È una riflessione complessa quella che sto facendo e che mi accingo a esporre. Potrei anche non riuscirci bene, ma forse proprio per questo è il caso che ci provi. Troppo spesso quelli come me aspettano il momento giusto per formulare un pensiero e finiscono per infarcirlo di altri pensieri, troppi, che programmano giudicano e infine vanificano la riflessione in sé.
È proprio questo il punto. Forse per un istante riesco a capire cosa si sta perdendo intorno a me, cosa ho perso per strada e sto disperatamente cercando di recuperare.

Se c’è un vantaggio in quella dimensione così vasta e multiforme che è la società della rete, è proprio quello di poter osservare ogni tanto, con occhi distaccati, come quella società si trasforma e come si trasformano, come causa o come conseguenza, gli animi. Non so se la società è un prodotto di ciò che proviamo o se è il contrario. Credo che siano un po’ entrambe le cose.
Da molto tempo, ormai, ho deciso di far parte di quella schiera di umanità che cerca, vuole e a volte ama definirsi “intelligente”. Che riflette prima di parlare e ritiene poco dignitoso esprimersi solo con l’istinto, a volte il più basso. Che cerca, sì, di elevarsi al di sopra di tutto e di tutti, a volte schernendo o snobbando chi invece si lascia andare al libero pensiero, certamente spesso in modo becero, triviale, poco colto, irrazionale.
In breve, ho sempre temuto l’ignoranza come la causa di molti mali. E sul social network, ma pure per strada, se ne vede tanta.

Oggi, però, mi viene da pensare che ho un’altra paura. Forse più grande.
Da troppo tempo mi rendo conto, ogni tanto, soffermandomi sui miei stessi pensieri, che non c’è istante, azione, parola che io non viva accompagnandoli con un programma e con un giudizio finale. Pensare a ciò che provo e alla maniera più intelligente per esprimerlo.
Nella ricerca continua del modo intelligente di vivere, mi sono lasciata affascinare e influenzare profondamente da una tendenza che è tipica di questo tempo, una tendenza uguale e contraria all’avanzare dell’ignoranza e che ad essa si vuole contrapporre: cinismo.
Ho ricercato anch’io le mie frasi a effetto, ho arricciato il naso di fronte a esternazioni semplici chiamandole “banali”, ho creduto che fosse un bene distaccarmi da ciò che è ridondante e di massa. La spontanea debolezza di un sentimento d’amore, la fragilità di una parola in più, il cuore messo in questioni forse troppo difficili da indagare, politiche o ambientali o filosofiche che fossero. Oggi mi rendo conto che così facendo ho finito per adeguarmi a una seconda massa.
Non voglio giudicare nessuna delle due masse. Solo che tutto questo mi ha fatta riflettere su me stessa e sul mondo.

Stiamo perdendo l’umanità. La perde certo chi rinuncia a riflettere, ma finora non mi ero mai chiesta se la stesse perdendo anche chi decide di riflettere sempre. E oggi mi sto dando una risposta affermativa. Perché non gradisco più le frasi a effetto, la battuta cinica buttata lì per allontanarsi dal resto del mondo, ma in realtà studiata per calamitare l’attenzione e l’approvazione di un’altra parte di mondo che ci aggrada di più.
Ci siamo divisi in due schiere? Forse oggi, delle due, quella che mi è più simpatica è quella degli ignoranti, che se non altro quasi mai ricercano una qualche approvazione nell’affermare qualcosa.

Forse la mia ricerca eterna di approvazione, la mia ansia di non accettazione, tutto ciò non ha tratto giovamento da questa mia preferenza degli ultimi anni.
E oggi, per dire, che si diffonde a macchia d’olio la notizia della morte di Robin Williams, non rido per niente quando leggo “Addio, Robbie, mi piacevano le tue canzoni” o “Insegna agli angeli…” eccetera. In passato avrei sghignazzato. Che poi, a farsi un breve giro su Facebook, non è manco più originale. È questo, essere intelligenti?
Forse sarà perché questa notizia mi ha toccata nel profondo come altre non hanno fatto. Ma di sicuro sento qualcosa, e stavolta non ci rifletto, ho deciso così.
Ho pianto come una stupida e il perché lo sa bene la bambina che ero, che avrebbe voluto chiacchierare almeno una volta con il suo Peter Pan preferito. Che gioiva quando vedeva il sorriso pieno di vita di un uomo che sì, faceva l’attore, ma con gli occhi mi diceva qualcosa di più. E penso che non ci ho mai capito niente, che il mondo è tutto diverso da quello che pensavo, se Robin Williams ha potuto togliersi quella vita che negli occhi gli pulsava potente, facendomi ridere di gioia quando lo vedevo sullo schermo, quando mi illudevo potesse parlare a me.
Ecco, avrei potuto aver paura di essere retorica, ma non l’ho fatto.

