Che cos’è la bellezza?
Non è un fattore esterno né un fatto esteriore, congenito e indipendente dalla nostra volontà. Probabilmente la bellezza è solo la capacità di rendersi amabili agli altri, o all’altro in particolare.

Un piumaggio variopinto, un collo sinuoso, un’apertura alare maestosa e un petto azzurro perlato come il cielo, non sono che la manifestazione visibile di una natura nascosta, intrinseca, quella che ci spinge a cercare un’altra persona al di fuori di noi, una metà da unire alla nostra. E la esprimiamo così, questa nostra voglia d’amore, con le piume lucidissime e con una danza strana ed attraente. La bellezza è forse puro e semplice desiderio d’amore.

Ut ameris, amabilis esto. 
Se vuoi essere amato, renditi amabile.
(Ovidio, Ars Amatoria)

A volte è difficile renderci amabili. Ci sarebbe da aggiungere: se vuoi renderti amabile, amati. La Natura lo fa da sé, di amarsi, nel modo più spontaneo possibile; ed è così che crea la bellezza di un corteggiamento.
L’uomo è da sempre e sempre più un animale strano. Lui è soggetto ai mali del tempo, alle passeggere follie, ai disagi delle sue capacità razionali e a quelli delle consuetudini sociali. Perciò spesso non si ama più di tanto e non si rende, di conseguenza, amabile. Dimentica di nutrirsi nello spirito e persino nella carne. Si trascura. Diventa nervoso, insensibile o ipersensibile, timoroso o disattento, irascibile o troppo remissivo.
Dovrebbe soltanto ricordare di affondare le radici nella terra e nutrirsi spontaneamente. Come un albero.

Ho dimenticato.
Adesso mi chiudo qui dentro

per disintossicarmi dal fuori. 
Ora è solo questo corpo che conta, 
Tutto il resto sono veleni del tempo
e complicazioni sintetiche. 
Ne uscirò verde foglia
E danzerò per te.

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Sapete qual è il termine per indicare una donna che odia il genere maschile? Scommetto che non vi sovviene. Tecnicamente sarebbe “misandra”, affetta da “misandria”. Ma è una parola che non c’è neanche in tutti i dizionari. Se lo scrivete su Word ve lo sottolinea di rosso: in realtà, questa parola non esiste neppure – ufficialmente. Il motivo è semplice: non esiste una donna che odia tutti gli uomini, il loro modo di fare, la loro virilità a tratti così insensibile, bugiarda, crudele. Più un uomo è negativamente uomo, più la donna lo amerà per questo; e non è una sciocca legge dei nostri tempi, di quelle che scriverebbero le quattordicenni sulla loro bacheca di Facebook. È un fatto di possesso e di violenza: è la natura che rende il maschio più appetibile quanto più si mostra insensibile alle coccole, ai vizi, ai regali, alle parole, a tutte quelle suppellettili dell’amore che la Natura non ci ha mai insegnato. Quanto più è animale.

Io sono misogino. Questo, invece, lo sapete tutti cosa significa. Perché, se è vero che non c’è donna che non si senta attratta dalla più insensibile virilità, è anche vero che non c’è uomo che ami davvero le sovrastrutture che la donna ha recepito dall’evoluzione. Il trucco, i vestiti, la cura dei capelli, i gioielli, le schermaglie, i giochetti, le ripicche, i ricatti, le gelosie, i rancori, il pianto, i programmi, le garanzie, i bisogni, le voglie.
Siamo onesti.

Però amo l’Amore. C’è una sola donna che io ami davvero: Afrodite, dea dell’Amore e della Bellezza.

