E potrebbe durare non so quanto ancora
questo leggero movimento di mani,
l’incontro di due anime che scivolano fra le dita,
nelle pieghe del tempo e della pelle
sopra le righe della Terra.
Lento, senza parole né spiegazione alcuna
libero e legato, inarrestabile
riempire della tua musica il mio cuore
nutrire la tua esistenza dei miei sogni.
Non voglio sapere perché accade.
Mi lascio solo cullare da questo insolito vagare
di mani, anime, manie.
Un Mondo che si è aperto
nel piccolo spazio lasciato da una carezza
e nel superfluo scorrere del linguaggio umano,
un Mondo che splende e vibra
sopra le righe della Terra
nelle pieghe del Tempo e della pelle.

21

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Questo è un post che avrei voluto scrivere ieri, per questo motivo ne parlerò usando l’ “oggi”.

Oggi era l’ultimo giorno della mia supplenza in seconda E. Negli ultimi tempi, seppur vedere i miei alunni fosse sempre qualcosa di gioioso e terapeutico, stare in classe non mi dava più la stessa soddisfazione. Del resto è abbastanza naturale che, quando hai messo tutta te stessa in qualcosa che non ti ha restituito niente, lasciandoti derubata e malconcia, niente di tutto quello che ti faceva sentire gratificata abbia più lo stesso sapore. Se sei valsa meno di zero in quella che era la cosa più importante per te, perché non dovresti valere meno di zero anche in tutte le altre?

Oggi, quando ho varcato la soglia dell’aula, come ho fatto un sacco di volte, c’era qualcosa di diverso.
Un’ondata di calore mi ha investita sotto forma di applausi.
Sulla cattedra c’erano non uno ma cinque mazzi di fiori. Ho pensato che magari uno era per me. Erano tutti per me.
Gli occhi fuori dalle orbite, ho guardato i miei ragazzi e loro mi hanno invitata a voltarmi. Appeso alla lavagna c’era un cartellone zeppo di parole, firme, bigliettini, disegni, cuori.
È difficile immaginare la sensazione fortissima che ti rapisce tutta insieme, simile a un fuoco che divampa o a una botta nello stomaco, e che altrettanto improvvisamente arriva a sintetizzare tutte le tue sofferenze e la tua desolata mancanza d’amore, a sintetizzare tutti i tuoi mesi passati in un brivido che dai piedi ti sale in gola e dalla gola scoppia in un pianto.
Sconcertata come si può essere davanti a un miracolo, ho cercato inutilmente di dire qualcosa. Eccoli là. Eccoli. Tutti i miei fiori. Tutte le mie parole d’amore. Tutte le mie attenzioni. Tutti i miei sacrifici. I miei ritorni.
Sono i ritorni di qualcuno che ha saputo accogliere dentro di sé, davvero, quel che davo loro, come si fa con un punto di riferimento che ci dispiace perdere o lasciare. E lo capisco rileggendo quelle parole. Sono parole che mi dicono: “con noi non è stato invano”.

“Grazie di tutto prof, le auguro un futuro pieno di opportunità. Hunger Games sempre!”
“Cara professoressa, è stato molto bello conoscerla, di sicuro si ricorderà sempre delle mie battute!”
“Ci manchi tanto, spero che ci verrai a trovare. Non essere triste, non piangere, devi essere felice, come il sole che è sempre felice”
“Questi mesi li ho passati benissimo con lei, ci mancherà tanto”
“Noi vogliamo vederla sorridere perché almeno stiamo meglio anche noi. Grazie per tutto, tutto quello che ha fatto per noi, e le assicuro che ha fatto molto!!!”
“Mi mancherà più dell’aria in un oceano di lacrime” (l’esagerato c’è sempre!)
“Grazie davvero di tutte le conoscenze che ha fatto entrare nella mia testa.”
“Grazie per quello che ci ha dato, prof. Grazie davvero.”
“Con lei le lezioni erano divertenti oltre che istruttive. Mi mancherà come a Sakura mancava Sasuke!”
“Alzarsi in piedi e vederla uscire non è un ringraziamento per tutto quello che ha fatto per noi. Per questo abbiamo voluto darle dei fiori e le parole, le lacrime, i sorrisi dei nostri cuori.”
“Mi sa che la grammatica è sbagliata, il verbo restare non è all’infinito. Grazie, ci mancherà.”
“Mi dispiace tanto che lei debba andare via ma mi dispiacerà ancora di più quando tornerò a scuola e non la vedrò, quando non ci sarà più lei a chiedermi i compiti e a sgridarmi quando faccio confusione.”
“Grazie per essermi stata d’esempio. Le voglio bene.”
Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza: questa frase rimarrà impressa nel mio cuore come lo rimarrà lei.”

