Clitennestra uccide Cassandra

Qualche tempo fa volevo aprire un blog con questo titolo, ma poi mi resi conto che sarebbe stato un po’ troppo impegnativo. La frase di presentazione era questa:

Aiuto! Sto male. Sento i problemi del mondo. Vedo tutto nero. Detesto chi vuol farmi vedere rosa a tutti i costi. Sono animata dal più apocalittico pessimismo. Sputo sull’ottimismo di facciata. Sono convinta di essere il capro espiatorio di tutto il male cosmico. Ho la sindrome di Cassandra? O sono solo i tempi che corrono?

La Sindrome di Cassandra è una patologia particolare. In termini clinici è ampiamente spiegata qui, sull’amica Wikipedia. E’ il complesso per cui si pensa sempre al peggio e si vedono ovunque le manifestazioni di un male che incalza. Una tendenza acuta al catastrofismo, insomma, sia a livelli psicologici personali, che cosmici. In quest’ultimo caso, più che una patologia io direi che si tratta di un certo sentimento del tempo.

Merito della lettura del bellissimo Kassandra di Christa Wolf (autrice tedesca del secondo dopoguerra), ho sempre avuto una visione politico-storica di questo mito. Cassandra, la profetessa troiana, vedeva la tragica fine di Troia; si oppose disperatamente a far entrare il celeberrimo cavallo dei greci, ma non fu mai creduta. Ma alla fine aveva ragione o torto? Se lasciamo stare gli dèi e il destino, quel che conta è che lei aveva capito tutto. La sua intuizione della fine sarà apparsa agli occhi della Wolf (e a i miei) come una dolorosa coscienza dei tempi e della guerra. Un’interpretazione, certamente, ma secondo me riuscitissima. Contro il cieco ottimismo e la smania di gloria dei Troiani, lei prova solo angoscia: vede la guerra dalla parte di chi rimane, delle donne, della vita vera. Quanto ad Elena, la donna rapita, l’oggetto della contesa, Cassandra la vede per quel che è: un pretesto, un casus belli (il primo della letteratura) per una guerra che s’ha da fare in ogni caso. Ed è questa tragica consapevolezza che ne fa un’interprete sagace del proprio tempo, anzi di tutti i tempi.

Ma i tempi sono sordi e il mondo è cieco ai suoi moniti. Cassandra non può condividere con qualcuno questa consapevolezza, perché non sarà mai creduta. È l’effetto della maledizione del dio Apollo, oppure (fuor di metafora) dell’indifferenza del mondo, chiuso nel suo degrado culturale e sociale. La sindrome di Cassandra, infatti, nella sua variante “cosmica” si manifesta nei periodi di crisi culturale e sociale. Come dire, Dante aveva la Sindrome di Cassandra. Cicerone nel suo accorato “O tempora, o mores!” aveva la Sindrome di Cassandra. L’elenco sarebbe infinito.

Oggi, Cassandre sono tutti quelli che riescono a vedere gli sviluppi futuri di un degrado sociale che appare loro sempre più preoccupante. Che rifiutano l’ottimismo rifilato quotidianamente come una pillola (sempre più simile a una supposta), che vedono il male del secolo senza poterlo contrastare, in primo luogo perché soli ed emarginati, perché il mondo, a differenza loro, ha voglia di ridere, di pensare positivo, di credere nei suoi nuovi valori di plastica. Le Cassandre ecologiste, le Cassandre pacifiste, le Cassandre che si battono per la libertà di informazione, le Cassandre antimafia, le Cassandre che la crisi economica la vedono peggiorare, le Cassandre che hanno paura per il futuro dei propri figli, le Cassandre che nella società della televisione vedono la morte dei costumi, le Cassandre che temono per la sorte della cultura, la sola fonte di potere che davvero rende liberi i popoli. Tutte queste le soffoca un Apollo mediatico, fatto di stereotipi, slogan e apparenza.

