Sapete qual è il termine per indicare una donna che odia il genere maschile? Scommetto che non vi sovviene. Tecnicamente sarebbe “misandra”, affetta da “misandria”. Ma è una parola che non c’è neanche in tutti i dizionari. Se lo scrivete su Word ve lo sottolinea di rosso: in realtà, questa parola non esiste neppure – ufficialmente. Il motivo è semplice: non esiste una donna che odia tutti gli uomini, il loro modo di fare, la loro virilità a tratti così insensibile, bugiarda, crudele. Più un uomo è negativamente uomo, più la donna lo amerà per questo; e non è una sciocca legge dei nostri tempi, di quelle che scriverebbero le quattordicenni sulla loro bacheca di Facebook. È un fatto di possesso e di violenza: è la natura che rende il maschio più appetibile quanto più si mostra insensibile alle coccole, ai vizi, ai regali, alle parole, a tutte quelle suppellettili dell’amore che la Natura non ci ha mai insegnato. Quanto più è animale.

Io sono misogino. Questo, invece, lo sapete tutti cosa significa. Perché, se è vero che non c’è donna che non si senta attratta dalla più insensibile virilità, è anche vero che non c’è uomo che ami davvero le sovrastrutture che la donna ha recepito dall’evoluzione. Il trucco, i vestiti, la cura dei capelli, i gioielli, le schermaglie, i giochetti, le ripicche, i ricatti, le gelosie, i rancori, il pianto, i programmi, le garanzie, i bisogni, le voglie.
Siamo onesti.

Però amo l’Amore. C’è una sola donna che io ami davvero: Afrodite, dea dell’Amore e della Bellezza.

Ed è per questo che mi sono costruito da solo la mia metà. L’Arte, diceva Platone, è imitazione perfetta dell’idea che abbiamo della realtà. Il mio amore è perfetto. Ha le forme della più ideale bellezza femminile, gli occhi di un amore puro, modi semplici e gentili, un sorriso meraviglioso: una donna allo stato di natura. E poi è sincera, sobria, sensuale…Che dite? Come faccio a sapere tutte queste cose se non si muove? Be’, l’ho creata io. E poi non pretende regali, tempo, sguardi, attenzioni, non è gelosa, non usa mezzi termini. Ma io le porto regali, le do attenzioni, non guardo nessun’altra donna.
La cosa più straordinaria è che avrà sempre queste abitudini. E non per il motivo che credete voi. Non perché è fatta di marmo.
Ma perché è ideale, e non può cambiare.


AFRODITE

È così divertente vederlo parlare al marmo che non risponde. La gente passa e dice: Guarda lo scultore, Pigmalione! Che grandissimo coglione!

PIGMALIONE

L’unica trasformazione che potrebbe migliorarla è quella dal marmo alla carne: acquisire la parola, il movimento, la capacità di soddisfare i miei e i suoi bisogni carnali. Una trasformazione che da perfetta nell’Arte la renderebbe un essere perfetto in Terra.


AFRODITE

Embè? Che c’è di più semplice che trasformare in carne il marmo?
Tocca quelle curve ancora una volta, Pigmalione. Accarezza la sua pelle bianca e fredda: eccolo, lo senti quel nuovo, lieve tepore che sorge da sotto? Non ti sei ingannato, riprova ancora. Bacia le sue labbra: non ti sembrano meno dure del solito? Affonda le dita nella carne del petto…sì, ho detto proprio così: affonda. La carne cede come creta sotto le tue mani, solo che tu non sei uno scultore di creta, oppure sì? Credi ancora di sognare, ma la realtà è un’altra: tu sei il tuo sogno, l’hai realizzato con le tue mani. Hai creato da solo il tuo amore, e adesso puoi gioire per sempre di una perfezione fatta di carne.

Lo vedi come siete, voi umani? A volte vi inventate il vostro amore. Come se si potesse creare quello che la vita non vi offre. Il fatto è che è difficile desiderare quel che realmente esiste: avete paura di sbagliare, di restare soli. Allora è meglio inventare. Idealizzare. Cambiare le persone finché non le abbiamo snaturate definitivamente. E poi l’amore, a quel punto, dove va? E voi vi stupite, una mattina, quella mattina lì, quando lo trovate morto stecchito.