Ed è per questo che mi sono costruito da solo la mia metà. L’Arte, diceva Platone, è imitazione perfetta dell’idea che abbiamo della realtà. Il mio amore è perfetto. Ha le forme della più ideale bellezza femminile, gli occhi di un amore puro, modi semplici e gentili, un sorriso meraviglioso: una donna allo stato di natura. E poi è sincera, sobria, sensuale…Che dite? Come faccio a sapere tutte queste cose se non si muove? Be’, l’ho creata io. E poi non pretende regali, tempo, sguardi, attenzioni, non è gelosa, non usa mezzi termini. Ma io le porto regali, le do attenzioni, non guardo nessun’altra donna.
La cosa più straordinaria è che avrà sempre queste abitudini. E non per il motivo che credete voi. Non perché è fatta di marmo.
Ma perché è ideale, e non può cambiare.


AFRODITE

È così divertente vederlo parlare al marmo che non risponde. La gente passa e dice: Guarda lo scultore, Pigmalione! Che grandissimo coglione!

PIGMALIONE

L’unica trasformazione che potrebbe migliorarla è quella dal marmo alla carne: acquisire la parola, il movimento, la capacità di soddisfare i miei e i suoi bisogni carnali. Una trasformazione che da perfetta nell’Arte la renderebbe un essere perfetto in Terra.


AFRODITE

Embè? Che c’è di più semplice che trasformare in carne il marmo?
Tocca quelle curve ancora una volta, Pigmalione. Accarezza la sua pelle bianca e fredda: eccolo, lo senti quel nuovo, lieve tepore che sorge da sotto? Non ti sei ingannato, riprova ancora. Bacia le sue labbra: non ti sembrano meno dure del solito? Affonda le dita nella carne del petto…sì, ho detto proprio così: affonda. La carne cede come creta sotto le tue mani, solo che tu non sei uno scultore di creta, oppure sì? Credi ancora di sognare, ma la realtà è un’altra: tu sei il tuo sogno, l’hai realizzato con le tue mani. Hai creato da solo il tuo amore, e adesso puoi gioire per sempre di una perfezione fatta di carne.

Lo vedi come siete, voi umani? A volte vi inventate il vostro amore. Come se si potesse creare quello che la vita non vi offre. Il fatto è che è difficile desiderare quel che realmente esiste: avete paura di sbagliare, di restare soli. Allora è meglio inventare. Idealizzare. Cambiare le persone finché non le abbiamo snaturate definitivamente. E poi l’amore, a quel punto, dove va? E voi vi stupite, una mattina, quella mattina lì, quando lo trovate morto stecchito.

LEI: Sono passati ormai due giorni, ormai quella faccia potresti togliertela.

PIGMALIONE: Ti prego, ti prego, ti prego, non stressarmi anche tu.

LEI: Ti stai stressando da solo.

 PIGMALIONE: Ma che cazzo vuol dire? Non è vero!

 LEI: Sì, invece, e lo sai.

PIGMALIONE: Mia dolce, dolce sposa, ti prego, dimmi cosa c’è che non va. Viviamo insieme da anni in amore e in accordo, si può sapere che problema c’è?

LEI: Tu sei cambiato.

PIGMALIONE: Che cosa? Che sciocchezza nuova è questa?

LEI: Sei cambiato, ti dico.

PIGMALIONE: Ma in cosa, santo Cielo, in cosa? Porca miseria!

LEI: Il tuo sorriso. Pende più a sinistra rispetto a prima.
Il tuo modo di parlare. Adesso è più lento, più tranquillo, più severo.
Il tuo sguardo certe volte è perso. Passi molto tempo ad ascoltare il tempo.
I tuoi capelli. Alcuni sono diventati bianchi.
Non hai più la stessa forza nel fare l’amore. Spesso ti dimentichi di soddisfare il tuo bisogno di sesso. Eppure io sono sempre qui.
Non ti piacciono più le stesse cose. Non sei più frettoloso. Non sei più audace.
Non mangi più con la stessa voracità, ma adesso gusti il tuo piatto con un fare lento e riflessivo.
Mi accarezzi con più dolcezza. Adesso, invece di chiamarmi “mia amata”, mi mormori lievemente all’orecchio “mia dolce sposa” prima di dormire.
Dondoli un po’ quando cammini. E vuoi tenermi per mano.