Cassandra non è in grado di sconfiggere il male semplicemente conoscendolo, riesce solo ad autoimmolarsi inutilmente, in un’autodistruzione che non sortisce alcun effetto positivo. Sono davvero pochissime le Cassandre che hanno cambiato qualcosa nella storia: la maggior parte hanno dovuto soccombere (fisicamente o moralmente) come Socrate, come Galileo, come Ipazia o come Giordano Bruno.

Cassandra non è sola, ne nascono tante in ogni tempo, dovrebbero solo saperlo. “Per non essere matti, bisogna essere in tanti”, dice la Cenciosa nel musical di Paulicelli Forza Venite Gente. Una realtà un po’ triste ma vera.

E adesso? Se fossimo davvero tutti lì, davanti alle porte di Troia? Se da casa nostra stessimo tutti guardando quel che vedeva lei, un grosso clamoroso inganno? Lo faremmo entrare, questo grande cavallo di Troia?

 

Ci sono cose che riescono a stupirmi nonostante da tempo mi sia fatta un’opinione bella pessimista. Ma i limiti sono fissati perché siamo ogni volta portati a superarli.

Su un servizio del genere potrebbero nascere una marea di riflessioni, prima fra tutte il tragicomico (più tragico) stato in cui versa l’informazione italiana; ma quella che mi è sorta spontanea è un’altra, un po’ più ampia.

Si parla dell’uscita dei minatori cileni da un inferno durato 2 mesi. Fin qui nulla di strano. Ma si vede che a quelli del TG5 andava di fare un servizio un po’ sui generis, frizzante, giovanile, sbarazzino, perché era poco originale parlare del fatto nudo e crudo, o magari della vita che quei poveracci hanno fatto negli ultimi due mesi.

Si è cercato allora di illustrare allo spettatore (perché ormai è di spettatori che stiamo parlando) lo stato d’animo che i minatori devono aver avuto all’uscita dalla miniera. Intanto: c’era proprio bisogno? Ma passi.  Poi, una trovata da veri professionisti: lo si paragona allo stato d’animo dei concorrenti del Grande Fratello all’uscita dalla Casa. Bene. Non nego che per certi versi quella Casa possa essere meno ospitale di una miniera. Ma questa è la classica situazione in cui mi viene da guardarmi intorno incredula, chiedendomi se si tratti di uno scherzo. È solo dopo che capisco che la cosa ha un senso.

Il ragionamento è elementare. Primo. La società di oggi, specie i giovani, è disabituata al male, ai disagi, ai pericoli: in un certo senso è come se non li conoscesse più. E come con tutte le cose che non si conoscono, ne è affascinata, gode nel vederne le immagini e gli effetti sugli altri. Non significa che sia cattiva: allo stesso modo gode nel vederne un lieto fine, come quello in questione. Ma sta di fatto che ama subire tutto questo come un grande film, tanto forte quanto distante da sé.

Secondo. Per comprendere una situazione che non si conosce c’è bisogno di rapportarla a qualcosa che si ha ogni giorno sotto il naso. La conseguenza s’è già capita. Il TG5 ha solo utilizzato il paragone che meglio avrebbe centrato l’immaginazione dello spettatore medio (davvero fervidissima); inutile dire che, così facendo, ha creato un forte scompenso nei significati! “È l’urlo dell’uomo che si riappropria della vita e che l’assapora come mai prima“: sono frasi simili che svuotano di significato le due situazioni messe a confronto, le pongono sullo stesso piano, equivalenti, in una dimensione puramente retorica in cui la realtà, la sofferenza, il dato materiale sono del tutto irrilevanti.

Terzo punto. Tutto questo non è innocuo. È il segnale che le nostre facoltà mentali si sono ridotte a quei due o tre stereotipi che passano in tv. Che lo spettacolo televisivo, con la sua scintillante retorica, è diventato il nostro maestro di vita e il serbatoio della nostra capacità immaginativa. Che le forme e le parole si sono imposte sui significati scardinandoli del tutto. Tutto è già stato spiegato, tutto si lega e ci lega, attraverso una fitta rete di impulsi immediati. Non c’è bisogno di coltivare una fantasia o di formarsi un’idea.

Da un semplice video si può vedere tutta una società del domani…