È solo un’occasione, un casus belli che mi fa riflettere e sentire. E sento che forse il cinismo della parte intelligente non fa per me. Oppure, semplicemente, non ho saputo gestirlo come qualcun altro ha invece ben fatto. Lo lascio agli altri, a me si era attaccato come una malattia e non mi ha reso le giornate più piacevoli. Robin Williams o no.

Voglio sbagliarmi, condividere qualche bufala credendo che sia vera, ogni tanto abbandonarmi a un luogo comune senza pentimenti. Forse è quella una delle mie vie per ritrovare un po’ di ciò che ero.

Intanto, grazie Robin.

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Da bambina avevo una gonna bianca decorata con larghi fiori tropicali rosa, viola e blu. Era enorme, a vita alta, forse un po’ troppo lunga. La indossavo con un lupetto nero, calzini bianchi e scarpette e un grande fiocco azzurro nei capelli. Il motivo principale per cui l’amavo era che, quando facevo una giravolta, si apriva tutta in una meravigliosa, gigantesca ruota. E il mio primo, dolce, svenevole gesto di vanità femminile era quel leggero volteggiare, ripetuto due, tre, quattro volte al giorno. Lo ripetevo perché ero bambina e perché ero femmina.
Non so cosa mi facesse sentire unica con quel capo addosso: se l’idea infantile di fare la principessa, se la vitalità che si descriveva nei fiori, o se più semplicemente il fatto che il bambino che mi piaceva, un giorno che ero andata a scuola così vestita – che pur avendo il grembiule non si poteva evitare di notare la ruota – mi aveva sussurrato all’orecchio “Sei bellissima”. Avevo la ruota e le codine alte, con due fiocchi.

È strano come la vita, a volte, anche nelle cose più piccole e irrilevanti, venga a giocare con te, mettendoti nuovamente di fronte a qualcosa che credevi perduto per sempre.
Non ho mai saputo che fine avesse fatto la mia gonna a ruota, ma di certo non pensavo che ne avrei mai più indossata una. Ora, davanti allo specchio del camerino, guardo le mie gambe che spuntano, calze nere e tacchi, sotto una ruota verde. Sono spropositatamente più lunghe di allora, ma è solo adesso che mi creano turbamento. Dopo tanti anni, quella bambina che aveva appena scoperto di piacersi scopre ormai ogni giorno di non amare il proprio corpo, passa ore davanti al guardaroba e tarda agli appuntamenti perché prova mille vestiti e combinazioni diverse, perché non si piace, perché non si ama, perché non ha niente e nessuno che la faccia sentire unica.

Adesso mi guardo e forse qualcosa l’ho trovato. Con quella cosa strana e antica addosso, la bambina che è in me sorride. Avevano ragione su quel sito: non è la forma del suo corpo ad essere sbagliata, ma solo l’abito. Chissà perché ha sempre pensato che la gonna a ruota l’avrebbe fatta sembrare una vecchia zia. È tornata a sette anni.
Vorrebbe ripetere il gesto, e che male c’è? Siamo in un camerino, siamo solo io e lei. Volteggio e guardo la ruota avvolgermi nel verde per lunghi istanti. Mentre la ruota gira, la bambina sente l’eco non di uno ma di dieci bambini che le dicono “Sei bellissima”, non di uno ma di mille uomini che le dicono “Sì, per te sono pronto a farlo.”

È arrivata la primavera anche quest’anno.
Qualcosa si muove nell’aria. È amaro e potente.
Riconosco questa sensazione. Ricordo di averla già provata.
Aprile, amico mio, c’eri tu.
Guardami camminare nella mia gonna nuova, e vediamo fin dove riesco a saltare, stavolta.

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Questo post mi è stato indirettamente ispirato dai consigli del bellissimo blog http://www.modaperprincipianti.com/

SONY DSCHo deciso di inaugurare una nuova sezione del blog. Si chiama “Martina l’isterica Prof.” ed è la poco fantasy story di una professoressa alle prime armi, che per comodità chiameremo con questo nome generico. Vabbè, mi avete scoperto, si tratta di me. Non ve lo aspettavate eh?