Ho voluto ricambiarli. Li ho abbracciati, poi li ho portati in aula di musica e ho suonato e cantato per loro una mia canzone, che non avevo mai fatto sentire a nessuno, ma proprio nessuno.

Prima di oggi ero un guscio vuoto.
Eppure ci sono momenti in cui mi rendo conto che le scelte che ho fatto, le persone di cui mi circondo, il lavoro cui mi sono dedicata mi restituiranno sempre l’amore che perdo per strada. Forse perché è davvero importante essere il punto di riferimento per qualcuno, sapere che per qualcuno vali, e non perché ti viene detto a parole ma perché ti dimostra col tempo di aver fatto fruttare l’affetto e gli insegnamenti che gli hai donato.
Io lo faccio di lavoro e ai ragazzi puoi dare anche senza aspettarti niente in cambio. Con le persone adulte non funziona così: alcune sono così egocentriche e inconsapevoli da illudersi di poterti prendere come guida, amarti non per quel che sei ma per quel che puoi fare per loro, assorbire tutto quel che hai da dare senza farne poi alcun uso, e infine buttarti via come un panno sporco quando sarebbe il momento di mettere la teoria in pratica, arrivando persino ad accusarti di non capirle, di voler porre dei limiti alla loro onnipotenza. E quando ti hanno buttato via, dimostrano di non aver mai avuto bisogno di te, e se ne vanno in trionfo insultando anche il dolore in cui ti hanno lasciata, senza amore e senza neppure affetto.
Alcune persone sono così egocentriche e inconsapevoli, adulte solo di nome, da essere pericolose per se stesse e per gli altri. E la cosa più triste è che, se non supereranno i loro egoismi, non saranno mai un punto di riferimento per nessuno.

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Dicono che l’amore
Non muore mai da solo
Ma si circonda
di servi e creature
e attende,
fermo e immobile.

Dicono che la morte
non ci abbandona mai
ma spinge
e incalza e rilascia
e mille volte
ci fa cenere.

Dimmi qual è il punto
da cui non si torna più
Ho visto il buio e tremo
La terra mi ricopre

Dicono che sia un cerchio
che si richiude qui
e a volte
si riapre, a volte
si perde e brucia
tutto intorno a sé.

L’inizio e la fine
io non li distinguo più
Ho tanto freddo, Amore
è tutto così strano,
Amore

Dimmi che posso fare
perché quel treno non arrivi più
Che tanto avrei da dire
Che tanto c’è da dirsi

ancora.

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Le cose avvengono in sequenza casuale, in momenti casuali, in modalità casuali. Un giorno come gli altri vede il dispiegarsi di situazioni come le altre, l’incontro di persone come le altre, il fiorire di una stagione come quella di tanti anni passati e di altrettanti futuri.
Impossibile individuare una logica, calcolare una motivazione. Fare un disegno armonico.

Eppure ci sono alcune cose che, a dispetto del caos, sembrano fatte per accadere solo in un certo momento, solo in quel modo, solo in quella stagione dell’anno, portando con sé una sequenza di altri eventi che sembrano descrivere un disegno dall’incredibile armonia.

Così, una sensazione che ritorna insieme con la primavera. Dolceamara come la bestia di Saffo. Dello stesso periodo dell’anno, queste lacrime che gonfiano il viso e ti invecchiano un po’. È proprio vero che si invecchia rivivendo le stesse occasioni a cadenza regolare. Che si cresce a forza di déja-vu, quando ci accorgiamo che un ostacolo che ci sembra insormontabile non è altro che lo stesso mostro che abbiamo già affrontato una volta. Perché è tornato? Non è chiaro. Però abbiamo già risolto quell’equazione; la soluzione è sempre la stessa. Pensiamo che adesso possiamo uscirne più agilmente di allora. E si invecchia appena appena.

Come finì l’ultima volta? Chi scacciò la bestia?

