Allora lui disse: “Sei ancora sveglia?”
E lei rispose: “Sì.”
E lui: “Anch’io. A cosa pensi?”
Rispose lei: “A tante cose.”
“Belle?”
“Molto.”
“Potremmo dircele”, rispose lui.
“Potremmo dircele”, disse lei.
Sorrisero.
“Potrei tornare indietro” disse lui infine.
“…”
“…Se tu vuoi.”
Lei tacque.
Lui tacque.
“Non mi piacciono i condizionali. Nemmeno i se”, rispose lei. “E poi sono già in pigiama.”

E fu la buonanotte.

Lui non eliminò i condizionali e i se, non prese la macchina per tornare.
Lei non si tolse il pigiama e non gli chiese di prendere la macchina.

E quelle cose belle rimasero tutte nell’aria, sospese.
Tra loro. Nel mondo.

E potrebbe durare non so quanto ancora
questo leggero movimento di mani,
l’incontro di due anime che scivolano fra le dita,
nelle pieghe del tempo e della pelle
sopra le righe della Terra.
Lento, senza parole né spiegazione alcuna
libero e legato, inarrestabile
riempire della tua musica il mio cuore
nutrire la tua esistenza dei miei sogni.
Non voglio sapere perché accade.
Mi lascio solo cullare da questo insolito vagare
di mani, anime, manie.
Un Mondo che si è aperto
nel piccolo spazio lasciato da una carezza
e nel superfluo scorrere del linguaggio umano,
un Mondo che splende e vibra
sopra le righe della Terra
nelle pieghe del Tempo e della pelle.

21

A volte aspetti per mesi che arrivi il tuo momento e puoi star certo che quel momento non arriva mai. Non sai neppure perché, ma sembra proprio che il Tempo abbia scelto di metterti appeso a un filo finché piace a lui, insensibile alle tue proteste e alla tua sofferenza.
Attendi una risposta da cieli che non possono dartene, speri che il tuo momento arrivi da direzioni in cui hai tenuto fisso il tuo sguardo fin troppo a lungo.
…C’è qualcuno? Io sono qui!

Ecco, ora si spegne anche la luce. Cazzo.

Il tempo che passi così appeso può essere molto. Può sembrarti infinito. Forse è l’avventatezza, ancora una volta, di muovere un po’ le gambe, di roteare gli occhi, che ti fa accorgere che qualcosa di imprevisto sta accadendo. L’amore arriva. Anzi, non arriva: ritorna.
Se da qualche parte hai seminato, da lì ritorna. Se hai seminato nel profondo, coltivato e irrigato come si deve fare con ogni stupida piantina, eccolo che torna rigoglioso. È la verità.
Se hai seminato in molti campi, poi, avviene il miracolo. L’amore ritorna a fiumi, ritorna anche da campi lontani e sperduti, ti abbraccia con un messaggio alle due di notte, in Tempi e Spazi che non gli attribuiresti mai. Ti meraviglia e ti scalda quell’improvvisa restituzione dell’Ordine Cosmico, ti senti di nuovo l’adolescente piena di spine e calore di un tempo. Ti guardi adesso, una donna tutta ghiaccio e graffi, e per un attimo sai che il dolore passerà.

“Amare è un gran dono e non tutti sanno farlo”. Grazie.
Chi non si spreca mai nel seminare i suoi campi e nell’acquistarne di nuovi, chi si recinta e si arma di carabina tremando ad ogni prima tempesta di stagione, chi si accontenta nel pensare che va tutto bene e non osa mai rischiare una lira del suo patrimonio, forse di notti buie appeso a testa in giù dovrà passarne molte. A meno che non trovi il coraggio di voltarsi e vivere davvero.

Non avrei mai detto che un giorno mi sarei scoperta, almeno in un campo, una capitalista.

You’ll be given love 
You’ll be taken care of 
You’ll be given love 
You have to trust it 

Maybe not from the sources 
You have poured yours 
Maybe not from the directions 
You are staring at 

Twist your head around 
It’s all around you 
All is full of love 
All around you 

All is full of love 
You just aint receiving 
All is full of love 
Your phone is off the hook 
All is full of love 
Your doors are all shut 
All is full of love! 

