Allora lui disse: “Sei ancora sveglia?”
E lei rispose: “Sì.”
E lui: “Anch’io. A cosa pensi?”
Rispose lei: “A tante cose.”
“Belle?”
“Molto.”
“Potremmo dircele”, rispose lui.
“Potremmo dircele”, disse lei.
Sorrisero.
“Potrei tornare indietro” disse lui infine.
“…”
“…Se tu vuoi.”
Lei tacque.
Lui tacque.
“Non mi piacciono i condizionali. Nemmeno i se”, rispose lei. “E poi sono già in pigiama.”

E fu la buonanotte.

Lui non eliminò i condizionali e i se, non prese la macchina per tornare.
Lei non si tolse il pigiama e non gli chiese di prendere la macchina.

E quelle cose belle rimasero tutte nell’aria, sospese.
Tra loro. Nel mondo.

Non siamo
mai gli stessi

Le coincidenze del passato
Gli sguardi di ieri
di una persona che era
Sguardi che non potevo incontrare

I frammenti che hai lasciato
per qualcuno che non sono io

Carezze
Attimi che erano destinati a perdersi
Quelli che non saranno mai miei
Perché, semplicemente
non lo sono stati.
Quelli che, sulla strada di altri
ti hanno portato da me.

Non siamo
mai gli stessi.

E adesso
che tutto è per me
Che ogni tua parola si spende
per quelle nostre poche ore

Sono proprio quegli attimi che vorrei
E vorrei per me
tutti i frammenti
E vorrei possedere
tutte le tue storie.

E questa fame ferina
mi tiene in vita
Come e più dell’attesa del nostro Tempo
del mio
e del tuo
insieme.

Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta
vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla
ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti

Poserò la testa sulla tua spalla
e farò
un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l’aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare
chi sarà
sarà chi rimane
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente di ali

(Khorakhanè, F. De André)

Il 27 gennaio è da sempre l’occasione di polemiche. Un po’ come il 25 aprile. È una cosa alla quale non mi abituerò mai.

Difficile, davvero difficile capire cosa ci sia di contestabile nel ricordare uno dei più grandi crimini mai commessi dal genere umano. Che non sia l’unico, purtroppo, lo sappiamo tutti. Ma credo che ci siano due buone ragioni per cui l’Olocausto è quello che è più presente (ma sempre meno) nel nostro immaginario: la prima, perché è quello che possiamo leggere, vedere, toccare ancora con mano nei pochi testimoni diretti che sono ancora in vita.
La seconda è che l’Olocausto non avrebbe dovuto verificarsi. È tanto più scioccante quanto più si considera in che luogo e in che momento storico abbia potuto essere concepito. Nell’Europa che era la culla della civiltà, della cultura, del progresso. Nell’Europa che era il Vecchio Continente, dove “vecchio” avrebbe dovuto significare forse anche “saggio”. L’Europa che ne aveva viste e vissute tante. Insomma, ci si sprecava (e ci si spreca ancora) a parlare di “Occidente progredito”, e proprio questo nostro Occidente progredito ha pensato, elaborato e realizzato la Soluzione Finale.

Non c’è poi molto altro da dire, se non che proprio questo dovrebbe farci pensare alla possibilità che tutto questo si ripeta. L’Olocausto sembra una storia vecchia di secoli. Ricordo che quando ne sentii parlare per la prima volta non riuscivo a comprenderlo fino in fondo: lo mandavo giù solo a patto di pensarla come una storia finita, passata, lontana. “Meno male che sono nata più tardi!”
Invece non solo non è vecchia di secoli, ma ha tutti i presupposti per ripetersi.

Una nazione in piena crisi economica, un colpo di stato, un uomo carismatico e completamente pazzo, un capro espiatorio, una guerra che coinvolge a poco a poco tutto il mondo, infine un’idea diabolica. È davvero così difficile? La nostra civile Europa di oggi è davvero tanto diversa da quella di settant’anni fa? A volte mi sorprendo a pensare che sia peggiore, per molti aspetti. Che manchi solo il pretesto per qualcosa di tragico. Che le leggi non bastano: non c’è una linea di pensiero, un sentire comune, una memoria sufficientemente forte che ci potrà salvare se mai un giorno questo pretesto si trovasse.

Chi sarà a raccontare? Sarà chi rimane. Oggi ho letto un post di Licia Troisi che parla proprio di questo. E quando non rimarrà più nessuno? Ricominceremo da capo?

Non solo: finché esisteranno il negazionismo, l’ignoranza, la superficialità, la sfrenata agiatezza di noi uomini d’oggi, gli inganni e i sonniferi per la mente che ogni giorno ci sorbiamo, finché c’è tutto questo l’errore avrà campo libero. E se può ripetersi lo farà. Corsi e ricorsi storici…come un cancella e riscrivi automatico. E il brutto è che non ce ne accorgeremo prima.

E poi?
Quanti giorni della Memoria ci saranno tra 1000 anni? Quanti ne serviranno per imparare?

