Che cos’è la bellezza?
Non è un fattore esterno né un fatto esteriore, congenito e indipendente dalla nostra volontà. Probabilmente la bellezza è solo la capacità di rendersi amabili agli altri, o all’altro in particolare.

Un piumaggio variopinto, un collo sinuoso, un’apertura alare maestosa e un petto azzurro perlato come il cielo, non sono che la manifestazione visibile di una natura nascosta, intrinseca, quella che ci spinge a cercare un’altra persona al di fuori di noi, una metà da unire alla nostra. E la esprimiamo così, questa nostra voglia d’amore, con le piume lucidissime e con una danza strana ed attraente. La bellezza è forse puro e semplice desiderio d’amore.

Ut ameris, amabilis esto. 
Se vuoi essere amato, renditi amabile.
(Ovidio, Ars Amatoria)

A volte è difficile renderci amabili. Ci sarebbe da aggiungere: se vuoi renderti amabile, amati. La Natura lo fa da sé, di amarsi, nel modo più spontaneo possibile; ed è così che crea la bellezza di un corteggiamento.
L’uomo è da sempre e sempre più un animale strano. Lui è soggetto ai mali del tempo, alle passeggere follie, ai disagi delle sue capacità razionali e a quelli delle consuetudini sociali. Perciò spesso non si ama più di tanto e non si rende, di conseguenza, amabile. Dimentica di nutrirsi nello spirito e persino nella carne. Si trascura. Diventa nervoso, insensibile o ipersensibile, timoroso o disattento, irascibile o troppo remissivo.
Dovrebbe soltanto ricordare di affondare le radici nella terra e nutrirsi spontaneamente. Come un albero.

Ho dimenticato.
Adesso mi chiudo qui dentro

per disintossicarmi dal fuori. 
Ora è solo questo corpo che conta, 
Tutto il resto sono veleni del tempo
e complicazioni sintetiche. 
Ne uscirò verde foglia
E danzerò per te.

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Sapete qual è il termine per indicare una donna che odia il genere maschile? Scommetto che non vi sovviene. Tecnicamente sarebbe “misandra”, affetta da “misandria”. Ma è una parola che non c’è neanche in tutti i dizionari. Se lo scrivete su Word ve lo sottolinea di rosso: in realtà, questa parola non esiste neppure – ufficialmente. Il motivo è semplice: non esiste una donna che odia tutti gli uomini, il loro modo di fare, la loro virilità a tratti così insensibile, bugiarda, crudele. Più un uomo è negativamente uomo, più la donna lo amerà per questo; e non è una sciocca legge dei nostri tempi, di quelle che scriverebbero le quattordicenni sulla loro bacheca di Facebook. È un fatto di possesso e di violenza: è la natura che rende il maschio più appetibile quanto più si mostra insensibile alle coccole, ai vizi, ai regali, alle parole, a tutte quelle suppellettili dell’amore che la Natura non ci ha mai insegnato. Quanto più è animale.

Io sono misogino. Questo, invece, lo sapete tutti cosa significa. Perché, se è vero che non c’è donna che non si senta attratta dalla più insensibile virilità, è anche vero che non c’è uomo che ami davvero le sovrastrutture che la donna ha recepito dall’evoluzione. Il trucco, i vestiti, la cura dei capelli, i gioielli, le schermaglie, i giochetti, le ripicche, i ricatti, le gelosie, i rancori, il pianto, i programmi, le garanzie, i bisogni, le voglie.
Siamo onesti.

Però amo l’Amore. C’è una sola donna che io ami davvero: Afrodite, dea dell’Amore e della Bellezza.

Ed è per questo che mi sono costruito da solo la mia metà. L’Arte, diceva Platone, è imitazione perfetta dell’idea che abbiamo della realtà. Il mio amore è perfetto. Ha le forme della più ideale bellezza femminile, gli occhi di un amore puro, modi semplici e gentili, un sorriso meraviglioso: una donna allo stato di natura. E poi è sincera, sobria, sensuale…Che dite? Come faccio a sapere tutte queste cose se non si muove? Be’, l’ho creata io. E poi non pretende regali, tempo, sguardi, attenzioni, non è gelosa, non usa mezzi termini. Ma io le porto regali, le do attenzioni, non guardo nessun’altra donna.
La cosa più straordinaria è che avrà sempre queste abitudini. E non per il motivo che credete voi. Non perché è fatta di marmo.
Ma perché è ideale, e non può cambiare.


AFRODITE

È così divertente vederlo parlare al marmo che non risponde. La gente passa e dice: Guarda lo scultore, Pigmalione! Che grandissimo coglione!

PIGMALIONE

L’unica trasformazione che potrebbe migliorarla è quella dal marmo alla carne: acquisire la parola, il movimento, la capacità di soddisfare i miei e i suoi bisogni carnali. Una trasformazione che da perfetta nell’Arte la renderebbe un essere perfetto in Terra.