PIGMALIONE: Mia dolce sposa…io non posso essere sempre lo stesso di dieci anni fa!

LEI: Io lo sono.

PIGMALIONE: Ma per forza, tu… Tu non sei reale.

Lo vedi, cielo, come siamo noi umani. Lo vedi, Amore, come a volte ci inventiamo il nostro amore? Come se si potesse creare quello che la vita non ci offre.
Perché è difficile desiderare quel che realmente esiste. Chi lo sa perché. Per paura di sbagliare. Per paura di restare soli.

E allora cambiamo, in cerca di ciò che ci rende perfetti per l’altro. Ma l’errore è proprio qui. E in un attimo, ci trasformiamo in qualcosa che non c’è. È proprio come morire.

E cos’è, in fondo, il sesso, se non un continuo tentativo di inglobarci l’un l’altro, di somigliarci del tutto nella nostra complementarietà, XX e XY, di prendere l’uno gli attributi dell’altro per creare un essere perfetto? Un pasto consumato in modo sempre incompleto e che non dà mai soddisfazione, perché in questa lotta violenta non c’è un vincitore e alla fine ogni cosa torna sempre, inevitabilmente, al suo posto. Quanto sarebbe bello riuscire a riassumere in un solo individuo le esperienze della femmina e del maschio. Saremmo esseri perfetti. Saremmo Dio in persona.

Forse non mi crederete, ma io so cosa vuol dire.
Ho viaggiato. Ho viaggiato ovunque, da un Polo all’altro, e per me non esiste mistero.
Non servono occhi per sapere quello che so io.
Una volta ero un uomo e come il Mare imperversavo.
Una volta ero una donna e come la Terra donavo.
Ma di fatto, nel mondo, c’è più Terra che Mare.

Oh, se solo avessi potuto essere entrambi per sempre. Sarei diventato il Mondo.

Si racconta che un giorno Giove volle scendere sulla Terra per osservare il comportamento degli uomini. Prese l’aspetto di un uomo qualunque e, insieme col figlio Mercurio, venne in Grecia. I due pellegrini, così travestiti, cercarono un rifugio dove riposarsi. Picchiarono di porta in porta chiedendo ospitalità. Bussarono così a innumerevoli palazzi, ma dovunque furono scacciati e trovarono le porte serrate col catenaccio.

È notte. Sono sola. Ho chiuso a chiave la porta per non farmi trovare da te. Dico sempre che ho smesso di aspettarti, ma poi non so smettere davvero. Non so spiegarti perché pretendo sempre un segno da te: forse perché molti segni, inanellati giorno dopo giorno, fanno un amore ricco. Ed ogni volta ti chiamo, e tu rispondi. Ma poi sei di nuovo lontano ed io non trovo un altro modo di esserti vicino, che chiamarti, chiamarti continuamente, e gridare, per poi chiedere scusa per aver gridato. Allora forse è meglio se rimango qui, chiusa. È semplice chiamarmi quando sono lì per te. Forse, non trovandomi, mi chiamerai. Forse potresti addirittura gridare. O forse non lo farai.

Giunsero finalmente ad un povera capanna, ricoperta di canne e di erbe palustri, dove abitavano due vecchietti della medesima età: Bauci e Filemone. In quella capanna Filemone e Bauci avevano vissuto insieme fin dalla giovinezza; lì erano invecchiati senza vergognarsi della loro povertà e sopportandola serenamente, senza neppure sentirne il peso.
Nell’umile dimora era inutile chiedere quale fosse il servo e quale il padrone: vi erano due sole persone, e tutte e due comandavano e si ubbidivano a vicenda. Ma Giove e Mercurio trovarono pronta e cordiale accoglienza.

