Perdonami per non avertelo mai detto. Mi sono resa conto, almeno in parte, di cosa sia l’amore: è accorgersi di giorno in giorno di essere profondamente sbagliati. È una persona che, col solo starci accanto, ci mette di fronte orrendamente a tutto quanto di meschino ci sia in noi: terribile verità che ci fa domandare perché mai non siamo stati destinati a rimanere soli. E invece siamo lì, abbiamo fatto del male e continueremo a farlo, perché siamo miseri esseri umani. E ci amiamo, così malvagi. E forse proprio quel poco di consapevolezza del nostro male, che ci viene data dall’amore degli altri, è il solo mezzo per riscattarsi.
È così, e credo sia questo l’amore: redimere, amandosi, il male reciproco. 

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Attenzione!!** Questo post vuole essere una giustificazione dell’assenza totale che ha investito questo blog tra febbraio e marzo. E che lo investirà fino a fine aprile. Per cui, se ritenete che io sia assolutamente imperdonabile, potete chiuderlo subito e risparmiarvi le patetiche scuse che seguiranno. Screeetch screeetch (rumore di arrampicamento sugli specchi)**

È opinione comune (e ormai piuttosto banale), tra chi scrive, che lo scrivere non sia un vero mestiere ma una necessità. Leggo sempre più spesso di scrittori (e lo ammetto, sono soprattutto scrittori di fiction, di narrativa fantastica o fantascientifica, un po’ come quello che provo a fare io) che raccontano di aver vissuto fin dalla loro infanzia un’esperienza che corrisponde in tutto e per tutto alla mia. Vale a dire: il bisogno estremo di inventare storie, di raccontarsele la sera prima di addormentarsi, nella mente, con le immagini. Di dar loro una forma in vari modi, con i disegni o con le parole, a volte con il gioco (la mia Barbie raramente era una ragazza alla moda che usciva con le amiche, più spesso una fata o una strega o una poliziotta o un’eroina mascherata la cui missione era sconfiggere il Male). Crescendo poi il bisogno non si esaurisce come quello di giocare: diventa un’abitudine che si affina, si consolida, si concretizza in forme più adulte e condivisibili anche con altri. Così nascono i primi raccontini da far leggere alla mamma, il tema dell’esame di quinta elementare dove la propria classe si trasformava nell’equipaggio di un veliero, i pretenziosi romanzi di ben venti pagine ispirati a un videogioco che ti ha appassionato, e così via. Il tuo mondo fantastico diventa sempre più grande, ti avvolge, ti fa venir voglia di coinvolgere altre persone. Finché un giorno, se accade, ti accorgi che forse puoi farlo, che ne hai la capacità. E allora entri in quel circolo vizioso e senza uscita (ma anche senza fondo, e per fortuna!) che si chiama scrivere.

Però non è tutto rose e fiori: c’è il lavoro, c’è lo studio, c’è il famigerato blocco, che esiste davvero e che quando arriva è come il raffreddore, non si manda via. Persino chi scrive di professione non riesce a farlo con continuità.

Ci sono poi diversi approcci alla scrittura. C’è un tipo di scrittura che non sono ancora riuscita a padroneggiare ed è quella a comando. Sottotitolo: tesi di laurea magistrale.
Non è facile farsi prendere dalla vena artistica quando si parla di tesi, e non perché l’argomento non sia sufficientemente suggestivo (le feste popolari in campagna presso i Romani, di cose carine ne verrebbero), ma perché quando una cosa è di dovere, matematicamente il blocco dello scrittore investe proprio quel dovere, mentre la tua ispirazione in materia di elfi, nani, complotti internazionali e cavalli di Troia sembra magicamente svilupparsi all’ennesima potenza, raggiungendo punte di furor divino mai viste. Ma siccome non si può abbandonare il dovere per il piacere, e siccome manca un mese alla consegna della tesi e le pagine da scrivere sono ancora una cinquantina, tocca relegare nell’angolino del cervello (e del cuore) tutte le mie storie, metterle in standby, ibernare i personaggi che mi affollano la mente reclamando vita e rimandarli ad un momento in cui, sono sicura, l’ispirazione se ne sarà ormai andata a farsi benedire.