AFRODITE

Embè? Che c’è di più semplice che trasformare in carne il marmo?
Tocca quelle curve ancora una volta, Pigmalione. Accarezza la sua pelle bianca e fredda: eccolo, lo senti quel nuovo, lieve tepore che sorge da sotto? Non ti sei ingannato, riprova ancora. Bacia le sue labbra: non ti sembrano meno dure del solito? Affonda le dita nella carne del petto…sì, ho detto proprio così: affonda. La carne cede come creta sotto le tue mani, solo che tu non sei uno scultore di creta, oppure sì? Credi ancora di sognare, ma la realtà è un’altra: tu sei il tuo sogno, l’hai realizzato con le tue mani. Hai creato da solo il tuo amore, e adesso puoi gioire per sempre di una perfezione fatta di carne.

Lo vedi come siete, voi umani? A volte vi inventate il vostro amore. Come se si potesse creare quello che la vita non vi offre. Il fatto è che è difficile desiderare quel che realmente esiste: avete paura di sbagliare, di restare soli. Allora è meglio inventare. Idealizzare. Cambiare le persone finché non le abbiamo snaturate definitivamente. E poi l’amore, a quel punto, dove va? E voi vi stupite, una mattina, quella mattina lì, quando lo trovate morto stecchito.

LEI: Sono passati ormai due giorni, ormai quella faccia potresti togliertela.

PIGMALIONE: Ti prego, ti prego, ti prego, non stressarmi anche tu.

LEI: Ti stai stressando da solo.

 PIGMALIONE: Ma che cazzo vuol dire? Non è vero!

 LEI: Sì, invece, e lo sai.

PIGMALIONE: Mia dolce, dolce sposa, ti prego, dimmi cosa c’è che non va. Viviamo insieme da anni in amore e in accordo, si può sapere che problema c’è?

LEI: Tu sei cambiato.

PIGMALIONE: Che cosa? Che sciocchezza nuova è questa?

LEI: Sei cambiato, ti dico.

PIGMALIONE: Ma in cosa, santo Cielo, in cosa? Porca miseria!

LEI: Il tuo sorriso. Pende più a sinistra rispetto a prima.
Il tuo modo di parlare. Adesso è più lento, più tranquillo, più severo.
Il tuo sguardo certe volte è perso. Passi molto tempo ad ascoltare il tempo.
I tuoi capelli. Alcuni sono diventati bianchi.
Non hai più la stessa forza nel fare l’amore. Spesso ti dimentichi di soddisfare il tuo bisogno di sesso. Eppure io sono sempre qui.
Non ti piacciono più le stesse cose. Non sei più frettoloso. Non sei più audace.
Non mangi più con la stessa voracità, ma adesso gusti il tuo piatto con un fare lento e riflessivo.
Mi accarezzi con più dolcezza. Adesso, invece di chiamarmi “mia amata”, mi mormori lievemente all’orecchio “mia dolce sposa” prima di dormire.
Dondoli un po’ quando cammini. E vuoi tenermi per mano.

PIGMALIONE: Mia dolce sposa…io non posso essere sempre lo stesso di dieci anni fa!

LEI: Io lo sono.

PIGMALIONE: Ma per forza, tu… Tu non sei reale.

Lo vedi, cielo, come siamo noi umani. Lo vedi, Amore, come a volte ci inventiamo il nostro amore? Come se si potesse creare quello che la vita non ci offre.
Perché è difficile desiderare quel che realmente esiste. Chi lo sa perché. Per paura di sbagliare. Per paura di restare soli.

E allora cambiamo, in cerca di ciò che ci rende perfetti per l’altro. Ma l’errore è proprio qui. E in un attimo, ci trasformiamo in qualcosa che non c’è. È proprio come morire.

Si racconta che un giorno Giove volle scendere sulla Terra per osservare il comportamento degli uomini. Prese l’aspetto di un uomo qualunque e, insieme col figlio Mercurio, venne in Grecia. I due pellegrini, così travestiti, cercarono un rifugio dove riposarsi. Picchiarono di porta in porta chiedendo ospitalità. Bussarono così a innumerevoli palazzi, ma dovunque furono scacciati e trovarono le porte serrate col catenaccio.

È notte. Sono sola. Ho chiuso a chiave la porta per non farmi trovare da te. Dico sempre che ho smesso di aspettarti, ma poi non so smettere davvero. Non so spiegarti perché pretendo sempre un segno da te: forse perché molti segni, inanellati giorno dopo giorno, fanno un amore ricco. Ed ogni volta ti chiamo, e tu rispondi. Ma poi sei di nuovo lontano ed io non trovo un altro modo di esserti vicino, che chiamarti, chiamarti continuamente, e gridare, per poi chiedere scusa per aver gridato. Allora forse è meglio se rimango qui, chiusa. È semplice chiamarmi quando sono lì per te. Forse, non trovandomi, mi chiamerai. Forse potresti addirittura gridare. O forse non lo farai.

