito del Re. Perché fossi nato Umano, senz’altro potere che la mia spada a difendermi. Fossi stato uno di quei potenti Druidi degli Elfi abitatori delle foreste di Amel, quelli che con un solo cenno degli occhi sanno far tacere il canto degli uccelli, fossi stato uno di loro non avrei dovuto temere nulla. Un solo gesto della mia mano e i tronchi si sarebbero piegati come devoti in adorazione. La luce di nuovo libera, la foresta spalancata al mio passare.

Feci qualche passo in una direzione a caso. Non so per quanto tempo ero rimasto fermo in quel punto. Guardai di nuovo le mie mani. Avrei voluto pulirle in qualche modo, ma temevo i veleni delle piante selvatiche. Il sangue aveva un odore pungente. Non scorreva e continuavo a non sentir dolore, così strofinai una mano con l’altra per cercare dove fosse la ferita.
Ma non ce n’era nemmeno una.
L’odore del sangue si fece ancora più forte. L’osservai disgustato, con in testa già un orribile pensiero. Mi voltai a destra e a sinistra più e più volte, sentendomi impallidire. Qualcosa mi colava giù dalle tempie e non avrei saputo stabilire se fosse sudore oppure altro sangue. L’odore era così intenso che me ne sentivo impregnato, credevo di avere sangue addosso, dappertutto. E forse non era il mio.

Il cuore già iniziava a galoppare. Ansimando, presi a correre in una direzione a caso. Le mie gambe si muovevano con l’agilità di sempre, e questo era strano perché quasi non le sentivo. Se non le avessi viste coi miei occhi, avrei giurato di averle perse da qualche parte nel bosco.

La Terra raddoppiava i miei spasmi col suo respiro profondo. Urtai un ramo, poi un altro. Mi fermai più di una volta per guardare dove stavo andando, ma era tutto inutile, ne ero consapevole: una direzione valeva l’altra.

M’inginocchiai e rimasi fermo, non ricordo più per quanto tempo. Sembrò che passassero ore, giorni.
Ero perduto e una sola speranza mi restava ormai. Mi augurai la morte, e lo dissi. Lo feci prima sussurrando, poi a voce alta. Dissi che desideravo morire.

Poi accadde. Improvvisamente cominciai a sentire su di me gli sguardi avidi di mille occhi rintanati nell’ombra. Le foglie e i rami stessi, anche i nodi dei tronchi avevano occhi, ed erano tutti puntati su di me. Finalmente qualcuno sarebbe venuto a prendermi.

Sei arrivato alla fine del tuo viaggio, disse una voce. Era nei miei pensieri. La Terra o le piante intorno a me, o forse era il cielo, nascosto da qualche parte oltre la prigione di rami. Forse gli alberi avevano anche bocche per parlare.
Cosa desideri?, disse ancora.  Io non risposi. Continuavo a guardarmi le mani sporche di sangue e qualcosa mi bruciava in gola.
Cosa desideri?
<<Luce>>, risposi infine. Non so dove trovai la forza di farlo.
Fui investito dal respiro degli alberi. In quel momento mi resi conto che era lì.

Il Signore della Foresta, lo spirito che nessuno ha mai incontrato e che persino il guerriero più valoroso teme d’incontrare. Il cuore di ogni bosco, figlio della Terra stessa.
Il Signore della Foresta era lì e sospirava per la mia richiesta.
Ma nonostante questo, mi accontentò. Lasciò passare fra i rami sottilissime lame di luce, quel poco che bastava a illuminare ciò che avevo intorno.

L’orrore mi assalì tutto d’un colpo. Alle narici mi giunse un odore ripugnante e fortissimo e solo la nausea mi impedì di svenire.
Intorno a me, ovunque mi voltassi, gli occhi bianchi dei miei compagni mi guardavano, fissi e inanimati. Gli sguardi che avevo percepito nel buio.
Alcuni giacevano ventre a terra, il volto piegato di lato. Altri sembravano dormire con la schiena appoggiata ai tronchi. Altri ancora pendevano dagli alberi, un tutt’uno coi rami, abbandonati e scomposti come molli pupazzi di paglia.
Morti.

Il sangue ricopriva tutto come un’atroce rugiada.
Le foglie per terra, i corpi buttati là intorno, vicino alle mie gambe. Le fronde degli alberi, le armature spezzate dei miei compagni, trapassate in più punti dalle crudeli mani della foresta.  I loro ventri squarciati, e forse non dai rami degli alberi, né dalle bestie selvatiche.
Guardai ancora le mie mani e capii.
Capii che  mi trovavo lì per una giusta ragione. Che il Signore della Foresta aveva voluto così. Che avevamo fatto qualcosa – gli dèi soli saprebbero dire cosa – per cui meritavamo la sua punizione. Lui ci guardava dovunque andassimo, con i suoi mille occhi invisibili, e aveva riso della nostra sciocca speranza di evitarlo, di fuggire lontano.

Era una immensa, potente Natura. I cadaveri intrecciati alle fronde, e il suolo insanguinato, e il mio terrore che vibrava tutto intorno. La Foresta ne viveva, se ne cibava, avida e insaziabile. Lasciai che lo facesse, che bevesse la mia paura e il mio sudore finché voleva, finché ne aveva bisogno.
Era giusto. La mia vita, le nostre vite, non valgono nulla in confronto alla Sua.

Vattene, disse.
Io giacevo a terra, un pesante involucro senza energie.
Vattene.
Seppi che non l’avrebbe ripetuto ancora. Con le poche forze che mi erano rimaste, mi alzai in ginocchio. Buttai via la corazza. Non volli guardare indietro. Non lo feci mai.

Mi trascinai per ore e ore, guidato solo dal mio istinto.
Finché, infine, non sentii il calore sul viso.
Era mattino.

Non ne ho mai parlato con nessuno. La grazia che ricevetti quel giorno mi vieta di farlo.
Ho potuto vivere la mia vita come uno di quegli alberi: intatto, mai offeso da mano nemica né da qualche malattia. In pace. E in pace morirò, quando sarò vecchio e stanco.

Certe volte ho gli incubi. La notte, strane immagini vengono a perseguitare il mio sonno.
Credo che sia il Signore della Foresta che ha nostalgia delle mie paure.
Comunque, accade sempre più di rado.

Molto liberamente ispirato a Lucano, Pharsalia, III, 339-425.