charles

La scena della danza col mappamondo.

Io l’ho battezzato, in modo vergognosamente banale, “L’ho visto in un film!” (e che vuo’ pretendere in due minuti?), ma il mio programma di proiezioni cinematografiche a scuola potrebbe benissimo chiamarsi “educhiamo-i-bambini-alla-cinefilia-e-pure-a-essere-un-po’-indie-snob”.  Fortunatamente per loro, tra un Little Miss Sunshine e un The Millionaire rientra anche qualche classico dei classici. Dopo aver sottoposto alla mia terza media Tempi Moderni ho deciso di riproporre un film che io stessa vidi per la prima volta alle medie e che ricordavo per avermi lasciato uno spazio vuoto, una finestra aperta che non avevo mai richiuso. Una domanda inespressa, forse.

Perché Il Grande Dittatore è proprio quel genere di film che non puoi capire fino in fondo a tredici anni, ma proprio per questo tredici anni è l’età giusta per vederlo. Te lo spari così, godi dell’esilarante mimica facciale di Chaplin, della sua comicità così limpida e inconfutabile, che fa ridere con lo stesso gusto un bambino e un adulto, infine riconosci quella satira politica che il prof si curerà di farti notare, in modo adeguato e contestualizzato al programma di storia… Poi, però, resti in attesa. Sul finale ti chiedi se ci sia qualcosa che non hai colto o che volutamente non ti è stato spiegato.

La trama è universalmente nota (posso dirlo il finale, vero?vero!): un barbiere ebreo, uomo di buon animo e un po’ sbadato, perde la memoria in seguito a un incidente durante la Prima Guerra Mondiale; al suo ritorno dall’ospedale trova la Tomania (pseudonimo della Germania) oppressa dalla dittatura del generale Adenoyd Hynkel, uomo di enorme carisma, animato da sentimenti nazionalisti e antisemiti e deciso a dominare l’intero mondo. Il barbiere vivrà molte disavventure nel ghetto, dove conoscerà anche l’amore, finché una stretta autoritaria del dittatore Hynkel non lo costringerà alla deportazione in un campo di concentramento. Durante le operazioni per l’invasione della vicina Ostria – in cui Hynkel si trova a trattare con una tristemente esatta parodia di Mussolini, il dittatore italiano Benzino Napaloni – il barbiere, fuggito lungo il confine tra i due Paesi, viene scambiato per il Dittatore (cui somiglia in modo impressionante) e condotto a tenere il discorso solenne alla folla del popolo conquistato. È qui che il buon uomo esprime sinceramente il suo pensiero sulla dittatura e, più in generale, sulla guerra e lo spreco di energie che gli uomini mettono in atto per rivaleggiare e distruggersi tra loro, quando dovrebbero solo impegnarsi per la pace e l’armonia. Che poi è nient’altro che il sigillo di Chaplin. L’unico messaggio che lui abbia esplicitato verbalmente nei suoi film. Che poi, riassunto così, non rende granché. Ne riporto solo uno stralcio, quello che a me fa sempre scendere la lacrimuccia.

Mi dispiace, ma io non voglio fare l’Imperatore: non è il mio mestiere; non voglio governare né conquistare nessuno. Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. In questo mondo c’è posto per tutti. La natura è ricca, è sufficiente per tutti noi; la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato. L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca fra le cose più abbiette. Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l’avidità ci ha resi duri e cattivi; pensiamo troppo e sentiamo poco. Più che macchinari, ci serve umanità; più che abilità, ci serve bontà e gentilezza. Senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto.

Si potrebbe dire tanto su queste parole; tutte cose già dette. La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici. Più che macchinari, ci serve umanità. Viene in mente la celeberrima scena di Tempi Moderni in cui Charlot veniva imboccato dall’infernale Macchina per il Pranzo, o anche quella, altrettanto impressa nell’immaginario comune, in cui diveniva un ingranaggio dei macchinari di fabbrica: simboli così ovvi eppure così efficaci della disumanizzazione portata avanti dal progresso, una costante nel pensiero di Chaplin.