Giunsero finalmente ad un povera capanna, ricoperta di canne e di erbe palustri, dove abitavano due vecchietti della medesima età: Bauci e Filemone. In quella capanna Filemone e Bauci avevano vissuto insieme fin dalla giovinezza; lì erano invecchiati senza vergognarsi della loro povertà e sopportandola serenamente, senza neppure sentirne il peso.
Nell’umile dimora era inutile chiedere quale fosse il servo e quale il padrone: vi erano due sole persone, e tutte e due comandavano e si ubbidivano a vicenda. Ma Giove e Mercurio trovarono pronta e cordiale accoglienza.

Quel giorno ti sorrisi. Fu facile. Avevo voglia di incontrarti. Il tuo invito somigliava ad un abbraccio, il maggior desiderio di chi è stato rifiutato. Lasciarmi accogliere in quell’abbraccio suonava perfetto. Non sei l’unico ad aver visto solo porte chiuse, sai? Non eri l’unico ad essere stato rifiutato.

Non appena furono entrati, facendo attenzione a chinare la testa per non batterla allo stipite della porta che era troppo bassa, il vecchio li invitò a riposarsi porgendo loro una panca sulla quale l’accorta Bauci aveva steso un tappeto molto rustico. Quindi la buona vecchietta allargò con le mani le ceneri tiepide del focolare e, per riattizzare il fuoco del giorno prima, lo alimentò con foglie e pigne secche, e ne fece sprizzare la fiamma soffiandovi sopra con quel poco fiato che ancora le rimaneva.

Ma se l’amore è come un fuoco, come dicono i poeti, prima o poi si spegnerà. È inevitabile. Se vuoi puoi soffiarci sopra. Soffiaci, amore. Ma non lasciare che sia soltanto io a soffiare: il mio fiato, come la mia vita, finirà. È inevitabile. Pensavo…sarebbe bello se la vita, il fiato e l’amore finissero nello stesso momento. Non soltanto per noi due, ma per il mondo intero. Non credi?

Prese poi legna e rami di pino ben secchi e li spezzò per metterli sotto al piccolo paiolo; poi iniziò a pulire la verdura raccolta dal marito nell’orto coltivato con molto amore. L’altro con un’asta forcuta tirò giù un coscio di maiale affumicato appeso alla trave, ne tagliò una fetta sottile e la mise a cuocere nell’acqua bollente.
Ed ingannavano il tempo discorrendo.

Le parole spese, quelle non pronunciate. Quante cose è possibile gettare nel pozzo di noi due. Potrei arrivare a non vederne più il fondo, a dimenticare il primo giorno che ti ho visto, il primo giorno che, fissando i miei occhi nei tuoi, mi sono chiesta quante cose ci saremmo detti. Quante parole spese, quante non pronunciate da gettare nel pozzo di noi due.

Infine il buon vecchio, spiccato da un chiodo un bacile, lo riempì d’acqua tiepida e l’offrì agli ospiti perché potessero lavarsi i piedi. Quindi gli dei si adagiarono su un povero lettuccio di legno di salice, ma con un materasso di soffice alga, sul quale fu distesa la coperta dei giorni festivi; una coperta vecchia e misera adatta a un letto di salice.
La vecchietta cominciò a preparare la tavola. Era una tavola a tre gambe, e dovette cercare una zeppa, perché una gamba era più corta. Quando l’ebbe ben pareggiata, ne strofinò il piano con la menta fresca e vi servì in piatti di coccio le olive, sacre alla casta Minerva, le corniole dell’autunno conservate in salamoia, indivia e rafano, formaggio fresco e uova assodate nella cenere calda. Dopo fu portato in tavola un rozzo cratere, anch’esso di coccio, e coppe di faggio spalmate, nel cavo, di bionda cera.
Poi venne servito il vinello nuovo, poi la frutta. Noci, fichi secchi insieme ai datteri, e prugne, e mele profumate e uva. In mezzo, un candido favo ricolmo di miele. E tutto era condito con il sorriso.

Non importa quanto potesse apparire imperfetto quello che facevi per me. Ogni cosa, anche la più maldestra, mi ricordava che sono bella. Che sono perfetta per qualcuno. Che valgo le parole di qualcuno.

Senonché, durante il pasto, notarono che ogni volta che il cratere rimaneva vuoto, spontaneamente si riempiva da solo, come se il vino sorgesse su dal fondo.
Filemone e Bauci furono presi da timore, e levando le mani al cielo invocarono perdono per i rustici cibi e per la povertà della loro casa.
I due vecchi si preparavano ad uccidere l’unica oca che possedevano, in onore degli dèi loro ospiti. L’oca, svelta, svolazzando qua e là, trovò rifugio in grembo a Giove.
“Sì, siamo dèi”, dissero “e i vostri empi vicini subiranno la punizione che hanno meritato; voi invece, abbandonate la vostra casa e seguiteci sulla cima del monte”.

Forse ho sempre, soltanto fatto l’errore di attendere un miracolo. Ma sono una sciocca e l’Amore mi è sempre sembrato questo: un enorme miracolo, fatto della stessa sostanza di cui, se esiste, dovrebbe essere fatto Dio. Un miracolo giusto, che avrebbe distrutto tutto il dolore e mi avrebbe portata in alto.