LEI: Sono passati ormai due giorni, ormai quella faccia potresti togliertela.

PIGMALIONE: Ti prego, ti prego, ti prego, non stressarmi anche tu.

LEI: Ti stai stressando da solo.

 PIGMALIONE: Ma che cazzo vuol dire? Non è vero!

 LEI: Sì, invece, e lo sai.

PIGMALIONE: Mia dolce, dolce sposa, ti prego, dimmi cosa c’è che non va. Viviamo insieme da anni in amore e in accordo, si può sapere che problema c’è?

LEI: Tu sei cambiato.

PIGMALIONE: Che cosa? Che sciocchezza nuova è questa?

LEI: Sei cambiato, ti dico.

PIGMALIONE: Ma in cosa, santo Cielo, in cosa? Porca miseria!

LEI: Il tuo sorriso. Pende più a sinistra rispetto a prima.
Il tuo modo di parlare. Adesso è più lento, più tranquillo, più severo.
Il tuo sguardo certe volte è perso. Passi molto tempo ad ascoltare il tempo.
I tuoi capelli. Alcuni sono diventati bianchi.
Non hai più la stessa forza nel fare l’amore. Spesso ti dimentichi di soddisfare il tuo bisogno di sesso. Eppure io sono sempre qui.
Non ti piacciono più le stesse cose. Non sei più frettoloso. Non sei più audace.
Non mangi più con la stessa voracità, ma adesso gusti il tuo piatto con un fare lento e riflessivo.
Mi accarezzi con più dolcezza. Adesso, invece di chiamarmi “mia amata”, mi mormori lievemente all’orecchio “mia dolce sposa” prima di dormire.
Dondoli un po’ quando cammini. E vuoi tenermi per mano.

PIGMALIONE: Mia dolce sposa…io non posso essere sempre lo stesso di dieci anni fa!

LEI: Io lo sono.

PIGMALIONE: Ma per forza, tu… Tu non sei reale.

Lo vedi, cielo, come siamo noi umani. Lo vedi, Amore, come a volte ci inventiamo il nostro amore? Come se si potesse creare quello che la vita non ci offre.
Perché è difficile desiderare quel che realmente esiste. Chi lo sa perché. Per paura di sbagliare. Per paura di restare soli.

E allora cambiamo, in cerca di ciò che ci rende perfetti per l’altro. Ma l’errore è proprio qui. E in un attimo, ci trasformiamo in qualcosa che non c’è. È proprio come morire.

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E cos’è, in fondo, il sesso, se non un continuo tentativo di inglobarci l’un l’altro, di somigliarci del tutto nella nostra complementarietà, XX e XY, di prendere l’uno gli attributi dell’altro per creare un essere perfetto? Un pasto consumato in modo sempre incompleto e che non dà mai soddisfazione, perché in questa lotta violenta non c’è un vincitore e alla fine ogni cosa torna sempre, inevitabilmente, al suo posto. Quanto sarebbe bello riuscire a riassumere in un solo individuo le esperienze della femmina e del maschio. Saremmo esseri perfetti. Saremmo Dio in persona.

Forse non mi crederete, ma io so cosa vuol dire.
Ho viaggiato. Ho viaggiato ovunque, da un Polo all’altro, e per me non esiste mistero.
Non servono occhi per sapere quello che so io.
Una volta ero un uomo e come il Mare imperversavo.
Una volta ero una donna e come la Terra donavo.
Ma di fatto, nel mondo, c’è più Terra che Mare.

Oh, se solo avessi potuto essere entrambi per sempre. Sarei diventato il Mondo.

Corri. Corri. Corri.

Dammi retta, corri. Non fermarti a pensare.
Lo so, credimi, lo so qual è il tuo dubbio.
L’abbraccio più caldo, così armonico che sembrava perfetto e, soprattutto, interminabile. E che non ti spieghi come mai, alla fine, non lo fosse.
La felicità.