Ma una cosa fra tutte colpisce e lo fa perché la si è notata per tutta la durata del film.
“Scusi, è permesso, posso entrare?”, chiede Charlot all’inizio, entrando in un rifugio alleato. Siamo nel bel mezzo della guerra e lui chiede il permesso. Scusi, posso entrare. Questo particolare mi ha mandata letteralmente fuori di testa, ho sorriso come un’idiota. Charlot è un brav’uomo. No, di più: è gentile. Con quest’ottica tutto assume un senso più compiuto: la riconoscenza del comandante Schultz verso l’amico, la bellezza solare e pura di Hanna, il tenero primo appuntamento fra i due, l’ingenuità del barbiere di fronte alla barbarie dei militari. E più oltre, il senso è ancora nei simboli: come la piantina.
La piantina che Charlot tiene in mano quando viene pestato nel ghetto; alla fine della colluttazione la tiene ancora stretta e non trova di meglio da fare che annusarla immediatamente, quasi a voler assaporare un intimo momento di serenità. Un momento che io, questa volta, ho colto. E ho sorriso un’altra volta, perché ho visto in quella piantina, come nella domanda di permesso per entrare, tutta la gentilezza del mondo che il film intende promuovere come valore assoluto; la gentilezza senza cui “la vita è violenza e tutto è perduto“.

È per questo che il finale non mi ha lasciato lo stesso senso di incompleto di quando avevo tredici anni. Non si sa che fine farà il barbiere, ma poco importa. Il vero scopo della pellicola, la sua conclusione perfetta e il punto di arrivo decisivo di Chaplin dopo una lunga serie di film muti e scene di grammelot che sembravano voler declassare il compito della parola, è quel discorso all’umanità che è invece il trionfo assoluto della parola. Uno sfogo in crescendo, tanto più contrastante con i silenzi di Tempi Moderni quanto più urgente era nel regista il bisogno di comunicare, a quell’umanità che andava in guerra, tutta la sua sincera preoccupazione.

(parte 3)

Emina attese. Guardò Delynn, che sedeva compostamente sulla sedia che un tempo aveva occupato a pranzo, anche se con tutta probabilità neanche se lo ricordava. Leriel stava in piedi silenziosa, appoggiata ad una colonna di pietra.
Non furono i medici a venire da loro: nella Sala entrò Iarea, tutta curva, con le lacrime che sgorgavano abbondanti sulla faccia rugosa. Cosa ci fosse da piangere con tanta disperazione, Emina non l’avrebbe mai capito. Ma capì – e lo capirono anche le sue sorelle – quello che la vecchia nutrice non espresse a parole.

 A Delynn sembrava che ci stessero mettendo troppo, i funzionari del castello. Forse si erano dimenticati di loro. Non potevano andare a visitare la camera del padre senza l’annuncio ufficiale, ed era già un’ora che aspettavano lì come delle stupide.
Emina, sparita per qualche secondo nella stanza accanto, stava tornando con una scala.
La posizionò alla parete.
«Aiutatemi. Ho giurato che sarebbe stata la prima cosa che avrei fatto.»
Delynn si alzò e, malgrado il sonno, si mise ad aiutarla a tirar giù dal muro quell’orribile tela.
Ma, appena Leriel si fu mossa per venire a dar loro una mano, un rauco grido di protesta si levò dal corridoio ovest.
Le tre donne si fermarono a metà dell’opera, mentre il vecchio e traballante Conte di Grimlen, nella sua vestaglia rossa, faceva il suo ingresso nella Sala.
«Cosa cercate di fare?» rantolò. Fu sul punto di cadere e si aggrappò ad un pilastro. Leriel corse a sostenerlo.
«Finché io…» gracchiò il Conte, tenendosi alle braccia della figlia maggiore, «…Finché io sono vivo, quello dovrà rimanere lì dov’è!»
E detto questo, si divincolò dalla presa di Leriel e ripercorse il corridoio, zoppicando e tossendo, fino alla sua stanza.
Delynn, Emina e Leriel non lo seguirono, ma rimasero a fissarsi l’una l’altra, impallidite.
«Ebbene?» fu Delynn a parlare.
«Mi pare chiaro che abbiamo frainteso» disse secca Emina.
«Come si può fraintendere la morte?» domandò Leriel. «…Che si sia ripreso dopo che sono uscita?»
Nessuno rispose.
«Su, rimettiamolo alla parete.»

 Il giorno seguente, assieme alle sorelle, Leriel tornò a far visita al padre. Lo trovarono al solito posto, coperto fin sotto il mento, i capelli bianchi sul volto.
Aprì gli occhi quando le sentì entrare. E quando Emina gli prese la mano e si sedette di fianco al letto, reclinando il capo verso di lei, disse stancamente:
«Figlie mie…Il mio tempo sta per finire. Prima del calar del sole, sarò al di là di questa vita.»