I vecchietti ubbidirono, e, preceduti dagli dei, appoggiandosi ai loro bastoncelli, salirono lentamente per l’erto pendio. Volgendo gli occhi in basso, scorsero tutte le cose dintorno sommerse da una palude; solo la loro capanna era salva. Mentre essi, stupiti, compiangevano la sorte dei vicini, la vecchia capanna, piccola perfino per due soli padroni, si trasformò in un tempio: i pali si trasformarono in colonne, la paglia divenne oro, il pavimento si coprì di marmo, le porte s’intarsiarono di magnifiche sculture.
Infine, Giove chiese loro di esprimere un desiderio.

Da quando tu ci sei, io sono ricca. Ma i rapporti sono cose imperfette, amore mio. Sono fatti solo di desideri. Niente sarà perfetto, finché tu e io saremo persone diverse; quindi non lo sarà mai. Ed io non voglio che tu e io diventiamo una coppia di quelle che marciano ancora sì, ma per inerzia, che quando invecchiano si ritirano in due angoli di questa casa, che è il tempio del nostro Amore. Che non possono più accarezzarsi. Che non ridono più di qualcosa che solo loro sanno. Perché ogni parola spesa appariva sempre più inutile e faticosa. Perché non c’era tempo per pensare a come condividere un gesto e un bacio, se non quando era tutto più facile. La vita è una strada lunga e tutta in discesa, da un certo punto in poi. Chi ci aiuterà a superare la fine, se non ci tiene stretti l’Amore?

Scambiate poche parole con Bauci, Filemone rispose: “Chiediamo di essere sacerdoti e di poter custodire il vostro tempio; e dal momento che abbiamo trascorso insieme, nell’amore e in accordo, tutta la vita, desideriamo di morire nello stesso momento. Che io non debba vedere la morte della mia sposa, né lei la mia.”

Non voglio mai più sentirmi sola. Quando sarà finita l’era degli amici, quando anche i figli se ne saranno andati, chi mi terrà compagnia? Chi mi stringerà in un abbraccio, l’ultimo, facendomi sentire che per me vale ancora, persino in quel momento, vale ancora la pena di spendere una parola?

Un giorno, si trovavano per caso sui gradini del tempio a narrare questa storia ai visitatori. Mentre parlavano, ad un tratto Bauci vide Filemone coprirsi di fronde. Filemone vide Bauci coprirsi di fronde. E mentre sui loro volti cresceva una cima d’albero, i due sposi continuarono a scambiarsi parole. Parole d’amore, parole di saluto. Parole. Fino a quando fu loro possibile, così continuarono a parlarsi l’un l’altra.

“Addio, amore mio”, si dissero a un tempo, e la corteccia chiuse in un medesimo istante le loro labbra, per sempre.

baucis-and-philemon


Trimalchione, da una scena del Satyricon di Federico Fellini

Niente di cui scandalizzarsi: chi studia lettere antiche ha imparato a non farlo!

Su gentile richiesta di qualcuno, vado a occuparmi dell’unica opera di un autore per certi versi ancora avvolto nel mistero: Petronio, “Arbiter elegantiae“. L’opera in questione è il Satyricon.

Purtroppo, farsi un’idea completa del Satyricon è difficile. Forse la trama non è neppure fondamentale, in un’opera come questa; o forse, se ci fosse giunto con un inizio e una fine, tutto sarebbe diverso.
Ma se è difficile seguire il filo della storia (che tra l’altro non è neppure quel granché) ci sono alcune singole scene che valgono decisamente da sole la lettura, e sono scene (come la celeberrima Cena di Trimalchione) che hanno fatto la storia del grottesco come genere artisticamente riconosciuto.

Lo si potrebbe chiamare romanzo; in realtà è un prosimetro, cioè un misto di prosa e poesia. L’argomento è il viaggio del giovane Encolpio e dei suoi compagni, l’efebo (ragazzino) Gitone, di cui Encolpio è innamorato, e Ascilto, suo rivale in amore, ai quali si aggiungerà in seguito il vecchio letterato Eumolpo.

Per la lunghezza e la struttura a episodi può essere considerato un “romanzo”, genere già sperimentato in Grecia, di argomento amoroso, quasi fiabesco, solitamente in viaggio o comunque di formazione. Ma i temi del romanzo greco sono in Petronio completamente ribaltati: alla coppia di innamorati puri e innocenti, qui corrisponde un triangolo omoerotico… che poi finisce per allargarsi anche al vecchio Eumolpo!
Per questi contenuti “carnevaleschi” e per la forma del prosimetro, il Satyricon appare molto legato alla tradizione delle “satire menippee“, così chiamate dal nome del loro primo autore, Menippo di Gadara: componimenti dai toni decisamente farseschi, senza un evidente scopo edificante.