Cercheranno di convincerti. Ti diranno che l’hai persa per sempre con quell’unica occasione. Che l’hai avuta e te la sei lasciata sfuggire dalle mani come un idiota. Ti diranno che era quella lì. Che avrebbe potuto essere diversamente. Ti diranno una serie di cose che ti sembreranno tutte incontestabilmente vere. Perché sì, ti sembrerà di essere stato l’unico artefice di quel fallimento, di aver perso per colpa solo tua tutto quello per cui valeva la pena vivere.

Ti diranno di tornare indietro. Che si può vivere di quello che non è più.

Ti diranno che l’hai trascurata. Ma che se torni indietro sarà diverso. Che stavolta potrai dirle una volta di più che l’ami.

Ma sono bugie.

Non si torna indietro.
Non si cambia il passato.
Siamo progettati per ripetere ogni volta gli stessi errori, per renderci infelici sempre negli stessi modi e con gli stessi schemi.
Non illuderti di fermarlo: il tempo non si ferma. Lui corre e ci scrive, ci scrive esattamente come dobbiamo essere. E se rileggiamo quelle pagine ci accorgiamo che è tutto solo un grande déja-vu.

Non le farai più regali di prima. Non le dirai più volte che l’ami. Lei non ti sarà più fedele di un tempo, non ti compiacerà un po’ di più davanti alle persone a te care. Tu non sarai più felice di quanto sei già stato, perché è scritto tutto in quelle pagine.
Non si torna indietro, mai.

Puoi solo correre in avanti. E non fermarti, non guardarti indietro. Non cercare nulla alle tue spalle.

Vedresti solo tante statue di sale.

Non guardarti indietro mai, Orfeo.

Porpora. Della Colchide.

“Sai, Andromaca? Forse, in mezzo a tutta questa porpora, il tuo futuro sposo non si accorgerà che hai le gambe leggermente storte. Non sei convinta? Poco male. Le fanciulle in età da marito non devono per forza essere convinte.”

Però. Però, quando ti vidi per la prima volta, inaspettatamente, fu come se non riuscissi a vedere in te il mio signore. Negli occhi non avevi la superbia di un principe, né la ferocia di un guerriero, ma solo la dolcezza e l’imperfezione di un uomo.
Io arrossii. Sì. Mi accorsi che in realtà temevo che non ti sarei piaciuta.

E domani sarà la guerra.
Ho paura, Ettore.
No. Sono gelosa.
Sono gelosa del tuo destino. Perché so che se tu sceglierai lui, a me non rimarrà più nulla.

Passerà la guerra, e si porterà via il tuo respiro.
Il tuo corpo, quel corpo che ho amato, lo vedrò trascinato sulla polvere del campo di battaglia.
Io vagherò, striscerò tenendomi col ventre aggrappata all’ultimo percorso che il tuo corpo avrà tracciato su questa terra, masticando la pietra, respirando la polvere, finché qualcuno di questi Greci non mi porterà via.

Sarai un simbolo, Andromaca. Un simbolo d’Amore. Ricorderanno il tuo saluto, e l’elmo dorato, e il pianto del tuo bambino, e poi più nulla. E su di te scriveranno solo tragedie.

Forse non mi importa del futuro.

Anche fra le braccia della Terra, mio Ettore, o sulla penna dei tragediografi, anche così mi va bene. È solo questo che desidero.
Ciò che fu il mio passato, ciò che pretendo continui ad essere il mio eterno, immobile

presente.

 

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Per chi avesse voglia di seguirci:
http://compagniaeffetticollaterali.wordpress.com/2013/07/17/la-guerra-di-troia-non-si-fara-ninfeo-della-villa-del-mulinaccio-vaiano/

Prometeo Incatenato

Dato che l’ultima volta ho parlato di commedia, adesso è l’ora di spararsi un po’ di sano pathos tragico.