Ci vuol coraggio.
Una volta, quando ero alle elementari, la maestra della classe accanto chiese alla mia se le andava di prestarle “la Martina” per sfidare il suo campione di matematica. “Prestami la tua”, anzi, così disse. Io avevo una gran paura a misurarmi con un bambino più grande di me in un’operazione a mente, però ci provai. Naturalmente persi. Il bambino in questione si è laureato in matematica applicata o roba simile ad una facoltà di quelle per eccellenze. Però avevo avuto il coraggio di provare.

Non mi è mai mancato, neppure quando sapevo che una sfida era impossibile. Anzi, più la sfida era impossibile, maggiore era la mia voglia di cimentarmi in essa, più probabilità di insuccesso c’erano, più io mi ci buttavo a capofitto.

Ho considerato a lungo tutto questo un pregio. Mi ha aiutata in molte occasioni, in effetti: una fra tutte, l’inserimento nel lavoro. Buttarmi in un’impresa nuova partendo da zero, come quando mi chiusero in quella classe per la primissima volta, senza un preavviso né qualche raccomandazione. O come al negozio. Osare e non aver mai paura mi ha aiutata a guadagnare la stima sul lavoro.

C’è un campo in cui, però, questa mia attitudine titanica produce sconfitte pericolose. La tendenza all’autodistruzione, tipica di molti esseri umani (ma non di tutti), va maneggiata con cura e forse io non lo imparerò mai.

Ma la verità, lo dico in mia discolpa, è che certe sfide hanno l’aspetto di percorsi in discesa. Hanno un sorriso, due occhi profondi e dolci, un temperamento trascinatore, e sembrano venute per salvarti dalla distruzione dopo qualche altra guerra. Ti credi al sicuro per qualche istante ed è così che decidi di affrontare anche questa, che sembra soltanto una bella avventura da cui uscirai, finalmente, vincitrice.
Poi la strada inizia a salire. Diventa una salita dolce. Piccoli sassi su cui inciampare. Ogni tanto una buca in cui manca qualcosa, ma pazienza. Fai l’errore di metterci il piede dentro, e qualcosa ti dice che quella salita si inasprirà. Ma è stata così bella la discesa dell’inizio, ti sentivi così bella, così desiderabile e piena di luce, che vale sicuramente la pena di salire più in alto. E richiami a te tutta la forza che hai nelle gambe e nelle braccia. Perché a un certo punto la salita diviene proprio ripida. La spinta di quegli occhi scuri e sorridenti è l’unica cosa che ti dona forza, ma per il resto sei sola. Non c’è una fune a cui aggrapparsi, non c’è un sostegno e sai che se cadrai, sarà il vuoto ad accoglierti.
Allora spingi. Spingi non sai neppure come. Il sudore ti cola lungo il collo, le mani si graffiano sulla roccia e perdi sangue. Il dolore ti si irradia nel petto e già ti suggerisce, piano piano: “Molla la presa”. Chiedi aiuto dall’alto, da quel punto luminoso che ancora vedi, ma da lassù arrivano solo risposte nebulose. “Adesso non è il momento”, “Ci sarà tempo.”
È qui, in questo punto esatto, il discrimine fra un eroe e un titano. Fra un semidio coraggioso ma devoto e un mostro gigante, traboccante di potere, che osa sfidare Zeus. Fra un essere umano e qualcuno che aspira al massimo.
E arriva la tempesta. La grandine. Gli occhi si riempiono di ghiaccio e le lacrime scavano solchi sul viso. E vai avanti, una mano alla volta, un piede alla volta. continui a scalare quella che è diventata una parete di roccia piena di vetri rotti, di lame e di “sarà”. Continui, drogata da quegli occhi e riscaldata da una fiamma che non si spegnerà mai, perché è tutta tua.