Quel giorno ti sorrisi. Fu facile. Avevo voglia di incontrarti. Il tuo invito somigliava ad un abbraccio, il maggior desiderio di chi è stato rifiutato. Lasciarmi accogliere in quell’abbraccio suonava perfetto. Non sei l’unico ad aver visto solo porte chiuse, sai? Non eri l’unico ad essere stato rifiutato.

Non appena furono entrati, facendo attenzione a chinare la testa per non batterla allo stipite della porta che era troppo bassa, il vecchio li invitò a riposarsi porgendo loro una panca sulla quale l’accorta Bauci aveva steso un tappeto molto rustico. Quindi la buona vecchietta allargò con le mani le ceneri tiepide del focolare e, per riattizzare il fuoco del giorno prima, lo alimentò con foglie e pigne secche, e ne fece sprizzare la fiamma soffiandovi sopra con quel poco fiato che ancora le rimaneva.

Ma se l’amore è come un fuoco, come dicono i poeti, prima o poi si spegnerà. È inevitabile. Se vuoi puoi soffiarci sopra. Soffiaci, amore. Ma non lasciare che sia soltanto io a soffiare: il mio fiato, come la mia vita, finirà. È inevitabile. Pensavo…sarebbe bello se la vita, il fiato e l’amore finissero nello stesso momento. Non soltanto per noi due, ma per il mondo intero. Non credi?

Prese poi legna e rami di pino ben secchi e li spezzò per metterli sotto al piccolo paiolo; poi iniziò a pulire la verdura raccolta dal marito nell’orto coltivato con molto amore. L’altro con un’asta forcuta tirò giù un coscio di maiale affumicato appeso alla trave, ne tagliò una fetta sottile e la mise a cuocere nell’acqua bollente.
Ed ingannavano il tempo discorrendo.

Le parole spese, quelle non pronunciate. Quante cose è possibile gettare nel pozzo di noi due. Potrei arrivare a non vederne più il fondo, a dimenticare il primo giorno che ti ho visto, il primo giorno che, fissando i miei occhi nei tuoi, mi sono chiesta quante cose ci saremmo detti. Quante parole spese, quante non pronunciate da gettare nel pozzo di noi due.

Infine il buon vecchio, spiccato da un chiodo un bacile, lo riempì d’acqua tiepida e l’offrì agli ospiti perché potessero lavarsi i piedi. Quindi gli dei si adagiarono su un povero lettuccio di legno di salice, ma con un materasso di soffice alga, sul quale fu distesa la coperta dei giorni festivi; una coperta vecchia e misera adatta a un letto di salice.
La vecchietta cominciò a preparare la tavola. Era una tavola a tre gambe, e dovette cercare una zeppa, perché una gamba era più corta. Quando l’ebbe ben pareggiata, ne strofinò il piano con la menta fresca e vi servì in piatti di coccio le olive, sacre alla casta Minerva, le corniole dell’autunno conservate in salamoia, indivia e rafano, formaggio fresco e uova assodate nella cenere calda. Dopo fu portato in tavola un rozzo cratere, anch’esso di coccio, e coppe di faggio spalmate, nel cavo, di bionda cera.
Poi venne servito il vinello nuovo, poi la frutta. Noci, fichi secchi insieme ai datteri, e prugne, e mele profumate e uva. In mezzo, un candido favo ricolmo di miele. E tutto era condito con il sorriso.

Non importa quanto potesse apparire imperfetto quello che facevi per me. Ogni cosa, anche la più maldestra, mi ricordava che sono bella. Che sono perfetta per qualcuno. Che valgo le parole di qualcuno.

Senonché, durante il pasto, notarono che ogni volta che il cratere rimaneva vuoto, spontaneamente si riempiva da solo, come se il vino sorgesse su dal fondo.
Filemone e Bauci furono presi da timore, e levando le mani al cielo invocarono perdono per i rustici cibi e per la povertà della loro casa.
I due vecchi si preparavano ad uccidere l’unica oca che possedevano, in onore degli dèi loro ospiti. L’oca, svelta, svolazzando qua e là, trovò rifugio in grembo a Giove.
“Sì, siamo dèi”, dissero “e i vostri empi vicini subiranno la punizione che hanno meritato; voi invece, abbandonate la vostra casa e seguiteci sulla cima del monte”.