Dato che la mia vita da insegnante pare al momento voler a tutti i costi prevaricare nella mia quotidianità e nella mia ispirazione narrativa, ho pensato che tanto valeva lasciarsene trasportare. Credo si chiami “deformazione professionale”. Non ho ancora capito se è una cosa buona o no. Però mi diverte.

Spero che anche chi mi segue possa divertirsi con i post che verranno, leggendo quel che mi capita in quel luogo dove ognuno di noi ha sempre sognato di trovarsi ma dove solo pochi eletti sono giunti: l’altra parte della cattedra.

Vi avverto: è un viaggio tutt’altro che agevole! 😉

Quando, in seconda superiore, maturai la decisione irremovibile che nella vita avrei fatto l’insegnante, desideravo più di ogni altra cosa fare la prof di liceo. Possibilmente un liceo come il mio, oppure un classico. E spesso, durante il percorso universitario che mi ha portata alla precarietà di una cattedra sì e no ogni due mesi, ho espresso questo desiderio unito ad un’esclusione a priori: “Alle medie solo se proprio devo.”
Il perché di questo giudizio incondizionatamente negativo sulla scuola media penso fosse radicato nella mia personale esperienza in quel ciclo. La Scuola Media italiana ha molti difetti, uno fra questi non è colpa di nessuno in particolare: è un percorso troppo breve. Così, siamo spesso portati a considerarlo “solo” un periodo di passaggio, in cui l’educazione, la didattica, i contenuti passano in maniera non sempre chiara, spesso in modo informe; né carne né pesce, proprio come l’età degli alunni che affrontano questo ciclo di studi.
Un altro blasone negativo, sulla bocca di tutti, era: “Quella è l’età peggiore. Non sono ancora ragazzi ma non sono neppure più bambini. Hanno la malizia degli adolescenti e l’infantilità dei bambini.”

È vero, è un mix micidiale. E tante volte anch’io, ripensando con gli occhi di un adulto i miei undici-tredici anni, sono caduta nel tranello di giudicarla la mia età peggiore, un momento in cui non ero niente o non ho imparato, costruito niente. Ma i giudizi a posteriori certe volte sanno essere più ingannevoli di quelli a priori: troppe cose sono lontane nella memoria, troppe altre ne sono accadute e sono andate a inserirsi tra quell’età e quella forse più complessa, senza dubbio più appariscente, che è l’adolescenza vera e propria. In questo caso, l’unica esperienza che può farti cambiare idea è quella che ti costringa a rivivere, con occhi esterni ma non più a posteriori, l’età che avevi ormai del tutto rimosso.

I miei preadolescenti sono chiassosi e vivaci. Amano esprimersi ad alta voce e, se non lo fanno, è perché sono troppo timidi o sono tristi per qualche motivo. Si picchiano, si montano addosso, si tirano i capelli e qualche volta si prendono a manate. Dei maschi solo alcuni hanno la voce appena un po’ più grave; la maggior parte sono bambini a tutti gli effetti, nani in tuta da ginnastica con movenze goffe e guancine rosa. Alcuni giocano a fare i bulli o a sentirsi grandi, ma il loro aspetto contrasta in maniera esilarante con le parolacce che provano a mettere in fila. Quelli che si atteggiano a playboys sono così teneri che non puoi che invidiarli: vengono a scuola con la camicia stirata, il colletto aperto sulla catenina d’acciaio, il capello fatto, e sono belli in un modo che solo le loro mamme sanno apprezzare (del resto, è la crescita). E piacciono alle ragazze nonostante sembrino dei bambini vestiti da copertina d’alta moda.
Le ragazze si dividono in due. Ci sono quelle ancora bambine e quelle che ci provano davvero, a fare le ragazze. Le seconde hanno già qualche forma, si truccano appena un po’, scrivono frasi a effetto sul diario, fingono di disprezzare i maschi. Le prime sono sportive, occhialute, portano i capelli lunghi scomposti o legati in una coda e sono sospese tra l’ammirazione e lo spaesamento di fronte agli atteggiamenti delle seconde; e non è che fingono di disprezzare i maschi, li disprezzano sinceramente. …Io alle medie.

I miei preadolescenti hanno in sé tutti i semi degli uomini e delle donne che devono nascere.
Alcuni di loro mi hanno detto “noi siamo il futuro”. Niente di più vero, ma spero che lo siano con una guida adatta. Perché il mondo che li circonda, oggi, ha tinte fosche e contorni non ben definiti. Offre loro tutto ciò che può esistere di superfluo nella frazione di un nanosecondo, mentre toglie loro gradualmente e in modo impercettibile, ogni giorno, l’indispensabile: certezze, denaro, opportunità. Il mondo si è aperto a 360 gradi davanti ai loro occhi, ma non hanno i mezzi per affrontarlo.
Ecco perché rimango in Italia e non vado a offrire i miei brontoloni a bambini svedesi o tedeschi: non penso che i miei brontoloni valgano a salvare qualcuno, ma se possono farlo, sicuramente ce n’è più bisogno qui che altrove.