Forse fu una coincidenza. Una voce al telefono. Un incontro, due occhi, un sorriso. Un ombrello sotto la pioggia e un bacio rapido sulla guancia, proprio quando ne avevo più bisogno. Fu così che scacciasti la mia bestia.

E poi, negli stessi giorni di inizio primavera, lei è tornata. E capisco che a nulla vale aspettare segnali, se la direzione in cui si guarda è quella da cui la bestia arriva. Il sapore era lo stesso, dolce e amaro, più amaro che dolce.
Proprio quando sono riuscita a gustarlo nella sua pienezza sconfortante, aprendo le fauci alla bestia, guardando giù nella sua gola famelica, proprio quando mi sono persa nella sua disperazione, è arrivato.

Un annuncio. Due numeri. Un numero. Venticinque, sette. Due più cinque. Il mio numero di sempre. Venticinque il civico, venticinque il giorno in cui la bestia mi ha divorata per la seconda volta.
Qualche passo dalla musica, qualche centinaia di metri dalla scuola.

E ho trovato casa.

Vado a vivere da sola. È un vento nuovo e fresco. Un piccolo nido in cui mi prenderò cura di me.

Lei è rimasta lì fuori, ma io sono al sicuro ormai.
Avevo sperato che andasse diversamente, ma è risaputo che i segni non arrivano mai da dove si sta guardando.

Non siamo
mai gli stessi

Le coincidenze del passato
Gli sguardi di ieri
di una persona che era
Sguardi che non potevo incontrare

I frammenti che hai lasciato
per qualcuno che non sono io

Carezze
Attimi che erano destinati a perdersi
Quelli che non saranno mai miei
Perché, semplicemente
non lo sono stati.
Quelli che, sulla strada di altri
ti hanno portato da me.

Non siamo
mai gli stessi.

E adesso
che tutto è per me
Che ogni tua parola si spende
per quelle nostre poche ore

Sono proprio quegli attimi che vorrei
E vorrei per me
tutti i frammenti
E vorrei possedere
tutte le tue storie.

E questa fame ferina
mi tiene in vita
Come e più dell’attesa del nostro Tempo
del mio
e del tuo
insieme.

Questa è un’altra delle mie ultime fatiche in fatto di videoproduzione, un campo che mi sta dando parecchie soddisfazioni, devo dire anche grazie alla collaborazione con artisti che sanno il fatto loro.

L’opera del B.A.C.O. Ensemble (Vania Coveri – Voce; Iacopo Castellani – Chitarre, Guitar Synth, letture; Giordano Ducci – Basso, musica elettronica, violino Synth; Massimiliano Lucani – Batteria, percussioni) rientra nel campo di quel che si chiama Postmodern Art Mouvement e mira a “introdurre nell’ interpretazione di un testo – sussurrato, declamato se non addirittura scagliato verso il pubblico- maggiori elementi di significazione il cui vettore sia appunto la musica, integrata e pensata per il contesto narrativo.” (da www.bacoensemble.com)

Le parole e la musica si incontrano per arrivare ad uno scopo comune. In questo caso, però, ciò accade in un modo molto diverso rispetto ad una semplice canzone. In una canzone le parole diventano musica; qui le parole rimangono parole, nella fragilità e al tempo stesso nella profonda forza che sanno esprimere soltanto nella loro forma originaria, ossia come discorso. Ed è nella forza e nell’efficacia del discorso diretto che viene a inserirsi la musica, come quel “tra le righe” che è sempre ravvisabile nelle frasi dette. La musica è il “non detto” ed è al tempo stesso è un tutt’uno col “detto”, ne asseconda i movimenti e le tendenze, ne descrive il sentimento, specie laddove le parole vengono pronunciate in modo secco, scarnificato, nudo di qualsiasi interpretazione. Oggettive, riempite dalla musica di quel significato che sembrano – sembrano soltanto – non voler esprimere.

Il primo lavoro dell’Ensemble ruota intorno alla vicenda di uomo e di una donna, e all’incomuncabilità che si instaura durante le fasi dell’innamoramento. Liberamente NON tratto da Romeo e Giulietta, “Nonostante noi ci incontriamo” potrebbe idealmente rappresentare la parte meno conosciuta della loro vicenda:
“Noi parleremo di Romeo e Giulietta. Poi si chiameranno Montecchi e Capuleti, ma questo a noi non interessa. Sono un uomo e una donna.”