 Emina incrociò Iarea mentre percorreva il corridoio centrale. Attese che fosse lei a parlare. Finalmente, dopo qualche altra lacrima, la nutrice disse:
«Vi sono vicina nel dolore, milady. I funerali si terranno domattina.»

 «…E ora è il momento di farlo sparire» dichiarò Emina issandosi sulla scala per raggiungere il grande ritratto. Delynn esitò per qualche secondo, poi si avvicinò.
«Ha voluto logorarci il fegato sin nella morte» disse con una risata amara.
Leriel stavolta non le aiutò, ma rimase a guardarle in dignitoso silenzio.
E proprio quando il ritratto era già deposto a terra e Delynn stava per tirare un respiro di sollievo, improvvisamente lo videro di nuovo.
Lì, sulla soglia dell’ingresso.
«Credevo di essere stato chiaro!» abbaiò il Conte, precariamente appoggiato al suo bastone. Respirò a fatica. «Non…tollererò…che mi oltraggiate ancora!»
E strisciò via, incollerito, col corpo e col viso appiccicati alla parete.

 «Cos’è questa storia?» chiese Emina alla vecchia Iarea. Leriel non l’aveva mai vista così tesa.
«Bisogna portare pazienza…» rispose quella. «Temo che dovrete attendere ancora qualche giorno.»
E detto questo, le lasciò lì, sole e mute: Emina che si mordeva nervosamente le unghie, Delynn che si faceva aria col ventaglio ostentando una falsa rassegnazione, e Leriel che per la prima volta non sapeva darsi una risposta.

 Ma sette giorni passarono senza che la salute del Conte desse segni né di miglioramento né di peggioramento. Ogni giorno Emina tornava in quella stanza, seguita da Delynn e Leriel; e ogni giorno suo padre apriva gli occhi, le guardava e diceva che prima del calar del sole sarebbe stato oltre questa vita.
Otto giorni, nove. Dieci. E ognuno di questi, ogni ora, ogni maledettissimo minuto, suo padre era in fin di vita, ma niente di più.

 Dopo quindici giorni di permanenza a Grimlen, Delynn ricevette una missiva dalla Marca di Theun: suo marito, preoccupato, chiedeva quale fosse il motivo che la tratteneva così a lungo. C’erano forse problemi giuridici legati al testamento?
Ma quale testamento!, Delynn scagliò la lettera con stizza contro il muro. Se non c’era neppure il defunto!
Ne sarebbe impazzita.

Leriel, chiusa nella propria vecchia stanza, pose le sue domande alla Dea.
Non era ancora il momento?
La Terra aveva deciso di punire lei e le sue sorelle?
O forse rifiutava di accogliere suo padre?
Non ebbe risposta.
Si alzò in piedi. Ringraziò la Dea. E chiese perdono a sua madre.
Di fronte al silenzio degli dèi, l’animo umano necessariamente si arrende.

 All’arrivo del notaio, una grigia mattina, Iarea trovò con sorpresa che tutte e tre le figlie del Conte se n’erano andate.
Dalle scuderie venne a sapere che lady Emina aveva fatto preparare cavalli e carrozza la sera precedente, ed era partita verso la Contea di Padrath, con l’intenzione di non fare più ritorno.
La Marchesa Delynn era stata raggiunta il giorno prima dal marito, che l’aveva condotta via mentre, dicevano, strillava come in preda alla follia che tutto l’oro, i vestiti e le scarpe della Marca di Theun erano perfettamente sufficienti a farla felice.
Quanto alla Somma Leriel, aveva ringraziato e si era fatta allestire una carrozza con due cocchieri per recarsi il più rapidamente possibile a Besadhil. Si era congedata invocando, per qualche oscura ragione, la misericordia e il perdono della Dea Terra su di sé, sul castello e sull’intera Contea.
Iarea non riusciva a immaginare cosa avesse loro impedito di attendere un giorno di più. In fondo, le aveva avvertite che ci sarebbe stato un ritardo per la lettura del testamento: il notaio e il suo accompagnatore, sir Ghantar di Hail, cugino del Conte, erano rimasti bloccati sulla via per colpa di un incendio.
Ma, del resto, in quei giorni le Contessine non avevano avuto che comportamenti strani. Dopo la morte del Conte, avvenuta l’indomani del loro arrivo, Iarea le aveva viste spesso andare e venire come in processione, tutti i giorni, da una stanza vuota contigua a quella, ormai chiusa, da cui era stato portato via il defunto. A fare che, non si sapeva.
In più, non si erano neppure presentate ai funerali. E avevano tolto e riappeso quella vecchia cornice col ritratto del Conte almeno una dozzina di volte, senza motivo.