Vi siete mai chiesti per quale motivo si dice proprio “fare la tragedia greca“? In realtà è un motivo stupido: la tragedia è un prodotto tutto greco, tipico greco e mai più riproposto con lo stesso effetto che sapevano darle i greci. È un po’ come se gli italiani volessero fare il pulp come lo sanno fare gli americani. I latini che l’hanno imitata hanno fatto dei capolavori, ma erano ben lontani dai sentimenti che animavano il mondo greco nelle sue viscere.

Nata come un rituale, la tragedia non ha mai perso il suo carattere sacrale: veniva rappresentata in un momento speciale dell’anno (le feste di Dioniso) e in uno spazio consacrato. Divenne rapidamente un fenomeno cittadino importante, tanto da richiedere per l’allestimento il finanziamento da parte dei cittadini più ricchi: faceva parte delle cosiddette liturgie, le spese considerate di interesse pubblico. Insomma, era un elemento sentito come irrinunciabile nella vita cittadina. Immaginate la comunità ateniese che assiste tutta assieme all’ultima rappresentazione dell’Antigone di Sofocle come l’evento più importante dell’anno. Era così.

Perché vi assistevano?
La tragedia non era esattamente “divertente”: parlava di un mito conosciuto, ma era soprattutto una catastrofe umana. Si trattava di un’esperienza terribile da vivere in massa: lo scopo era la catarsi, la purificazione dal male. Un grande rito collettivo. Questo ipse (Aristotele) dixit.
Ma c’era anche dell’altro: la tragedia portava in scena la realtà cittadina stessa. A teatro, sotto metafora mitologica, si parlava di politica: dei fondamenti del potere, delle leggi umane e divine. (Basti pensare all’Antigone, dove le leggi della città impediscono all’eroina la sepoltura del fratello: l’esempio più antico di conflitto tra individuo e sovrastruttura!) Era insomma un modo per confrontarsi politicamente in un luogo pubblico.

Politica a parte, la gente a teatro assisteva alla parabola del pessimismo.
Del resto, la tragedia è un eterno cadere, in cui niente è recuperabile. Che sia da un punto di vista politico o esistenziale, una volta che si sono rotti gli equilibri iniziali, la situazione non può far altro che precipitare fino ad un epilogo che è tutto sommato liberatorio.
E la grande, indiscussa protagonista di questa caduta libera è lei: l’esistenza umana.

Crogioliamoci allora in questa profonda negatività, con quello che è stato il primo e il più grande (a detta degli antichi) maestro del dolore tragico.

Eschilo è il primo della famosa “triade tragica” (Con Sofocle ed Euripide) e inventore della trilogia (proprio così, prima ancora di Tolkien! :D). Le sue tragedie (con cui vinse ben 13 volte gli agoni teatrali) erano cicli a tre fasi. La trilogia più celebre è l’Orestea (l’unica completa), che tratta dell’uccisione di Agamennone, il condottiero acheo di ritorno dalla guerra di Troia, da parte della moglie Clitennestra (Agamennone) e della successiva vendetta del figlio Oreste sulla madre (Coefore, Eumenidi).

In Eschilo i personaggi mitici si muovono in mezzo a forze universali spesso più grandi di loro: la giustizia, la vendetta, l’odio, il destino. Qualunque cosa facciano, qualunque decisione prendano, la loro è una lotta impari contro un fato che li stringe. E a nulla vale conoscere il futuro, come (non poteva mancare!) Cassandra:

Affermo che tu assisterai alla morte di Agamennone. Ma a queste parole non soccorre un rimedio.

Un destino funesto è spesso la punizione divina per un comportamento arrogante: niente di diverso, se vogliamo, alla cacciata dall’Eden. Così il titano Prometeo è punito da Zeus per essersi sostituito a lui, offrendo doni all’umanità. Anche lui conosce il futuro, e le catene che lo legano alla rupe sono la metafora immensa e fortissima dell’impotenza dell’uomo di fronte all’inevitabile.

Ahimè, piango su questo dolore e su quello futuro. Sorgerà mai il giorno che dev’essere termine al mio soffrire?
Ma che dico? Io conosco in anticipo quanto accadrà, in ogni dettaglio: nessun male mi giungerà inatteso. Con pazienza infinita deve sopportare la sorte che gli è destinata colui che conosce l’invincibile forza del Fato.