Per dire: Encolpio, il protagonista, durante il suo viaggio è perseguitato da un dio, come succede a tutti gli eroi epici. Salvo che il dio in questione è Priapo. Che, per chi non lo conoscesse, di epico ha solo le dimensioni del pene (…eh oh, così è!). Simbolo della fertilità, Priapo è sempre stato un dio di quelli un po’ più rustici, bassi, popolani: il dio delle farse e delle rappresentazioni teatrali oscene.
Non sappiamo quale offesa abbia recato Encolpio al dio superdotato. Ma riuscite a immaginare quale sia la sua punizione?

<<Ti prego, dammi una prova, anche piccola, che ci sei!>>
Ma mentre sfogavo così la mia ira, lui…

Lui col capo riverso e gli occhi fisi al suolo
non si mosse minimamente in volto alle mie parole
non più di un lento salice, o del molle collo dei papaveri…

Questo bel momento di dialogo con il membro virile in piena défaillance è uno dei più famosi del Satyricon (e come potrebbe essere altrimenti? :D).

Come celebre è la descrizione della cena di Trimalchione, questo liberto arricchito (/ cittadino parvenu / imprenditore fatto da sé) che vive nello sfarzo più estremo, tra gioielli, delizie, schiavetti e vallette. E perché ancora non c’era il bunga bunga…

Eravamo immersi in tali delizie, quando lui, Trimalchione, giunse trasportato con l’accompagnamento di un’orchestra; e come lo ebbero deposto tra minuscoli guanciali, chi non se l’era aspettato non si trattenne dal ridere. Infatti da un mantello scarlatto sbucava una testa rasata, e intorno al collo – rinfagottato nell’abito – s’era messo un tovagliolo listato di porpora, con frange penzolanti qua e là. Aveva poi al dito mignolo della mano sinistra un grosso anello placcato d’oro, e nell’ultima falange del dito successivo un anello più piccolo che mi pareva d’oro massiccio, ma certo saldato tutto intorno con delle stelle di ferro.

Quello che colpisce dei dettagli lussuosi di Trimalchione è che sono tutti inutili e soprattutto fasulli: l’anello è placcato in oro, l’altro mischia l’oro col volgare ferro…è un lusso montato per somigliare a quello vero. Ma quello che Petronio sembra voler dire è: un balordo resta sempre un balordo, anche se diventa miliardario. E non è una questione di discriminazione sociale o di ricchezza, ma semplicemente di stile. Un ometto di bassa estrazione culturale, arricchitosi oltre misura e diventato padrone di immensi tesori, potrà con essi fare ciò che vuole; potrà comprarsi il lusso, ma non avrà mai lo stile. Non fa altro che collezionare gaffes (<<Ieri non ho servito del vino così buono, eppure avevo ospiti di maggiore riguardo!>>), si cura e trucca in modo ridicolo, si vanta ossessivamente di essersi fatto da sé, ostenta una falsa cultura letteraria e racconta sempre le solite barzellette volgari. Vi ricorda qualcuno?

Di fronte a questa nuova grottesca realtà, il personaggio di Encolpio si muove come una specie di eroe decadente (…in tutti i sensi!), da raffinato, colto rappresentante di quella élite autentica (quella dei tempi di Catullo e soci) che sta perdendo il suo ruolo di punta. Non è altro che l’alter ego di Petronio stesso, il <<giudice d’eleganza>> quale lo ricorda Tacito.

Le notizie sulla vita di questo autore sono incerte, probabilmente proprio a causa della natura licenziosa della sua opera, che ebbe qualche problema con la censura, specie in età cristiana. Ma se diamo fede a Tacito, Petronio stesso fu un personaggio incredibilmente fuori dagli schemi: letterato alla corte di Nerone, accusato di tradimento dal prefetto del pretorio Tigellino, prima di suicidarsi avrebbe scritto un testamento pesantemente diffamatorio nei confronti del prefetto e dell’imperatore, del quale si raccontavano dettagliatamente tutte le perversioni sessuali e i nomi di chi vi era stato coinvolto. [[*Posso rifare il paragone scorretto? Sarebbe un po’ come se Bondi in punto di morte rivelasse tutte le posizioni preferite del premier e i dettagli delle sue feste osé! …Ma il paragone non regge bene, primo perché i dettagli li sappiamo già tutti (quanto ci vorrà perché vengano fuori anche le sue posizioni preferite?), secondo perché qualcuno mi fulmini se Bondi ha un millesimo della cultura e della competenza poetica che aveva Petronio. Ho detto Bondi a caso, perché scrive “poesie”. Chiusa parentesi politica!*]]
Insomma, se Tacito ha detto il vero, Petronio era un uomo a immagine e somiglianza del suo Satyricon.

Il linguaggio del Satyricon è quello che forse ha potuto salvarlo almeno in parte dalla totale dimenticanza. A lungo esso è stato preso ad esempio di estremo realismo, un realismo che dai generi scrittori più alti (anche la prosa ciceroniana o l’epica) piomba nell’uso di espressioni triviali, e non disdegna di fa uso di termini squisitamente popolari, di conseguenza di un latino non scritto ma parlato (quello che di lì a qualche secolo si sarebbe evoluto nelle lingue volgari europee).