La nutrice nascose l’imbarazzo e fece accomodare i due ospiti.

Io, Relidor Marbred Conte di Grimlen,
con la fede del Re e degli dèi, lascio tutti i miei averi,

spartiti in egual misura, a chi presenzierà alla dichiarazione delle mie ultime volontà;
e l’amministrazione della Contea al mio fedele cugino e socio, sir Fortred Ganthar,
che nomino mio successore.

Al termine della lettura, Iarea lanciò uno sguardo interrogativo al notaio e poi a sir Ganthar accanto a sé. Fatta eccezione per loro, la stanza era vuota.
«La carta parla chiaro, milady» fu la spiegazione del notaio.
«Venite, Iarea» disse Ganthar sorridendo sotto i baffi. «Mostratemi il castello, prima che vi consegni la parte che vi spetta.»

 La Sala da pranzo era quasi buia.
«Immagino che vorrete toglierlo» disse Iarea accennando al grande quadro.
«No…» rispose il Conte Ganthar. «Penso proprio di no.»
Dall’alto della parete, gli occhi dell’uomo nel quadro li fissavano. Per un attimo, parvero quasi accendersi di trionfo.
Ma era soltanto un bagliore proiettato dalla guizzante fiamma delle candele. 

Martina C.
(parte 2)

Emina lasciò che il vento spargesse le sue ciocche rosse confusamente qua e là.
Dal balcone poteva vederli: prati, campagne, foreste… La libertà di rincorrerli leggera, sola, come aveva sempre sognato, aveva un prezzo: il denaro che presto sarebbe arrivato.
Qualcuno si avvicinò.
«Milady, i vostri cavalli sono pronti, come avete ordinato.»
Riccioli neri, occhi scuri ed una corporatura possente, aveva tutto ciò che una donna poteva desiderare in un uomo. Emina gli sorrise maliziosa.
«Di già?» disse. «E tu sei pronto, Meirar?»
Meirar la prese fra le braccia. «Dunque stai per partire davvero? Te ne andrai per sempre?»
«Ti ho offerto la possibilità di seguirmi, cosa vuoi di più?»
Lui si sporse per baciarla, ma Emina si sottrasse, cullando dentro di sé la deliziosa sensazione di tenere in pugno il cuore di un uomo. Meirar la lasciò sgusciare via, seguendola con uno sguardo perso che non fece che alimentare il suo divertimento.
Emina raggiunse la propria stanza. Non le dispiaceva affatto dover lasciare i luoghi dell’infanzia: solo lasciare le tracce di sé che echeggiavano ovunque la infastidiva e non poco.
Tanto per cominciare, lo specchio l’avrebbe portato via. Vi si guardò dentro e vide quella che era alla luce del sole: si amava quasi più di quanto tutti amassero lei.
Le sue sorelle avevano torto a pensare che la sua vita da ultima figlia nubile fosse stata tanto miserabile quanto devota alle leggi paterne. In realtà, la già avanzata vecchiaia e la malattia avevano impedito al padre di controllarla giorno e notte, e avevano permesso che entro quelle fredde mura Emina realizzasse una dolce, disinibita, egoistica forma di felicità, che solo l’ormai imminente libertà avrebbe potuto rendere più perfetta di così.
Frugò nei suoi portagioie. Anche quelli se li sarebbe portati via.
Si provò un paio di semplici orecchini che erano costati al tenero Meirar lo stipendio di tre mesi. Rise. Tutti quei sacrifici per un solo bacio.
E la catenella d’oro intrecciata a fili di seta rossa, che riluceva sul suo collo come il sole sulla neve? No, quella era un regalo del Conte di Padrath, che, da quando era venuto in visita presso suo padre, si diceva incapace di liberarsi dell’ardente amore per lei. Veniva a trovarla quasi ogni mese.
Mentre l’anello…oh, l’anello era uno dei suoi pezzi preferiti: la pietra nera che si trovava solo nelle miniere di Axas, dono galante del Marchese, allegato ad una poesia di sua propria composizione…
Emina si riteneva assai più felice di entrambe le sue sorelle messe assieme. Aveva amato più uomini di loro, e dei più ricchi del regno. Desiderata, adorata mille volte più di loro, non era costretta ad alcuna forma di fedeltà, né ad un uomo né a un dio.
E prima del calar del sole sarebbe stata completamente libera.