È un’umanità grande quella che emerge dalla tragedia di Eschilo, un’umanità capace di grandi sogni, che per la propria libertà è disposta a combattere pur sapendo che sarà invano.
Ma sarebbe un errore considerarla una riflessione moderna e positivistica sulla libertà individuale: il fine della tragedia, non dimentichiamolo, è la sconfitta. I Greci erano anche maestri del libero pensiero, ma in materia di esistenza erano i più decisi pessimisti. Ed è proprio questo che prende, che trascina della tragedia: il dolore che avanza, che si fa più grande ad ogni mossa dei protagonisti, come una trappola che si stringe sempre di più.

Mai, in futuro, si sarebbe giunti a una rappresentazione così assoluta del dolore. Shakespeare ha scritto tragedie meravigliose, ma non assolute: troppo contestualizzate, inserite in un quadro che spiegava fin troppo bene il motivo della sofferenza.
Nella tragedia greca non c’è un motivo per la sofferenza, l’uomo stesso è continua sofferenza. C’è un male universale che non si ferma neppure di fronte all’amore tra madri e figli o all’affetto fraterno.

CLITEMNESTRA: Fermati, figlio, abbi rispetto, creatura mia, di questo seno, al quale tante volte tu, pieno di sonno, hai succhiato fra le labbra il dolce latte della vita!
ORESTE: Tu, l’assassina di mio padre, vorresti invecchiare con me?
CLITEMNESTRA: Di quello, figlio mio, fu complice il Fato.
ORESTE: Anche la tua morte, infatti, l’ha preparata il Fato.
(Coefore, 896-913)

E’ un male immobile ed eterno, come immobile è la coscienza umana: legata, costretta, muta.

E tutto questo espresso in quella lingua arcaica e solenne, che a volte fa sorridere, specie se un po’ calcata dagli “attoroni”, ma che è l’unica capace di dar vita a immagini così mostruosamente vicine alla perfezione: parole che salgono al cielo, che riempiono i polmoni, di quelle da sindrome di Stendhal.
Semplicemente: la bellezza.

O volta del cielo splendente, o venti dalle rapide ali,
sorgenti dei fiumi e tu, mare – sorriso infinito di onde – e tu, terra, d’ogni cosa madre,
tu, occhio del sole che tutto vedi, io vi supplico:
guardate quali dolori soffro per gli dèi, io che pure sono un dio!
(Prometeo incatenato, 88-92)

Lisistrata arringa le donne di Atene, di Aubrey Beardsley

Per prima cosa, la frase del titolo non è mia. Non ricordo più chi l’ha detta, ma è un prodotto (geniale) partorito durante una riunione di EffettiCollaterali. Diciamo che è “nostra”. Sarebbe stato davvero un gran bel titolo da portare in teatro.

CLEONICE: Ma qual è dunque la ragione per cui ci hai convocate qui? Che affare è?
LISISTRATA: Grande.
CLEONICE: E anche grosso?
LISISTRATA: Grosso, sì.
CLEONICE: E allora com’è che non siamo accorse tutte subito?!

Per chi non lo conoscesse, eccolo già presentato: Aristofane doveva essere uno con pochi peli sulla lingua, di quelli che tra amici raccontano sempre le barzellette sconce. Ma era normale: scriveva commedie. Vissuto tra il V e il IV secolo a.C., riscosse un notevole successo in vita: le sue commedie, corali e rocambolesche, univano alla farsa un’esplicita e vibrante polemica. La sua era una satira crudele e graffiante che mirava dritto agli aspetti più ridicoli e paradossali della realtà politica e sociale, alle sue contraddizioni più grottesche, affondandoli con una comicità che prendeva alla pancia. Volendo tentare un paragone un po’ azzardato, oggi forse sarebbe un Luttazzi.

