Di recente sono stata messa crudamente di fronte a una realtà dura ma giusta: il mio modo di scrivere è ancora immaturo. Da un certo punto di vista, nonostante l’ovvia delusione, sono molto felice che questo abbia costituito un motivo di scarto del mio romanzo presso qualche casa editrice che, perlomeno, si era presa la briga di leggerlo. Perché a darsi un’occhiata in giro non sembra che questa serietà domini, in editoria. Dopo un giretto in libreria, tra l’ennesima imitazione di un già di per sé pallido 50 sfumature di grigio e la pila di apocrifi brutti di Twilight, risulta chiaro come il sole che non tutti ricevono il mio stesso (giusto) trattamento, ma c’è anche chi riesce a sfondare con un’idea originale quanto la pecora Dolly e, sì, uno stile che giorni e giorni di editing non sono riusciti comunque a rendere del tutto maturo.

Per questo, quando mi sono approcciata alla lettura della saga degli Hunger Games, l’ho fatto con un sacco di riserve, come con ogni recente fenomeno editoriale che passa al grande schermo. La visione dei primi due film, per la verità, mi aveva già dato il sentore che non si trattasse della solita storia un po’ puzzolente di vecchio. Ma io temevo che il cinema avesse trasformato in un capolavoro di spettacolarità un libro scritto “così così”. Non avrei potuto sbagliarmi di più.

L’autrice, Suzanne Collins, non è una ragazzina esordiente e lo si legge bene. Hunger Games ti sorprende subito con uno stile inconfondibilmente scarno: la scelta del racconto in prima persona riduce già di per sé il punto di vista a una dimensione razionalmente chiusa, limitata ma proprio per questo intrigante. La narrazione al tempo presente coinvolge in modo incalzante e, allo stesso tempo, si impone sul lettore come una macchina che va avanti da sola e alla quale si deve solo star dietro.

Come la protagonista, Katniss Everdeen. Una macchina di sopravvivenza, un personaggio che puoi arrivare a odiare per la sua naturale predisposizione al calcolo e per la sua capacità di seppellire le emozioni dentro se stessa pur di non soccombere agli eventi. Dico che si può arrivare a odiarla perché, va detto, quando leggiamo siamo sempre preferibilmente empatici verso quei personaggi più emotivi, quelli che mostrano la loro umanità con doti evidenti come la simpatia, il sentimentalismo, la paura, il coraggio, la passione. Katniss non ha nulla di tutto questo: è scontrosa, rigida, egoista, a tratti persino crudele. Ma il suo personaggio funziona talmente bene che per il lettore è impossibile non capirne le ragioni, e l’autrice non è costretta a spiegargliele. Katniss si impone sul lettore, proprio come la narrazione al tempo presente; si impone con le sue azioni, meccaniche, istintive, crude, spesso così immediatamente rispondenti alla causa-effetto che non dà il tempo di seguirla. Risposte taglienti, reazioni rabbiose, uscite di scena che lasciano in sospeso una questione “importante”, di quelle che il lettore forse vorrebbe fossero tirate per le lunghe. E sulle prime il lettore protesta, in effetti, per queste secche interruzioni, per la mancanza di indugio in qualche momento più emotivamente rilevante, come ad esempio le scene d’amore. Poi però la protesta finisce: perché il lettore, lo sa bene, è viziato. E forse ne ha pure abbastanza di dialoghi e descrizioni superflue, buttate lì per compiacere un pubblico con scarsa immaginazione.
In questo, trovo che la Collins sia una maestra dello “show, don’t tell“. Lascia che il lettore deduca da sé quali sono le pulsioni e le motivazioni di Katniss. E così, già dopo le sue primissime azioni, il lettore impara che Katniss Everdeen lotta freddamente per la sopravvivenza della sua famiglia; che l’amore per la sua sorellina è l’unica emozione più forte che può permettersi di provare; che agisce in un certo modo perché la sua salvezza dipende dal rimanere lucida, mentre tutto il resto costituisce una pericolosa distrazione dalla vita reale. La sua partecipazione al posto della sorellina Prim ai Giochi della Fame, il crudele reality show portato avanti da Capitol City per reprimere ogni possibile rivolta nei distretti, è un gesto sentimentale e freddamente calcolato al tempo stesso. Quando non esiste altra soluzione, Katniss è capace di prendere l’unica decisione sensata, anche se il più delle volte si tratta di una rinuncia per se stessa. E il lettore lo sa. Non entra mai del tutto in confidenza con Katniss – lei non glielo permette –  però ne riconosce in ogni istante il valore e segue appassionatamente la sua progressiva e tragica maturazione.