 Delynn non riusciva più a trovare la strada che conduceva alle sue stanze. Tanto aveva odiato quel posto, da dimenticare del tutto la sua fisionomia. Si imbatté nella sua camera per caso: la riconobbe dalla crepa che venava l’arco di pietra sovrastante la porta. Spinse il legno secco ed entrò.
La crepa sul muro era l’unico particolare rimasto invariato, oppure Delynn aveva scordato anche l’aspetto della sua camera da letto? No, quello stravolgimento era certamente opera di Emina.
Non c’erano più le azzurre stoffe alle pareti che sua madre aveva fatto confezionare per lei dagli artigiani più rinomati del Regno. Erano state sostituite con orribili, tetri arazzi di porpora. E le sue tende bianche ora erano brune e spente. Uno scrittoio, una lampada a olio e un cassettone: aveva tutta l’aria di essere diventata un piccolo studio, e nessun dubbio che Emina ne fosse padrona.
Quello che provava era solo un lievissimo senso di usurpazione: non aveva certo da invidiare a Emina il possesso di spazi propri. Nella Marca Delynn aveva ben dieci stanze personali.
Il lusso e l’agiatezza erano la sola cosa che rendevano sopportabile una vita coniugale. Ma non erano poca cosa: le sue sorelle avevano di che rammaricarsi di essere rimaste nubili. Non sapevano cosa volesse dire farsi servire, adulare, riverire; dettare legge fra le mura di una splendida dimora, senza altro superiore che il proprio marito, spesso assente da casa. Crescere un futuro Marchese sano e forte, cosa che le procurava la stima della gente che contava.
E ancor più, sfoggiare abiti all’ultima moda, frequentare ambienti raffinati, essere l’oggetto dell’invidia di ogni dama che visitava il suo salotto.
Quella era vita: non la triste reclusione che aveva vissuto per diciassette anni.
Prima del calar del sole, ogni cosa di quel buio passato si sarebbe dissolta per sempre, lasciandole solo una meritata ricompensa ed una seconda casa su cui imperare.

 Leriel era rimasta con il vecchio Conte di Grimlen, osservando con freddezza il suo corpo e il suo spirito cedere ogni momento di più all’Abbraccio eterno di Neea. Restava morbosamente inchiodata a quella scena, in quella stanza, forse per riuscire a capire quello che neppure una Sacerdotessa della Terra sa: cos’è che davvero accade quando lei, la Terra, decide di riprendersi ciò che è sempre stato suo.
Leriel aveva preso il posto di Emina, sullo sgabello. Indugiando con lo sguardo sulla parete opposta, si ritrovò a fissare intensamente gli occhi neri di sua madre, perpetuamente vivi nella staticità di un’immagine dipinta molto tempo addietro.
Tyabel delle Terre del Crepuscolo era diventata Contessa di Grimlen ancora sedicenne, unendosi ad un uomo che aveva molte terre e cavalli, grande influenza sul re e trentadue anni più di lei. Ma era stata sfortunata: prima ancora di poter gustare i frutti dell’aver sposato un uomo ricco, potente, vecchio e malato, una polmonite l’aveva mandata avanti a lui nella tomba, pochi mesi dopo il parto della sua terzogenita.
Leriel doveva molto a sua madre. Da lei aveva imparato la calma e meditata accettazione degli eventi, riuscendo a ricavare il meglio da ognuno di essi.
Così, dalla repressione di un amore giovanile socialmente disonesto, aveva ricavato la determinazione a conseguire solo ciò che era prestigioso e conveniente. Dalla paterna imposizione di una vita di doveri e castità, aveva ricavato la benevolenza della Dea e una posizione di potere esercitabile persino su suo padre stesso.
Dalla morte di un genitore, ora, sarebbe venuto il riscatto di quella di un altro.
I fieri occhi di Tyabel ne sembravano convinti. Quello che, per un fato meschino, non aveva potuto ottenere lei, lo avrebbe avuto Leriel, prima del calar del sole.