Sarebbe lungo l’elenco dei suoi bersagli. Uno dei tanti fu il democratico Pericle; quello forse più famoso sono i sofisti, di cui si fa beffe nelle Nuvole. Ma le sue accuse non sono mai personali: antagonisti sono uomini, concetti, atteggiamenti che si fanno nemici di Atene, della Grecia, di tutta una serie di valori universali  minacciati; primo fra tutti la Pace, regina assoluta delle sue commedie. Una Pace che Aristofane in prima persona vide sempre come un’utopia lontana, calpestata durante i sessanta sanguinosi anni della Guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta.

Ed è appunto di Pace e di utopia che parla la Lisistrata. Durante la Guerra del Peloponneso, le donne di tutta la Grecia, sobillate dalla carismatica Lisistrata, occupano l’Acropoli per convincere gli uomini a cessare i combattimenti. E a tal fine hanno un piano.

LISISTRATA: Dobbiamo rinunciare…all’uccello. Ma…ehi! Perché vi voltate? Dove credete di andare? Che storcete la bocca? Che scuotete la testa? Cambiate colore, piangete! Lo volete fare o no, perché esitate?

Il piano è uno sciopero del sesso. Le donne sperano che i mariti, provati dall’astinenza, cedano infine alle loro richieste e pongano fine alla guerra. Come suo consueto, Aristofane inquadra l’altra faccia della guerra: le donne ne sono le vittime rimaste a casa, immuni alle sue gloriose attrattive ed esposte solo ai suoi danni. Però l’elemento farsesco è assolutamente irresistibile: il sesso, l’unica arma che le donne sappiano impugnare (e con l’arte più raffinata!) è il motore, il centro propulsore, il fine di tutta l’azione, è la forza devastante che può cambiare le sorti di un popolo. Il sesso è ragione di vita. Non solo per gli uomini, che infine cederanno: le donne, restie all’inizio, provate alla fine, ne sono profondamente dipendenti.

CLEONICE: Qualunque altra cosa tu vorrai. Se è necessario son disposta a camminare in mezzo al fuoco! Ma l’uccello no: niente lo vale, cara Lisistrata.

Questa commedia è il trionfo del sesso in tutte le sue forme, alcune decisamente sorprendenti, se si ha un’idea un po’ romantica del mondo classico. C’è la finzione dell’orgasmo femminile, c’è la tecnica del “farla annusare”, c’è persino un illustre precursore del vibratore.

E da quando i Milesi ci hanno tradito non si vede più nemmeno l’olisbo lungo otto dita, il nostro sollievo di cuoio!

Sono ben intuibili i motivi che hanno un po’ frenato la scelta della Lisistrata per la nostra prossima “stagione teatrale” :). Ma al di là dell’audacia espressiva (che non è un fatto sporadico bensì la norma in questa commedia), la Lisistrata si apprezza soprattutto se se ne conoscono il significato e il contesto. Il sesso come arma contro la guerra, la seduzione come guerra della donna, la Pace come sogno disperato, per cui si farebbe di tutto, un sogno dello stesso Aristofane. L’ironia pungente contro gli inganni altisonanti della guerra, crollati di colpo di fronte ai bisogni più elementari dell’uomo. È tutto questo che fa la differenza in una commedia di Aristofane: senza, più che un Luttazzi sembrerebbe un Boldi.

Alla fine tutto si risolve con un poco storico lieto fine. Spartani e Ateniesi non ne possono davvero più e i falli eretti dei loro ambasciatori ne sono i testimoni più eclatanti sulla scena. Chissà, forse Aristofane sperava che a forza di raccontare in teatro storie in cui finiva la Guerra (storie tra l’altro amate da tutti e che vincevano gli agoni teatrali), la Guerra finisse davvero. Come una specie di magia.

Certo, se si cerca di immaginare la Lisistrata oggi, non potrebbe essere la stessa storia. Oggi il sesso è un’arma per lo più personale, finalizzato semmai al proprio interesse, non certo al bene collettivo.
Forse andrebbe riscoperto nel senso che gli attribuivano gli antichi. Forse in questa nuova-antica veste, come energia primordiale della vita e per la vita, come forza creatrice e principio irrinunciabile del nostro essere umani, potrebbe davvero cambiare molte cose.