Il Satyricon è, sotto molti aspetti, il manifesto di un mondo che si sfalda. Molte sarebbero state, quattro secoli dopo, le ragioni per cui l’Impero Romano avrebbe conosciuto la parola fine. Ai tempi di Petronio una delle tante iniziava soltanto a svilupparsi: la trasformazione profonda della società romana, con i suoi equilibri di forze, i suoi valori fondanti e le sue prerogative.

Ma al di sopra di questo c’è il letterato. Lui vede tutto con l’occhio di chi sa. Non solo: di chi sa e non può far niente.
Il letterato dell’età augustea (per intendersi, Virgilio) era profondamente radicato nella sua realtà politica: quello che scriveva doveva avere un fine, un senso, una morale. Questo perché i nuovi valori che tenevano insieme l’impero avevano bisogno di consolidarsi, anche per mezzo della cultura. Sotto Nerone si governava col terrore. E la morale aveva preso un po’ il largo. È fondamentalmente per questo che la letteratura di età neroniana è per certi versi più “indipendente”: ovvio che non potevi dir male di Nerone, ma lui non ti suggeriva neppure cosa scrivere.

Il Satyricon non ha morale, è puro svago. È una lunga satira menippea. Anche le favole Milesie (racconti a sfondo erotico o farsesco) che vi si raccontano qua e là servono solo a far ridere, e se hanno una morale è quella di non cercare mai una morale nella vita e nel mondo. Anche la casta vedova di Efeso (protagonista di una di queste fiabe) alla fine cede all’amante sulla tomba del marito!

A che serve scrivere della morale se non puoi applicarla al mondo che ti circonda? Un mondo dove i grezzi diventano signori e gli uomini di cultura sono degli emarginati. Dove la fedeltà viene ripagata con le accuse di tradimento.
Meglio farsi una sana risata, con buona pace di Nerone.
Petronio se l’è fatta anche in punto di morte.

Nihil est hominum inepta persuasione falsius
nec ficta severitate ineptius.

Non c’è niente di più falso negli uomini di uno sciocco preconcetto, né più sciocco di una finta severità.”

In questo periodo, forse per colpa della tesi, mi sono fissata con i boschi. Siccome l’argomento mi ispira tanto, preparerò un post su come il bosco assuma aspetti diversi nella letteratura, non solo greca e latina, ma anche moderna (e fantasy).

Nel frattempo, vi regalo la bellissima descrizione di una selva ispanica nei pressi di Marsiglia, tratta dalla Pharsalia di Lucano (3.399-425). Che poi è il brano che mi ha ispirato l’ultimo post.
Ah, tra l’altro, prossimamente anche un resoconto completo della Pharsalia, visto che secondo me Lucano era uno che decisamente sapeva scrivere…

C’era un bosco sacro, da tempo immemore rimasto inviolato,
che racchiudeva tra i suoi rami intrecciati, alti a schermare il sole,
un’aria oscura e gelide ombre.
Non i Pan agresti, né i signori delle selve,
i Silvani, né le Ninfe lo abitavano, ma erano luogo
di cerimonie e riti barbari; vi si ergevano sinistri altari
e ogni albero si cospargeva di sangue umano.
Se è degna di qualche fede l’antichità, che provò stupore per il divino,
persino gli uccelli temevano di sostare su quei rami
e le fiere di coricarsi nei paraggi; e neppure il vento
s’abbatteva su quelle selve, né la folgore scatenata
dalle nubi nere; ma esposti a nessun vento
gli alberi tremavano di un brivido proprio.
Acqua abbondante scorreva da nere fonti, e le lugubri statue degli dèi
erano prive d’arte, intagliate rozzamente nei tronchi.
Il fetore e il pallore degli alberi putrescenti
dava sgomento; non era il timore che suscitano
gli dèi consacrati nelle statue tradizionali: per quanto infatti si temano gli dèi,
è il non conoscerli che fa più grande il terrore.
Si narrava che spesso le profondità delle caverne muggissero
per i terremoti; che i tassi abbattuti risorgessero;
che, senza alcun incendio, le selve talvolta brillavano;
e i serpenti avvolgevano i tronchi, strisciando…
Le genti non frequentavano quel luogo per celebrare culti:
l’avevano lasciato agli dèi. Quando Febo è a metà del suo corso
o la nera notte occupa il cielo, lo stesso sacerdote teme di addentrarvisi
per paura d’imbattersi nel Signore del Bosco.

(Pharsalia, 3.399-425)

Uno alla settimana, si fa per dire…ma ci arriveremo. 🙂 Questa volta tocca ad un latino. Ovidio l’ho messo momentaneamente in pausa: ne avrei talmente tante che rischio di diventare monotematica. Ma tornerà (è una minaccia).