Tornerò a scrivere seriamente sul blog (e anche altrove) il 16 di aprile… Ma chissà, nel frattempo può darsi che riesca a trovare un po’ di respiro tra una sudatissima pagina di tesi e l’altra, e a pubblicare tutti quei post che ho lasciato a metà, specie quelli sulle new entries di EffettiCollaterali o quello su Terenzio. Di roba da scrivere ne ho a palate, ma non posso perdere tempo a scrivere quella. Mentre quello che devo scrivere per lavoro mi viene solo spremendomi come un limone secco.
L’ho detto, è la legge di Murphy sull’ispirazione. Se hai da scrivere, non hai ispirazione; se hai ispirazione, non è il momento di scrivere.

Per me è sempre difficile accettare una sconfitta. Come quella a Trivial Pursuit che ho appena subito (e della cui validità dubito). Ma mi sto rendendo conto, giorno dopo giorno, che quel che conta nelle sfide non è necessariamente la fortuna, ma è la tecnica. Anche lo stile è importante, ma quello serve più per perdere che per vincere.

Quando perdo le mie sfide mi rendo spesso conto che il motivo è la mancanza di basi, di conoscenze tecniche. Se sbaglio a scrivere un capitolo della tesi, è perché su quell’argomento lì non sono ancora esperta come servirebbe. Se perdo a Trivial Pursuit (il che è ancora da vedere) è perché do le risposte in maniera troppo affrettata, senza darmi il tempo di riflettere su quelle risposte che so benissimo. Se un disegno non mi viene bene è perché mi manca la tecnica. E così via.

Ma ci sono sfide che ti ossessionano, che non ti darai mai pace finché non le vinci. Ognuno di noi ha la sua Nemesi.

Io, a parte Trenitalia e poche altre entità superiori (contro le quali ogni sforzo sarebbe titanico, per non dire tragico), ho una Nemesi. La mia ossessione, il mio terrore.
Rovinare le scarpe nuove.

Ora, non sono Carrie Bradshaw (o avrei un gran bel conto in banca). Non sono ossessionata dalle scarpe. Me ne compro relativamente poche e soprattutto molto poche di quelle buone. Ma proprio per questo, la volta che mi concedo di comprare un bel paio di stivali di pelle nera, bellissimi, regalo di Natale, sono terrorizzata all’idea di rovinarli. Per prima cosa faccio quella domanda che mi sta a cuore, e cioè: “Ma resistono all’acqua?”
E già qui l’allieva si scopre in difetto di tecnica: la pelle non è proprio quel che si definisce idrorepellente… Ma il commesso ha capito: quel che mi preme  non è che non si bagnino, è che non si rovinino. E ripenso a quei begli stivali di pelle marrone che son rimasti a marcire in un angolo della scarpiera, marchiati per sempre con un anello sulla punta, per colpa di un’acquata leggermente più forte, di certo mandata da un qualche servitore di Aku (il Male).
Li vendicherò.

Ho il mio tesssoro, questi due bei stivali nero antracite. Poi, ecco. Due giornate di pioggia. Esco tranquilla, protetta dall’aura di Bene che il venditore ha garantito per i miei stivali. Mi azzardo anche a calpestare l’erba bagnata.
Poi torno a casa e un urlo belluino spezza il silenzio del pomeriggio della Vigilia. Lo sapevo, lo sapevo, lo sapevo!
Soino stata ingannata! Ho buttato via i miei soldi! Il Male mi perseguita! Un flusso maligno pervade da sempre il mio rapporto con le scarpe nuove e così sempre sarà, in eterno!