Parlerò più spesso del mio mestiere, perché un giorno, quando sarò stanca e invocherò la pensione imprecando come una camionista di ottant’anni che ha perso la dentiera sotto il pedale del freno, voglio ricordarmi dei motivi per cui vale la pena insegnare.

Il cervello, alle medie, ti viaggia a velocità supersonica. I passatempi più belli, quelli legati ai tuoi talenti, li scopri alle medie. Le prime amicizie vere le stringi alle medie. L’amore vero, quello che non tornerà mai più, quello che ti toglie la fame e la sete, quello che è strano e informe e colloso ma potente come una folgore, è solo quello delle medie.
Vale la pena insegnare perché l’età dei miei studenti, quella che rivivo ogni anno attraverso di loro, con sguardo divertito e nostalgico, è in realtà l’età più bella. 

Improvvisamente, si è spenta anche la luce della televisione. Il buio fuori è più chiaro di quello dentro: luccica qualche stella sul settembre del piccolo giardino e ogni tanto qualche rumore viene catturato dalla finestra, per me.

Dove sono?

La mia camera è un disordine prorompente, non c’è una cosa che sia al suo posto e non c’è posto per tutte le cose. Dovrebbero andarsene, come anche me. Non ho un reale motivo per farlo, ma in verità non capisco neanche perché mi trovo qui. È così: è diventato estremamente difficile capirlo, impossibile spiegarlo, raccontare cos’è successo, cos’è cambiato.

Vuoto. È quel che sento, ciò che produco, ogni cosa che dico. Non c’è un’altra parola per esprimerlo: vuoto dice tutto, vuoto è tutto. Ed io sono nel vuoto e penso vuoto.

Quand’è, esattamente, che sono finiti i giorni in cui mi sentivo potente, tanto potente da affrontare il futuro armata soltanto di un sorriso? …Un sorriso. Ecco che, nel frattempo, anche ogni parola che concepisco si perde, sfuma nel banale, trascolora nel grigio. Scrivo tutto uguale.

Uguale e perdente.

Mi piaceva essere me stessa. Mi offriva tante possibilità. La mia fantasia era il rifugio più accogliente che si potesse chiedere, dove non mancava niente e qualsiasi immagine si realizzava in un attimo di gioia, di potenza, di vita. I colori erano tanti, le stagioni numerose, il mondo era più grande. Fantasia è felicità: ciò che si immagina è dolce al pensiero, è pulsante e vivo; molto più splendente della realtà, se si concretizza, molto meno amaro della realtà, se viene deluso nelle aspettative.

Ed io ho perso me stessa, ho deluso le mie stesse aspettative; chissà, forse perché erano troppe.
Ho perso me stessa, l’ho persa sotto la sabbia e ho scoperto che era meno di un granello.
Ho perso chi ero e nessun altro sa indicarmelo adesso, forse perché nessuno realmente lo sapeva.

Forse non c’ero?
C’ero, sì.
Mi sono persa tra le vie piovose del centro storico di una città in cui ho studiato con passione. La strada di pietroni scuri ha divorato le mie scarpe, ha distrutto i talloni: ad un certo punto non avevo che le caviglie per procedere, se solo ricordassi almeno dove stavo andando.

Un attimo. Quello lo ricordo. Io non sapevo affatto dove stessi andando. Non è che vagassi. Non lo sapevo.

Non stavo proprio andando da nessuna parte. L’onda mi portava con sé ed io, volontariamente, io mi ero imbarcata da sola, fin dal principio. Ed ho perso me stessa quando abbiamo gettato l’ancora. (Io e chi?)

Quell’ancora è scesa…io sono scesa nel fondale.

E adesso..dove sono?

Chi è mai stato davvero convinto di voler crescere?

Al di là della paura per le conseguenze del tempo. Al di là delle responsabilità, delle preoccupazioni, della tristezza che sempre più ci caratterizza man mano che diventiamo adulti. C’è qualcosa di prezioso nell’infanzia che è doloroso lasciarsi dietro per sempre: la sua fantasia.