E mentre il cielo, fuori dal vetro appannato delle finestre, si tingeva del colore sanguigno, Leriel vide – o credette di vedere – i mille fili della Terra, le mille braccia della Dea, posarsi sul corpo di suo padre come luminose ragnatele, nel momento in cui il suo respiro iniziava a farsi più raro… 

(continua)

Con questo racconto sono arrivata in finale al premio “Sentiero dei Draghi”.  (http://www.ilsentierodeidraghi.it/)
Lo si trova pubblicato nell’antologia del premio, scaricabile da Lulu all’indirizzo http://www.lulu.com/product/a-copertina-morbida/la-libert%C3%A0—premio-letterario-sdd-2011/18717955

I personaggi, la geografia, i nomi e gli elementi filosofico-religiosi sono quelli del mio mondo fantasy.

PRIMA DEL CALARE DEL SOLE   –   I

Le candele, schierate una accanto all’altra sul lungo tavolo di marmo, proiettavano tetri bagliori tutto intorno. Di quella luce instabile tremolavano le sagome delle sedie, la pietra del muro, le pieghe del vestito di Emina.
Al buio, ne era sicura, il suo viso perdeva il consueto fascino. Non vedeva l’ora che fosse di nuovo giorno.
In alto sulla parete ovest, dietro il posto di capotavola, il grande ritratto la scrutava con un vago intento di accusa. Di giorno non era così minaccioso; di giorno era più che sopportabile, soprattutto per chi, come lei, sedeva di lato e non era costretto a fissarlo negli occhi. Emina Marbred sorrise di quell’uomo vecchio e brutto, con gli occhi verdastri e l’espressione severa.
Quando suo padre era stato il Conte di Grimlen, chiunque si sarebbe nascosto sotto il tavolo, nel sentirsi puntati addosso quegli occhi di falco. Ma non ora.
Un rumore di passi frequenti giunse dall’altra sala. Erano tacchi, un paio di quelle scarpette che nella Marca di Theun erano attualmente il sogno proibito di ogni donna.
Stavano arrivando.
Un ammasso di stoffe, fiocchi e trine oltrepassò l’arco di pietra per entrare nella Sala da pranzo.
Emina non si spostò di un millimetro, mentre rivolgeva un distaccato cenno di saluto a sua sorella, che l’oscurità quasi totale non le aveva impedito di riconoscere.
L’altra non rispose neppure, ma fece qualche passo ancheggiando e alzò lo sguardo verso il ritratto.
«Irritante. Anche più di come lo ricordassi» disse, con l’accento strascicato che aveva imparato nella Marca. «Come fate a tenerlo ancora lì?»
«Dobbiamo, Delynn. L’abbiamo tolto una volta e lui è andato su tutte le furie. Da allora, finché c’è il Conte, nessuno si azzarda a toccarlo.»
Delynn Marbred, da tre anni nel casato di Aloan, fece una smorfia di disgusto, di quelle che solo lei sapeva fare, con quella boccuccia da bambolina. Lei, invece, sembrava più bella nella semioscurità, perché il sole metteva in risalto tutti i difetti della sua pallida carnagione, anche quando si copriva di trucco. Ma era sempre stata convinta che i suoi riccioli biondi la rendessero la più bella della Contea. Quanto al vestire, non aveva mai avuto buon gusto e ne aveva ancor meno da quando aveva sposato un marchese del nord.
«E dunque» disse, «Pare proprio che lo toglierete, fra breve.»
«È quello che spero» rispose Emina, senza un minimo di rimorso per quelle parole spietate.
«Cosa dicono i medici?»
Delynn, poi, non si sarebbe certo scandalizzata per così poco. Lei se n’era andata col primo ricco che le era capitato proprio per allontanarsi il più possibile dall’uomo che odiava. In questo si trovavano perfettamente in sintonia.
«Che non c’è cura, e che è difficile stabilire se sarà la malattia o la vecchiaia.»
Delynn non commentò. Si voltò verso l’arco, dal quale proveniva un nuovo rumore di passi.