Dire qualcosa di originale su Gaio Valerio Catullo è una specie di mission impossible, quindi non lo farò. 
Senza dubbio è uno degli antichi più conosciuti. Anche perché, diciamocelo, al liceo lui è “quello delle parolacce”, che fa tirare un sospiro di sollievo al povero studente alle prese con la pesante letteratura latina del I secolo a.C. Per chi non ha presente di cosa sto parlando, immaginate di passare dai toni di Cicerone:

O tempora! O mores!
(Che tempi, che degenerazione dei costumi!)

ad altri decisamente differenti:

Pedicabo ego vos et irrumabo

che, se proprio vogliamo tradurlo, sarebbe un goliardico “ma io ve lo metto di dietro e in bocca”, per vendicarsi di due amici un po’ maligni.

Nonostante la goliardia, Catullo è il primo poeta latino a parlare d’amore in un modo come potremmo intenderlo noi. Prima di lui l’amore era un divertente gioco di equivoci nelle commedie di Plauto, oppure semplice piacere carnale nei mimi; o ancora, amore epico, tragico, quindi assolutamente lontano dai sentimenti reali.

I sentimenti veri e propri, quelli intimi e tormentati, quelli che fanno piangere, compaiono adesso. Prima di Catullo erano stati solo gli alessandrini, nel mondo greco, a comporre elegie d’amore. L’elegia è il lamento poetico: di per sé indica un tipo di metrica e inizialmente nasceva probabilmente come canto funebre o di battaglia.

Dunque, l’uso del metro elegiaco, la poesia di gusto, raffinata, di argomento spesso mitologico, la scoperta dell’individualità e dell’interiorità del poeta. Agli alessandrini devono molto Catullo e gli altri poeti suoi amici, detti neoteroi (i “novellini”). Perché è proprio di questo che stiamo parlando: di un gruppo di amici che si ritrovano, ridono, scherzano, si dedicano al piacevole passatempo della poesia.

Ieri, Licinio, abbiamo giocato
improvvisando sulle mie tavolette! 
Come avevamo deciso, una giornata raffinata.  
Scrivevamo, tu ed io, versi brevi,
giocando ora con questo ora con quel metro,
botta e risposta, con vino e allegria.

La cosa più bella che capita quando si leggono un po’ più da vicino gli antichi è che d’un tratto si ha una visione più realistica del loro mondo. Ed è questo che capita quando si legge Catullo: il mondo romano, sempre un po’ ovattato dietro quella patina di splendore, di grandezza, che è tipica di un’antichità che non ci appartiene più, si arricchisce di aspetti diversi da quelli tradizionali. Si vede la vita quotidiana, e neppure quella del popolo: quella di un circolo semiserio di giovani amici, una realtà che potrebbe benissimo esistere oggi. Dovete immaginarvi anche che fossero una specie di dandies (erano benestanti infatti, un po’ “figli di papà”) che organizzavano cene, bevevano insieme, si scambiavano le proprie poesie come regali.

Cenerai bene, Fabietto mio, da me,
tra qualche giorno, se gli dei vorranno,
e se porti una cena buona e ricca
non senza qualche bella ragazza,
e vino e spirito e risa in quantità.

Non solo: giovani, dandy e squattrinati. Il portafoglio vuoto è uno dei motivi tipici di scherno all’interno della cerchia, così come la fame cui si è costretti quando si fa una vita da perdigiorno dietro all’amore e alla cultura.

Che cena. Sì, perché la borsa del tuo Catullo
è piena di ragnatele!

Questi giovani rampolli, inutile dirlo, non avevano alcun reale interesse per la vita pubblica. Sempre di più Catullo mi somiglia a un Wilde: chissà, magari la sua famiglia avrebbe avuto piacere di vederlo percorrere il cursus honorum, ma lui aveva un’opinione piuttosto chiara della politica:

Non è che m’interessi poi tanto piacerti, o Cesare,
Nè mi preme sapere se sei “bianco” o “nero”.

La gens Valeria, originaria di Verona, era piuttosto in vista anche a Roma, dove Catullo si trasferì. Il poeta fece anche parte di una spedizione a seguito del pretore Memmio in Bitinia. Ma, nonostante nei suoi componimenti mostri di seguire le vicende storiche (le campagne di Cesare in Britannia, il primo triumvirato), non ha mai nascosto il suo sostanziale disprezzo per una vita -quella politica- che non manca mai di premiare i peggiori:

Chi se non un porco accattone e dissoluto
può sopportare di vedere Mamurra
aver tutte le ricchezze della Gallia Chiomata e di Britannia?

L’unica realtà che sembra degna di essere vissuta è quella personale dei sentimenti. L’amore in Catullo è quanto di più noto vi sia nella letteratura latina, e a ragione: la potenza e la modernità dei sentimenti che si leggono in queste poesie vecchie di duemila anni sono incredibili.

O mia Lesbia, la tua colpa ha talmente sconvolto il mio spirito,
autodistruttosi nella sua fedeltà,
che se anche diventi buona non sa più volerti bene,
ma, qualunque cosa tu faccia, non sa smettere d’amarti.