La fantasia c’è a tutte le età, ma quella infantile è quanto di più vivifico, spontaneo, originario esista. Per usare una parola da letterata greca, è qualcosa di panico, di totalizzante, universale, in comunione con tutta la realtà intorno: natura e non.
Ogni filo d’erba diventa una sorpresa e una storia, le mattonelle del pavimento di casa sono sentieri nascosti, le tende foreste di alberi, i cuscini del divano zattere per salvarsi dal naufragio scatenatosi in salotto (con grande gioia di mamma).

I mondi dell’infanzia sono una voragine che ti risucchia. Sono il rifugio dei pomeriggi fuori e dentro casa. Un patto segreto tra un bambino e la realtà, che fa nascere un altro mondo, un mondo davvero migliore, perfetto. È una cosa talmente unica che quando ormai sei adulto è impossibile entrare nell’immaginazione di un bambino, fosse anche tuo figlio. Per quanti sforzi facciamo, non riusciremo mai a trovare la chiave giusta, a vedere quello che lui vede, quello che vedevamo anche noi alla sua età.

Però quello che abbiamo immaginato da piccoli può accompagnarci per tutta la vita. In sogno capita a volte di ritrovare se stessi bambini, quel buco nell’albero che credevamo un passaggio per una dimensione fantastica (e lo era!), quella sensazione di profonda felicità che pervadeva l’animo durante il gioco. Capita anche da svegli, al richiamo di un odore, di un oggetto che proustianamente ci catapulta in mezzo alle sensazioni del passato.

E non solo. Sognare può continuare ad essere un gioco anche da adulti. Magari un modo per vendicarsi di una realtà meschina e ingrata, di un amore finito un po’ così o di un lavoro che non è proprio il massimo.

L’immaginazione è una potenza devastante. Se la si guarda da un punto di vista pratico non sembra valere molto. Ma la forza creatrice del cervello, le forme del pensiero, possono far nascere idee, muovere popoli, incantare i cuori: l’hanno fatto per secoli, in positivo e in negativo. E anche in piccolo, solo per noi, possono fare tanto: come sublimare una realtà che spesso è deludente, stendendoci sopra un velo bellissimo e consolatorio.

Come in quel capolavoro di Spielberg che è Hook – Capitan Uncino, una delle gioie della mia infanzia da divano. Per chi non l’avesse visto (ah infelici!), parla di Peter Pan cresciuto (un Robin Williams che tutti avremmo voluto per papà) che ha sposato la nipote di Wendy, e che deve tornare sull’Isola che non c’è per salvare i suoi figli, rapiti da Capitan Uncino (Dustin Hoffman, gente). Per salvarli dovrà tornare ad essere il Peter Pan di un tempo, un passato di cui non ha memoria.
Per i bambini come me questo film era semplicemente un sogno, un gioco sfavillante che durava 135 minuti, ma a rivederlo oggi io provo la stessa gioia incontenibile, perché ne capisco finalmente il senso. È la storia di un uomo adulto (e per di più avvocato) che deve ritornare bambino per stare vicino ai figli: non è tanto Capitan Uncino a dividerli, quanto la sua ossessione per il lavoro, che gli lascia poco tempo da dedicare alla famiglia. Un moderno workaholic (e il film è del 1991, figuriamoci se era sui papà di oggi!) che sembra ignorare quanto di più prezioso vi sia nel rapporto tra genitori e figli: il gioco.

E alla fine ci riesce. Peter Pan avvocato impara a realizzare i suoi desideri con l’immaginazione, a giocare un gioco in cui la sola regola è la fantasia: o quella o la sconfitta. Recupera i dolci ricordi dell’infanzia, quelli che rendono anche la vita adulta un po’ più felice: e col suo pensiero felice impara a volare come faceva un tempo.

Poi si torna alla vita di sempre, quella da adulti.
Questo film è pensato proprio per gli adulti: ognuno di noi, nei panni di “Peter Pan da grande”, può tornare a volare. Il che non significa lasciarsi dietro la vita vera, ma capire che anche quella può essere un gioco, una grande avventura. Qualcuno penserà che è un po’ sciocco, un po’ buonista, o che è semplice illusione. Ma c’è forse un altro modo per rendere la vita più bella?
Penso proprio a La vita è bella e ai giochi che un padre s’inventa per il figlio in mezzo alla realtà più terribile che esista, quella dei campi di concentramento. L’immaginazione a volte ti salva davvero.
E l’amore, la fede, gli affetti, i sogni per il futuro: immaginazioni che ci fanno andare avanti. E se bastasse davvero immaginare per avere la felicità? Perché non provare? Al massimo ci saremo illusi.