Scali la torre. Porti quel tuo fuoco su una torcia trionfale. Piovono fulmini adesso. E dalla cima più nessuna risposta. Tutto tace. Sei sola. Chissà quanto sangue stai perdendo, ma la tua torcia è ancora lì.
Una mano, poi l’altra. Le dita si chiudono sull’ultima pietra appuntita, si tagliano, sanguinano. Il sangue gocciola giù, nel vuoto, inghiottito dalla nebbia. Per un attimo guardi in basso ed è lì che qualcosa ti si spezza dentro: è solo il tuo sangue che vedi, una pioggia di sangue che scende. Nient’altro.

Sei arrivata. E, come un miracolo divino, la tua torcia è ancora accesa. Avresti potuto spegnerla appena iniziava la salita, ma l’hai portata fin lassù. Hai vinto. Sei tu il dio.

Poi un singolo fulmine squarcia l’aria. Spezza la torre dalle fondamenta. L’ultima visione che hai sono quegli occhi, l’ultima cosa che riesci a udire sono parole senza significato. Prima di cadere a testa in giù nel vuoto.

Le ossa spezzate, il collo riverso, una pozza di sangue. Non sai su che suolo sei morta, ma conta poco. La torcia è rimasta accesa, ma ti intacca i vestiti. Il fuoco consuma lentamente tutti i tuoi resti informi, divora le tue povere ossa, i tuoi capelli e il sangue.

Poi, finalmente, si spegne.

Cosa conta di più, alla fine? Il mio traguardo l’ho raggiunto, quel che volevo salvare non si è perduto per causa mia. Potrei chiamarla comunque stupidità, testardaggine; qualcuno lo farebbe.
Cosa conta di più, alla fine? Vorrei forse essere te, sulla cima della torre, indifferente al calore devastante del mio fuoco, immobile nell’eternità dell’adorazione? No. Perché niente è eterno, neppure la convinzione di essere rimasti lassù, dove ci si sente dèi senza avere il coraggio di provarlo. La torre è crollata, la differenza sta solo nel saperlo oppure no.

E poi ti rendi conto che non c’è fine alla sfida. Che la sfida più grande viene ora.

È un tunnel buio e lungo. Le ossa fredde e sanguinanti. E nessuna torcia a illuminare.

torre

Sapete qual è il termine per indicare una donna che odia il genere maschile? Scommetto che non vi sovviene. Tecnicamente sarebbe “misandra”, affetta da “misandria”. Ma è una parola che non c’è neanche in tutti i dizionari. Se lo scrivete su Word ve lo sottolinea di rosso: in realtà, questa parola non esiste neppure – ufficialmente. Il motivo è semplice: non esiste una donna che odia tutti gli uomini, il loro modo di fare, la loro virilità a tratti così insensibile, bugiarda, crudele. Più un uomo è negativamente uomo, più la donna lo amerà per questo; e non è una sciocca legge dei nostri tempi, di quelle che scriverebbero le quattordicenni sulla loro bacheca di Facebook. È un fatto di possesso e di violenza: è la natura che rende il maschio più appetibile quanto più si mostra insensibile alle coccole, ai vizi, ai regali, alle parole, a tutte quelle suppellettili dell’amore che la Natura non ci ha mai insegnato. Quanto più è animale.

Io sono misogino. Questo, invece, lo sapete tutti cosa significa. Perché, se è vero che non c’è donna che non si senta attratta dalla più insensibile virilità, è anche vero che non c’è uomo che ami davvero le sovrastrutture che la donna ha recepito dall’evoluzione. Il trucco, i vestiti, la cura dei capelli, i gioielli, le schermaglie, i giochetti, le ripicche, i ricatti, le gelosie, i rancori, il pianto, i programmi, le garanzie, i bisogni, le voglie.
Siamo onesti.

Però amo l’Amore. C’è una sola donna che io ami davvero: Afrodite, dea dell’Amore e della Bellezza.