Forse ho sempre, soltanto fatto l’errore di attendere un miracolo. Ma sono una sciocca e l’Amore mi è sempre sembrato questo: un enorme miracolo, fatto della stessa sostanza di cui, se esiste, dovrebbe essere fatto Dio. Un miracolo giusto, che avrebbe distrutto tutto il dolore e mi avrebbe portata in alto.

I vecchietti ubbidirono, e, preceduti dagli dei, appoggiandosi ai loro bastoncelli, salirono lentamente per l’erto pendio. Volgendo gli occhi in basso, scorsero tutte le cose dintorno sommerse da una palude; solo la loro capanna era salva. Mentre essi, stupiti, compiangevano la sorte dei vicini, la vecchia capanna, piccola perfino per due soli padroni, si trasformò in un tempio: i pali si trasformarono in colonne, la paglia divenne oro, il pavimento si coprì di marmo, le porte s’intarsiarono di magnifiche sculture.
Infine, Giove chiese loro di esprimere un desiderio.

Da quando tu ci sei, io sono ricca. Ma i rapporti sono cose imperfette, amore mio. Sono fatti solo di desideri. Niente sarà perfetto, finché tu e io saremo persone diverse; quindi non lo sarà mai. Ed io non voglio che tu e io diventiamo una coppia di quelle che marciano ancora sì, ma per inerzia, che quando invecchiano si ritirano in due angoli di questa casa, che è il tempio del nostro Amore. Che non possono più accarezzarsi. Che non ridono più di qualcosa che solo loro sanno. Perché ogni parola spesa appariva sempre più inutile e faticosa. Perché non c’era tempo per pensare a come condividere un gesto e un bacio, se non quando era tutto più facile. La vita è una strada lunga e tutta in discesa, da un certo punto in poi. Chi ci aiuterà a superare la fine, se non ci tiene stretti l’Amore?

Scambiate poche parole con Bauci, Filemone rispose: “Chiediamo di essere sacerdoti e di poter custodire il vostro tempio; e dal momento che abbiamo trascorso insieme, nell’amore e in accordo, tutta la vita, desideriamo di morire nello stesso momento. Che io non debba vedere la morte della mia sposa, né lei la mia.”

Non voglio mai più sentirmi sola. Quando sarà finita l’era degli amici, quando anche i figli se ne saranno andati, chi mi terrà compagnia? Chi mi stringerà in un abbraccio, l’ultimo, facendomi sentire che per me vale ancora, persino in quel momento, vale ancora la pena di spendere una parola?

Un giorno, si trovavano per caso sui gradini del tempio a narrare questa storia ai visitatori. Mentre parlavano, ad un tratto Bauci vide Filemone coprirsi di fronde. Filemone vide Bauci coprirsi di fronde. E mentre sui loro volti cresceva una cima d’albero, i due sposi continuarono a scambiarsi parole. Parole d’amore, parole di saluto. Parole. Fino a quando fu loro possibile, così continuarono a parlarsi l’un l’altra.

“Addio, amore mio”, si dissero a un tempo, e la corteccia chiuse in un medesimo istante le loro labbra, per sempre.

baucis-and-philemon

Attenzione!!** Questo post vuole essere una giustificazione dell’assenza totale che ha investito questo blog tra febbraio e marzo. E che lo investirà fino a fine aprile. Per cui, se ritenete che io sia assolutamente imperdonabile, potete chiuderlo subito e risparmiarvi le patetiche scuse che seguiranno. Screeetch screeetch (rumore di arrampicamento sugli specchi)**