Osservo impotente l’alone scuro che circonda la punta degli stivali nuovi, strappandomi i capelli e percuotendomi il petto come le piangenti.
Tento l’approccio pratico: il termosifone. Ma dopo due ore l’alone è sempre lì. Allora provo con le maniere forti, ma anche il phon sparato a mille sembra non sortire alcun effetto.
Resta la soluzione meditativa, lo zazen. Il mio sensei (Maestro) dice sempre che la calma vince tutto. Ma non ha mai parlato di stivali bagnati, ora che ci penso.
Incrocio le gambe e chiudo gli occhi cercando quella pace interiore che sola sarebbe in grado di fornirmi la risposta. Ma mentre produco gutturalmente il suono primordiale, pensando a verdi prati e ruscelli limpidi, cercando di raggiungere satori, la saggia consapevolezza del mondo nella sua vacuità…ecco che mi accorgo che la risposta sembra ormai scritta nella storia della mia vita: tu e le scarpe non andrete mai d’accordo. Ecco la Verità di satori.
Non sono mai stata così certa di qualcosa. Niente potrebbe dissuadermi.

D’un tratto, ecco una mano sulla mia spalla.
È lui, il mio sensei! Ha percepito la mia disperazione, ha capito che stavo per abbandonare il campo di battaglia ed è venuto per riportarmi sulla via.
Devo essere come il giunco. Per quanto l’acqua sugli stivali possa piegare la mia volontà, non devo permetterle di spezzarla.
Sì, ma come posso fare? Ho provato tutte le soluzioni. Le mie scarpe sono perdute!
Con un cenno solenne, il sensei mi fa capire che per me è arrivato il momento di acquisire una nuova tecnica segreta.
Il mio nemico può iniziare a tremare.

Il sensei mi conduce nella stanza dove sono custoditi tutti i tesori della sua scuola: le armi che rendono lui e i suoi allievi i più potenti e temibili guerrieri del circondario. Scorgo con la coda dell’occhio la micidiale Macchina del Pane, eredità degli antichi antenati di Barberino; l’Asciugatrice Infernale, che potrebbe fare al caso mio; e poi la letale Lettiera dei Gatti Imperiali. Abbagliata da tanto splendore, mi avvicino all’Asciugatrice. Ma il sensei, invece, poggia i miei stivali a terra e tira fuori da uno scaffale una semplice scatola.
Dentro ci sono spazzole e creme. Il sensei mi guarda e annuisce. Mi inginocchio davanti alla scatola, in rispettoso silenzio.
Il sensei prende un po’ di crema nera, la poggia sulla spazzola e comincia a spargerla sulla punta degli stivali, con movimenti rapidi e decisi. Non un’esitazione, le sue mani sono velocissime, non riesco quasi a percepire il movimento, ad un certo punto mi sembra quasi di vedere lo stivale fluttuare a mezz’aria mentre viene cosparso di cera.
Poi il Maestro me lo porge. Io osservo la punta dello stivale: l’alone non c’è più, ma la pelle è divenuta opaca. E poi, mi guardo la mano sporca di nero: così stingono! Sto per aprir bocca, quando il Maestro mi zittisce con un gesto della mano. La tecnica non è ancora completa.
Osservo e taccio.
Il sensei prende un panno pulito e, con la stessa arte marziale di prima, lo strofina sugli stivali. Una luce diffusa comincia a comparire intorno alle scarpe, un’aura di Bene. Lo sento, sta vincendo.
Il Maestro completa il tutto con un’altra raffica di spazzolate.
Ed eccoli qui. I miei stivali senza l’alone, e di nuovo lucidi.
Guardo il Maestro sbalordita, in attesa di una sua parola.

Ed ecco che lui, con la pace del saggio negli occhi, come un Maestro Miyagi rientrato nella metafora, finalmente mi dice:

“Tecnica della Pulizia delle Scarpe. Non basta dare cera. Dai la cera, togli la cera.”