Ed è per questo che mi sono costruito da solo la mia metà. L’Arte, diceva Platone, è imitazione perfetta dell’idea che abbiamo della realtà. Il mio amore è perfetto. Ha le forme della più ideale bellezza femminile, gli occhi di un amore puro, modi semplici e gentili, un sorriso meraviglioso: una donna allo stato di natura. E poi è sincera, sobria, sensuale…Che dite? Come faccio a sapere tutte queste cose se non si muove? Be’, l’ho creata io. E poi non pretende regali, tempo, sguardi, attenzioni, non è gelosa, non usa mezzi termini. Ma io le porto regali, le do attenzioni, non guardo nessun’altra donna.
La cosa più straordinaria è che avrà sempre queste abitudini. E non per il motivo che credete voi. Non perché è fatta di marmo.
Ma perché è ideale, e non può cambiare.


AFRODITE

È così divertente vederlo parlare al marmo che non risponde. La gente passa e dice: Guarda lo scultore, Pigmalione! Che grandissimo coglione!

PIGMALIONE

L’unica trasformazione che potrebbe migliorarla è quella dal marmo alla carne: acquisire la parola, il movimento, la capacità di soddisfare i miei e i suoi bisogni carnali. Una trasformazione che da perfetta nell’Arte la renderebbe un essere perfetto in Terra.


AFRODITE

Embè? Che c’è di più semplice che trasformare in carne il marmo?
Tocca quelle curve ancora una volta, Pigmalione. Accarezza la sua pelle bianca e fredda: eccolo, lo senti quel nuovo, lieve tepore che sorge da sotto? Non ti sei ingannato, riprova ancora. Bacia le sue labbra: non ti sembrano meno dure del solito? Affonda le dita nella carne del petto…sì, ho detto proprio così: affonda. La carne cede come creta sotto le tue mani, solo che tu non sei uno scultore di creta, oppure sì? Credi ancora di sognare, ma la realtà è un’altra: tu sei il tuo sogno, l’hai realizzato con le tue mani. Hai creato da solo il tuo amore, e adesso puoi gioire per sempre di una perfezione fatta di carne.

Lo vedi come siete, voi umani? A volte vi inventate il vostro amore. Come se si potesse creare quello che la vita non vi offre. Il fatto è che è difficile desiderare quel che realmente esiste: avete paura di sbagliare, di restare soli. Allora è meglio inventare. Idealizzare. Cambiare le persone finché non le abbiamo snaturate definitivamente. E poi l’amore, a quel punto, dove va? E voi vi stupite, una mattina, quella mattina lì, quando lo trovate morto stecchito.

LEI: Sono passati ormai due giorni, ormai quella faccia potresti togliertela.

PIGMALIONE: Ti prego, ti prego, ti prego, non stressarmi anche tu.

LEI: Ti stai stressando da solo.

 PIGMALIONE: Ma che cazzo vuol dire? Non è vero!

 LEI: Sì, invece, e lo sai.

PIGMALIONE: Mia dolce, dolce sposa, ti prego, dimmi cosa c’è che non va. Viviamo insieme da anni in amore e in accordo, si può sapere che problema c’è?

LEI: Tu sei cambiato.

PIGMALIONE: Che cosa? Che sciocchezza nuova è questa?

LEI: Sei cambiato, ti dico.

PIGMALIONE: Ma in cosa, santo Cielo, in cosa? Porca miseria!

LEI: Il tuo sorriso. Pende più a sinistra rispetto a prima.
Il tuo modo di parlare. Adesso è più lento, più tranquillo, più severo.
Il tuo sguardo certe volte è perso. Passi molto tempo ad ascoltare il tempo.
I tuoi capelli. Alcuni sono diventati bianchi.
Non hai più la stessa forza nel fare l’amore. Spesso ti dimentichi di soddisfare il tuo bisogno di sesso. Eppure io sono sempre qui.
Non ti piacciono più le stesse cose. Non sei più frettoloso. Non sei più audace.
Non mangi più con la stessa voracità, ma adesso gusti il tuo piatto con un fare lento e riflessivo.
Mi accarezzi con più dolcezza. Adesso, invece di chiamarmi “mia amata”, mi mormori lievemente all’orecchio “mia dolce sposa” prima di dormire.
Dondoli un po’ quando cammini. E vuoi tenermi per mano.