È opinione comune (e ormai piuttosto banale), tra chi scrive, che lo scrivere non sia un vero mestiere ma una necessità. Leggo sempre più spesso di scrittori (e lo ammetto, sono soprattutto scrittori di fiction, di narrativa fantastica o fantascientifica, un po’ come quello che provo a fare io) che raccontano di aver vissuto fin dalla loro infanzia un’esperienza che corrisponde in tutto e per tutto alla mia. Vale a dire: il bisogno estremo di inventare storie, di raccontarsele la sera prima di addormentarsi, nella mente, con le immagini. Di dar loro una forma in vari modi, con i disegni o con le parole, a volte con il gioco (la mia Barbie raramente era una ragazza alla moda che usciva con le amiche, più spesso una fata o una strega o una poliziotta o un’eroina mascherata la cui missione era sconfiggere il Male). Crescendo poi il bisogno non si esaurisce come quello di giocare: diventa un’abitudine che si affina, si consolida, si concretizza in forme più adulte e condivisibili anche con altri. Così nascono i primi raccontini da far leggere alla mamma, il tema dell’esame di quinta elementare dove la propria classe si trasformava nell’equipaggio di un veliero, i pretenziosi romanzi di ben venti pagine ispirati a un videogioco che ti ha appassionato, e così via. Il tuo mondo fantastico diventa sempre più grande, ti avvolge, ti fa venir voglia di coinvolgere altre persone. Finché un giorno, se accade, ti accorgi che forse puoi farlo, che ne hai la capacità. E allora entri in quel circolo vizioso e senza uscita (ma anche senza fondo, e per fortuna!) che si chiama scrivere.

Però non è tutto rose e fiori: c’è il lavoro, c’è lo studio, c’è il famigerato blocco, che esiste davvero e che quando arriva è come il raffreddore, non si manda via. Persino chi scrive di professione non riesce a farlo con continuità.

Ci sono poi diversi approcci alla scrittura. C’è un tipo di scrittura che non sono ancora riuscita a padroneggiare ed è quella a comando. Sottotitolo: tesi di laurea magistrale.
Non è facile farsi prendere dalla vena artistica quando si parla di tesi, e non perché l’argomento non sia sufficientemente suggestivo (le feste popolari in campagna presso i Romani, di cose carine ne verrebbero), ma perché quando una cosa è di dovere, matematicamente il blocco dello scrittore investe proprio quel dovere, mentre la tua ispirazione in materia di elfi, nani, complotti internazionali e cavalli di Troia sembra magicamente svilupparsi all’ennesima potenza, raggiungendo punte di furor divino mai viste. Ma siccome non si può abbandonare il dovere per il piacere, e siccome manca un mese alla consegna della tesi e le pagine da scrivere sono ancora una cinquantina, tocca relegare nell’angolino del cervello (e del cuore) tutte le mie storie, metterle in standby, ibernare i personaggi che mi affollano la mente reclamando vita e rimandarli ad un momento in cui, sono sicura, l’ispirazione se ne sarà ormai andata a farsi benedire.

Tornerò a scrivere seriamente sul blog (e anche altrove) il 16 di aprile… Ma chissà, nel frattempo può darsi che riesca a trovare un po’ di respiro tra una sudatissima pagina di tesi e l’altra, e a pubblicare tutti quei post che ho lasciato a metà, specie quelli sulle new entries di EffettiCollaterali o quello su Terenzio. Di roba da scrivere ne ho a palate, ma non posso perdere tempo a scrivere quella. Mentre quello che devo scrivere per lavoro mi viene solo spremendomi come un limone secco.
L’ho detto, è la legge di Murphy sull’ispirazione. Se hai da scrivere, non hai ispirazione; se hai ispirazione, non è il momento di scrivere.