Purtroppo non c’è spazio per Odi et amo, per i Mille baci e tutti quei capolavori di delicatezza che tutti conoscono. 
Quel che colpisce di questa poesia nuova è che qui si teorizza l’amore con una complessità inaudita, quasi esistenziale. Lo si analizza da dentro e lo si fa per se stessi. E non solo l’amore: tutti i sentimenti assumono una potenza comunicativa che non ha proprio nulla da invidiare alle riflessioni moderne; anche perché non sono sentimenti falsi e costruiti per la poesia, ma autentici, spesso amari. Il disincanto può essere un sentimento commovente come l’amore.

Non sperare più di meritare un qualche affetto da nessuno.
Non illuderti che esista qualcuno di giusto.
Tutto è ingrato. Il bene che hai fatto
non serve a nulla. Anzi, ti pesa e ti contrasta ancor di più.
Come me: nessuno mi perseguita più aspramente
di chi mi ebbe come solo e unico amico.

Omnia mutantur, nihil interit

(Ovidio, Metamorfosi, XV, 165)

Sarà Ovidio a inaugurare le mie riflessioni classicheggianti. E’ forse banale, poiché è stato l’oggetto della mia tesi triennale e lo sarà ancora per quella specialistica. Ma Ovidio significa qualcosa in più, per me. Sarà che, come una volta ha detto la professoressa di Storia Greca, uno finisce irrimediabilmente per innamorarsi di quello che studia più a fondo.

Il poema delle Metamorfosi è complesso. Chi lo conosce poco sa che è, in soldoni, una rassegna di racconti, probabilmente una delle prime. L’intento dichiarato di Ovidio non era quello di fare una raccolta di novelle, ma di narrare la storia del mondo “dalla prima origine del mondo fino ai miei tempi” (I, 3-4). Voleva fare un poema epico, e c’era da capirlo: di quello c’era richiesta, era un genere che andava per la maggiore.

Per fare una storia del mondo, Ovidio sceglie di passare per tutte le storie di trasformazioni. E così, finisce per raccontare tutti i miti, dai più conosciuti ai meno noti, passando anche, negli ultimi libri, per la storia vera e propria (seppur mischiata alla leggenda, come spesso accadeva per la storia di Roma).

Però, quello che ci si domanda forse all’inizio della lettura è: perché le storie di trasformazioni, se voleva raccontare la storia del mondo? La risposta Ovidio ce la dà solo alla fine di questa sua opera fuori del comune, nel quindicesimo e ultimo libro.

Qui introduce la figura del filosofo Pitagora (vissuto nel VI secolo a.C., quasi sei secoli prima di Ovidio), le cui dottrine, che molto avevano del magico e dell’ascetico, erano recentemente tornate in voga. E’ Pitagora che, prendendo spunto dalla teoria della metempsicosi (la reincarnazione: Pitagora qui sembra una specie di santone buddista :)), prima invita al vegetarianesimo (non sia mai che nel pollo si sia reincarnato un nostro vecchio parente!), poi passa a spiegare l’eterno movimento e l’eterna mutazione di ogni cosa del mondo. Esattamente come le anime trasmigrano, i corpi si modellano, tutto cambia inarrestabilmente.

Ed ecco il motivo della scelta di Ovidio: la storia del mondo è da sempre una storia di trasformazioni, di rimodellamento della materia sotto gli influssi del tempo e dello spazio. Non solo: la storia dei popoli e delle città segue la stessa sorte, è destinata a mutare continuamente, ad estinguersi e a ripetersi continuamente, senza mai morire davvero. Tutto cambia e nulla definitivamente muore, è questo che dice la citazione all’inizio.

Il mondo di Ovidio è tanto più reale, rispetto al mondo statico e glorioso tratteggiato da altri grandi autori suoi contemporanei (il paragone è col poeta epico per eccellenza, Virgilio), proprio perché è fluido. In esso i confini non sono mai del tutto distinguibili, e quando si crede di averli individuati scompaiono. Basta leggere il classico episodio della trasformazione in alloro di Dafne, ninfa amata da Apollo, per accorgersi di questo aspetto. La potenza descrittiva della poesia riesce addirittura a nascondere il momento del passaggio dalle braccia umane ai rami: tutto appare indistinto, fluido e al tempo stesso naturale. Il mondo di Ovidio è un mondo pervaso da eterne tensioni verso il cambiamento, tra la morte e la vita. E’ il nostro mondo.

C’è un’ultima cosa: la varietà. Ovidio non voleva davvero fare un poema epico, altrimenti non avrebbe scelto questa via. Raccontare lo divertiva, e lo si capisce in modo inequivocabile quando si leggono le Metamorfosi. A lui piace raccontare quelle storie così diverse l’una dall’altra. Se il mondo è un eterno passaggio dal caos all’ordine e viceversa, è la fase del caos che lui preferisce. Un caos dove tutto può succedere, dove gli dèi combinano disastri, scene tragiche si trasformano in farse, il confine tra uomini, animali, piante può venir meno in ogni momento.

E’ un mondo letterario, e per questo è così originale, così indipendente.