PIGMALIONE: Mia dolce sposa…io non posso essere sempre lo stesso di dieci anni fa!

LEI: Io lo sono.

PIGMALIONE: Ma per forza, tu… Tu non sei reale.

Lo vedi, cielo, come siamo noi umani. Lo vedi, Amore, come a volte ci inventiamo il nostro amore? Come se si potesse creare quello che la vita non ci offre.
Perché è difficile desiderare quel che realmente esiste. Chi lo sa perché. Per paura di sbagliare. Per paura di restare soli.

E allora cambiamo, in cerca di ciò che ci rende perfetti per l’altro. Ma l’errore è proprio qui. E in un attimo, ci trasformiamo in qualcosa che non c’è. È proprio come morire.

E cos’è, in fondo, il sesso, se non un continuo tentativo di inglobarci l’un l’altro, di somigliarci del tutto nella nostra complementarietà, XX e XY, di prendere l’uno gli attributi dell’altro per creare un essere perfetto? Un pasto consumato in modo sempre incompleto e che non dà mai soddisfazione, perché in questa lotta violenta non c’è un vincitore e alla fine ogni cosa torna sempre, inevitabilmente, al suo posto. Quanto sarebbe bello riuscire a riassumere in un solo individuo le esperienze della femmina e del maschio. Saremmo esseri perfetti. Saremmo Dio in persona.

Forse non mi crederete, ma io so cosa vuol dire.
Ho viaggiato. Ho viaggiato ovunque, da un Polo all’altro, e per me non esiste mistero.
Non servono occhi per sapere quello che so io.
Una volta ero un uomo e come il Mare imperversavo.
Una volta ero una donna e come la Terra donavo.
Ma di fatto, nel mondo, c’è più Terra che Mare.

Oh, se solo avessi potuto essere entrambi per sempre. Sarei diventato il Mondo.

Corri. Corri. Corri.

Dammi retta, corri. Non fermarti a pensare.
Lo so, credimi, lo so qual è il tuo dubbio.
L’abbraccio più caldo, così armonico che sembrava perfetto e, soprattutto, interminabile. E che non ti spieghi come mai, alla fine, non lo fosse.
La felicità.

Cercheranno di convincerti. Ti diranno che l’hai persa per sempre con quell’unica occasione. Che l’hai avuta e te la sei lasciata sfuggire dalle mani come un idiota. Ti diranno che era quella lì. Che avrebbe potuto essere diversamente. Ti diranno una serie di cose che ti sembreranno tutte incontestabilmente vere. Perché sì, ti sembrerà di essere stato l’unico artefice di quel fallimento, di aver perso per colpa solo tua tutto quello per cui valeva la pena vivere.

Ti diranno di tornare indietro. Che si può vivere di quello che non è più.

Ti diranno che l’hai trascurata. Ma che se torni indietro sarà diverso. Che stavolta potrai dirle una volta di più che l’ami.

Ma sono bugie.

Non si torna indietro.
Non si cambia il passato.
Siamo progettati per ripetere ogni volta gli stessi errori, per renderci infelici sempre negli stessi modi e con gli stessi schemi.
Non illuderti di fermarlo: il tempo non si ferma. Lui corre e ci scrive, ci scrive esattamente come dobbiamo essere. E se rileggiamo quelle pagine ci accorgiamo che è tutto solo un grande déja-vu.

Non le farai più regali di prima. Non le dirai più volte che l’ami. Lei non ti sarà più fedele di un tempo, non ti compiacerà un po’ di più davanti alle persone a te care. Tu non sarai più felice di quanto sei già stato, perché è scritto tutto in quelle pagine.
Non si torna indietro, mai.

Puoi solo correre in avanti. E non fermarti, non guardarti indietro. Non cercare nulla alle tue spalle.

Vedresti solo tante statue di sale.

Non guardarti indietro mai, Orfeo.