Omnia mutantur, nihil interit

(Ovidio, Metamorfosi, XV, 165)

Sarà Ovidio a inaugurare le mie riflessioni classicheggianti. E’ forse banale, poiché è stato l’oggetto della mia tesi triennale e lo sarà ancora per quella specialistica. Ma Ovidio significa qualcosa in più, per me. Sarà che, come una volta ha detto la professoressa di Storia Greca, uno finisce irrimediabilmente per innamorarsi di quello che studia più a fondo.

Il poema delle Metamorfosi è complesso. Chi lo conosce poco sa che è, in soldoni, una rassegna di racconti, probabilmente una delle prime. L’intento dichiarato di Ovidio non era quello di fare una raccolta di novelle, ma di narrare la storia del mondo “dalla prima origine del mondo fino ai miei tempi” (I, 3-4). Voleva fare un poema epico, e c’era da capirlo: di quello c’era richiesta, era un genere che andava per la maggiore.

Per fare una storia del mondo, Ovidio sceglie di passare per tutte le storie di trasformazioni. E così, finisce per raccontare tutti i miti, dai più conosciuti ai meno noti, passando anche, negli ultimi libri, per la storia vera e propria (seppur mischiata alla leggenda, come spesso accadeva per la storia di Roma).

Però, quello che ci si domanda forse all’inizio della lettura è: perché le storie di trasformazioni, se voleva raccontare la storia del mondo? La risposta Ovidio ce la dà solo alla fine di questa sua opera fuori del comune, nel quindicesimo e ultimo libro.

Qui introduce la figura del filosofo Pitagora (vissuto nel VI secolo a.C., quasi sei secoli prima di Ovidio), le cui dottrine, che molto avevano del magico e dell’ascetico, erano recentemente tornate in voga. E’ Pitagora che, prendendo spunto dalla teoria della metempsicosi (la reincarnazione: Pitagora qui sembra una specie di santone buddista :)), prima invita al vegetarianesimo (non sia mai che nel pollo si sia reincarnato un nostro vecchio parente!), poi passa a spiegare l’eterno movimento e l’eterna mutazione di ogni cosa del mondo. Esattamente come le anime trasmigrano, i corpi si modellano, tutto cambia inarrestabilmente.

Ed ecco il motivo della scelta di Ovidio: la storia del mondo è da sempre una storia di trasformazioni, di rimodellamento della materia sotto gli influssi del tempo e dello spazio. Non solo: la storia dei popoli e delle città segue la stessa sorte, è destinata a mutare continuamente, ad estinguersi e a ripetersi continuamente, senza mai morire davvero. Tutto cambia e nulla definitivamente muore, è questo che dice la citazione all’inizio.

Il mondo di Ovidio è tanto più reale, rispetto al mondo statico e glorioso tratteggiato da altri grandi autori suoi contemporanei (il paragone è col poeta epico per eccellenza, Virgilio), proprio perché è fluido. In esso i confini non sono mai del tutto distinguibili, e quando si crede di averli individuati scompaiono. Basta leggere il classico episodio della trasformazione in alloro di Dafne, ninfa amata da Apollo, per accorgersi di questo aspetto. La potenza descrittiva della poesia riesce addirittura a nascondere il momento del passaggio dalle braccia umane ai rami: tutto appare indistinto, fluido e al tempo stesso naturale. Il mondo di Ovidio è un mondo pervaso da eterne tensioni verso il cambiamento, tra la morte e la vita. E’ il nostro mondo.

C’è un’ultima cosa: la varietà. Ovidio non voleva davvero fare un poema epico, altrimenti non avrebbe scelto questa via. Raccontare lo divertiva, e lo si capisce in modo inequivocabile quando si leggono le Metamorfosi. A lui piace raccontare quelle storie così diverse l’una dall’altra. Se il mondo è un eterno passaggio dal caos all’ordine e viceversa, è la fase del caos che lui preferisce. Un caos dove tutto può succedere, dove gli dèi combinano disastri, scene tragiche si trasformano in farse, il confine tra uomini, animali, piante può venir meno in ogni momento.

E’ un mondo letterario, e per questo è così originale, così indipendente.