 Una figura alta e magra, fasciata in un abito blu da cerimonia, il capo coperto da un velo, entrò nella Sala camminando lentamente.
Delynn la guardò. Era tanto che non la vedeva, più o meno dal giorno del proprio matrimonio. Il viso lungo e serio, gli occhi verdi del padre e l’espressione pungente di sua madre; identica alla Contessa anche nel modo di incedere, calmo e solenne.
«Ci hai fatte aspettare, Leriel» le disse, notando l’estrema cura con cui aveva spazzolato i lunghissimi capelli neri. Un vero peccato che dovesse tenerli in parte nascosti. Ma così volevano le regole del suo Ordine.
«È già accaduto?» domandò Leriel con il timbro grave della sua voce. Alzò poi gli occhi verso il ritratto, osservandolo senza scomporsi.
«No» le rispose Emina, dal suo angolino dov’era rimasta immobile tutto il tempo. Evidentemente stare rinchiusa in quella casa infernale le aveva fatto perdere la capacità – o forse la voglia – di muoversi più del necessario. Delynn la compativa: la più giovane di loro, sola, che per fuggire alla sottomissione di un altro uomo era rimasta inchiodata a quella paterna. Certamente sperava che quella strana forma di fedeltà costituisse un vantaggio sulle altre due.
Ma Delynn era certa di essere la favorita. Suo figlio Nedlin, di appena due anni, unico discendente maschio della stirpe dei Marbred, era senz’altro sufficiente a far pendere dalla sua parte l’ago della bilancia.
Leriel la stava fissando, come intuendo i suoi pensieri. Beh, pensò Delynn, poco importava: del resto anche a lei erano perfettamente manifesti quelli della sorella. Nessun dubbio che ritenesse di avere diritto ad un trattamento particolare, in qualità di figlia maggiore e da sempre prediletta, e in virtù della sua appartenenza all’Ordine. Ma la sua per quanto prestigiosa posizione era del tutto ininfluente all’interno della famiglia e della Contea, e questo lei lo sapeva benissimo.
«Dovremmo salire, adesso?» chiese.
«Sì» rispose Emina. 

Si avvicinava l’alba. Mentre entravano nella stanza del padre, Leriel si meravigliò di quanto le apparisse piccola adesso. Non era stato un luogo di ricordi felici: in quella camera, nelle interminabili ore di colloquio sotto il soffitto affrescato, aveva accettato di diventare Sacerdotessa della Terra. E adesso era la suprema Adepta dell’Ordine, la più insigne Sacerdotessa di Neea in tutto il Regno, potente come un Conte e forse di più.
Sì: delle tre figlie, Leriel era quella che si avvicinava di più ad un uomo, l’unica in grado di colmare il vuoto di potere politico che l’assenza di un erede maschio rappresentava per il Conte di Grimlen.
Ed eccolo lì, il Conte, coperto fino al mento dal lenzuolo bianco, il corpo già in gran parte avvinghiato dai lacci della Terra Accoglitrice, l’anima ancora strenuamente resistente al richiamo della morte. I capelli bianchi gli nascondevano in parte il volto rinsecchito.
Iarea, la nutrice, si alzò dal suo sgabello al capezzale del letto. Accennò un inchino e uscì dalla stanza piangendo.
Emina si sedette al posto lasciato dalla vecchia e iniziò la sua certo ben studiata messa in scena.
«Padre mio» sussurrò con dolcezza. «Fate un piccolo sforzo…Siamo tutte qui, come potete vedere. Aprite gli occhi.»
Lo sforzo del padre fu però grande, per aprire gli occhi. Leriel sentì Delynn, accanto a sé, fare un passo indietro. Anche se non c’era davvero più nulla di minaccioso in essi, quelli restavano pur sempre gli occhi del loro padre, gli occhi egoisti del ritratto, gli occhi del padrone di casa, che ancora avrebbero potuto rivendicare potestà su tutto quanto si muoveva entro le mura di quel castello.
Ma il Conte di Grimlen non rivendicò nulla, neppure con lo sguardo. Gracchiò qualcosa a Emina che gli porgeva l’orecchio.
«Cosa dice?» chiese Delynn.
«Che vi avviciniate.»
«Figlie mie…» disse la voce stanca e a malapena udibile del vecchio. «Non temete per me. Prima…» Tossì. «…Prima del calar del sole, sarò oltre questa vita. Così hanno detto i medici.»
«Ci dispiace non essere venute prima, padre.» L’ipocrisia di Delynn era talmente palese che lei stessa si vergognò delle parole che aveva pronunciato e arrossì.