Dall’altro lato della medaglia c’è Peeta Mellark, forse uno dei personaggi più suscettibili di empatia che io abbia mai letto. Lo si apprezza fin da subito proprio perché è umanamente fragile ma incredibilmente positivo, specie se paragonato alla protagonista. Del tutto incapace di pensare a se stesso prima che agli altri, timido, gentile, passionale eppure calmo e saldo, visto con gli occhi di Katniss sembra quasi un personaggio improbabile. E l’amore che nutre per lei sembra altrettanto improbabile nella misura in cui lei non lo concepisce: ma è forse proprio per questo che il lettore ci crede sempre di più, vi si appassiona e rimane conquistato dalla vitalità che quel sentimento porta in un panorama di totale distruzione. Ma sì, diciamolo, è pure l’archetipo ideale dell’uomo innamorato, sicuro, protettivo e pronto a tutto; il che gli garantisce il successo presso un pubblico femminile un po’ disabituato a simili modelli maschili. Ma questo è un altro argomento.

C’è un triangolo amoroso, è vero: ma la crudezza che caratterizza Hunger Games in tutto il suo complesso (dalla personalità della protagonista allo spessore politico degli eventi), fa sì che questo passi decisamente in secondo piano. Non è un Twilight in cui una trama “Uff” aveva un bisogno evidentemente vitale di lupi mannari seminudi, scene di sesso infinito tra non-morti e seghe mentali di un’adolescente in preda alla passione, per non morire inesorabilmente dopo la prima pagina. Questa non è una trama “Uff”, è una trama “Wow”; e se è vero che alla fin fine ti interessa eccome sapere chi sceglierà Katniss fra il dolce Peeta e il focoso Gale, è vero pure che quello non è né l’unico né il principale motivo per cui stai leggendo Hunger Games.

the_hunger_games_by_cloudninja9-d5iuttp

***Attenzione: segue un’analisi molto vaga della trama e del finale, del tutto priva di spoiler. Tuttavia, se non volete in alcun modo sapere neppure la sensazione che mi ha lasciato, evitate di leggere quanto segue 🙂 ***

Parlavo di maturità e di tragedia. Ecco, Katniss cresce muovendosi perfettamente in questa grande macchina tragica, quasi ne fosse un ingranaggio. La sua continua lotta per non essere una pedina del gioco di nessuno è inutile: è qui la forza di questa saga distopica, in cui non esiste la garanzia di un lieto fine e di cui la vera protagonista è una realtà politico-sociale perfettamente delineata e fittizia solo fino a un certo punto. Non ci sono buonismi né esiti scontati, non c’è giustizia e non ci sono ammiccamenti a un pubblico, adolescente e non, che ama leggere quel che si aspetta di leggere. E così, quando a un certo punto ti sembra che le cose vadano degenerando quasi “alla Martin”, quando dentro di te comincia a protestare quel lettore viziato che eri riuscito per un attimo a domare, che ora scalcia perché vorrebbe un po’ di scontatezza, giusto per risollevarsi il morale; è lì che ti accorgi che in realtà è tutto perfetto. Che il finale ha senso soltanto in forza di tutto il resto, che quel sapore che ti è rimasto è piacevolmente ambiguo, che il non aver ceduto ai tuoi vizi fa della Collins una brava scrittrice.

Insomma, che hai letto un vero libro e non un fenomeno di massa.