Chi è mai stato davvero convinto di voler crescere?

Al di là della paura per le conseguenze del tempo. Al di là delle responsabilità, delle preoccupazioni, della tristezza che sempre più ci caratterizza man mano che diventiamo adulti. C’è qualcosa di prezioso nell’infanzia che è doloroso lasciarsi dietro per sempre: la sua fantasia.

La fantasia c’è a tutte le età, ma quella infantile è quanto di più vivifico, spontaneo, originario esista. Per usare una parola da letterata greca, è qualcosa di panico, di totalizzante, universale, in comunione con tutta la realtà intorno: natura e non.
Ogni filo d’erba diventa una sorpresa e una storia, le mattonelle del pavimento di casa sono sentieri nascosti, le tende foreste di alberi, i cuscini del divano zattere per salvarsi dal naufragio scatenatosi in salotto (con grande gioia di mamma).

I mondi dell’infanzia sono una voragine che ti risucchia. Sono il rifugio dei pomeriggi fuori e dentro casa. Un patto segreto tra un bambino e la realtà, che fa nascere un altro mondo, un mondo davvero migliore, perfetto. È una cosa talmente unica che quando ormai sei adulto è impossibile entrare nell’immaginazione di un bambino, fosse anche tuo figlio. Per quanti sforzi facciamo, non riusciremo mai a trovare la chiave giusta, a vedere quello che lui vede, quello che vedevamo anche noi alla sua età.

Però quello che abbiamo immaginato da piccoli può accompagnarci per tutta la vita. In sogno capita a volte di ritrovare se stessi bambini, quel buco nell’albero che credevamo un passaggio per una dimensione fantastica (e lo era!), quella sensazione di profonda felicità che pervadeva l’animo durante il gioco. Capita anche da svegli, al richiamo di un odore, di un oggetto che proustianamente ci catapulta in mezzo alle sensazioni del passato.

E non solo. Sognare può continuare ad essere un gioco anche da adulti. Magari un modo per vendicarsi di una realtà meschina e ingrata, di un amore finito un po’ così o di un lavoro che non è proprio il massimo.

L’immaginazione è una potenza devastante. Se la si guarda da un punto di vista pratico non sembra valere molto. Ma la forza creatrice del cervello, le forme del pensiero, possono far nascere idee, muovere popoli, incantare i cuori: l’hanno fatto per secoli, in positivo e in negativo. E anche in piccolo, solo per noi, possono fare tanto: come sublimare una realtà che spesso è deludente, stendendoci sopra un velo bellissimo e consolatorio.

Come in quel capolavoro di Spielberg che è Hook – Capitan Uncino, una delle gioie della mia infanzia da divano. Per chi non l’avesse visto (ah infelici!), parla di Peter Pan cresciuto (un Robin Williams che tutti avremmo voluto per papà) che ha sposato la nipote di Wendy, e che deve tornare sull’Isola che non c’è per salvare i suoi figli, rapiti da Capitan Uncino (Dustin Hoffman, gente). Per salvarli dovrà tornare ad essere il Peter Pan di un tempo, un passato di cui non ha memoria.
Per i bambini come me questo film era semplicemente un sogno, un gioco sfavillante che durava 135 minuti, ma a rivederlo oggi io provo la stessa gioia incontenibile, perché ne capisco finalmente il senso. È la storia di un uomo adulto (e per di più avvocato) che deve ritornare bambino per stare vicino ai figli: non è tanto Capitan Uncino a dividerli, quanto la sua ossessione per il lavoro, che gli lascia poco tempo da dedicare alla famiglia. Un moderno workaholic (e il film è del 1991, figuriamoci se era sui papà di oggi!) che sembra ignorare quanto di più prezioso vi sia nel rapporto tra genitori e figli: il gioco.

E alla fine ci riesce. Peter Pan avvocato impara a realizzare i suoi desideri con l’immaginazione, a giocare un gioco in cui la sola regola è la fantasia: o quella o la sconfitta. Recupera i dolci ricordi dell’infanzia, quelli che rendono anche la vita adulta un po’ più felice: e col suo pensiero felice impara a volare come faceva un tempo.

Poi si torna alla vita di sempre, quella da adulti.
Questo film è pensato proprio per gli adulti: ognuno di noi, nei panni di “Peter Pan da grande”, può tornare a volare. Il che non significa lasciarsi dietro la vita vera, ma capire che anche quella può essere un gioco, una grande avventura. Qualcuno penserà che è un po’ sciocco, un po’ buonista, o che è semplice illusione. Ma c’è forse un altro modo per rendere la vita più bella?
Penso proprio a La vita è bella e ai giochi che un padre s’inventa per il figlio in mezzo alla realtà più terribile che esista, quella dei campi di concentramento. L’immaginazione a volte ti salva davvero.
E l’amore, la fede, gli affetti, i sogni per il futuro: immaginazioni che ci fanno andare avanti. E se bastasse davvero immaginare per avere la felicità? Perché non provare? Al massimo ci saremo illusi.