Va bene così.
Non mi va.
Adesso ho bisogno di rilassarmi.
Ho tutto quello che mi serve.
Non mi va di uscire.
Sono tranquilla.
Non ho voglia di impegnarmi.
Scusa ma ho da fare.
Posso aspettare.
Non importa se ora non siamo insieme.
Ora non posso.
Quel locale non mi piace.
Adesso ho sonno.
Questo vestito è troppo elegante.
Giocherò più tardi.
Sto vivendo un momento difficile.
Lasciami in pace.
Devo trovare me stessa.
Ne avremo di tempo.
Ho paura.
Sono giù di morale.
Non mi sento pronto.
Ho freddo.
Sono stanco.
Io non faccio queste cose.
Ho bisogno di tempo.
Non ho mai provato.
È sconveniente.
Non mi interessa.
Sono confusa.
Ho bisogno di altro tempo.
Non mi piace.
È troppo difficile.
Mi vergogno.
Mi fa fatica.
È una follia.
Non ci riesco.

Mi accontento.
Di una giornata mediocre
di un amore mediocre
di una morte.

Image

Ottorino Stefanini, “Memorie di Cappelli Rossi”

 

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Improvvisamente, si è spenta anche la luce della televisione. Il buio fuori è più chiaro di quello dentro: luccica qualche stella sul settembre del piccolo giardino e ogni tanto qualche rumore viene catturato dalla finestra, per me.

Dove sono?

La mia camera è un disordine prorompente, non c’è una cosa che sia al suo posto e non c’è posto per tutte le cose. Dovrebbero andarsene, come anche me. Non ho un reale motivo per farlo, ma in verità non capisco neanche perché mi trovo qui. È così: è diventato estremamente difficile capirlo, impossibile spiegarlo, raccontare cos’è successo, cos’è cambiato.

Vuoto. È quel che sento, ciò che produco, ogni cosa che dico. Non c’è un’altra parola per esprimerlo: vuoto dice tutto, vuoto è tutto. Ed io sono nel vuoto e penso vuoto.

Quand’è, esattamente, che sono finiti i giorni in cui mi sentivo potente, tanto potente da affrontare il futuro armata soltanto di un sorriso? …Un sorriso. Ecco che, nel frattempo, anche ogni parola che concepisco si perde, sfuma nel banale, trascolora nel grigio. Scrivo tutto uguale.

Uguale e perdente.

Mi piaceva essere me stessa. Mi offriva tante possibilità. La mia fantasia era il rifugio più accogliente che si potesse chiedere, dove non mancava niente e qualsiasi immagine si realizzava in un attimo di gioia, di potenza, di vita. I colori erano tanti, le stagioni numerose, il mondo era più grande. Fantasia è felicità: ciò che si immagina è dolce al pensiero, è pulsante e vivo; molto più splendente della realtà, se si concretizza, molto meno amaro della realtà, se viene deluso nelle aspettative.

Ed io ho perso me stessa, ho deluso le mie stesse aspettative; chissà, forse perché erano troppe.
Ho perso me stessa, l’ho persa sotto la sabbia e ho scoperto che era meno di un granello.
Ho perso chi ero e nessun altro sa indicarmelo adesso, forse perché nessuno realmente lo sapeva.

Forse non c’ero?
C’ero, sì.
Mi sono persa tra le vie piovose del centro storico di una città in cui ho studiato con passione. La strada di pietroni scuri ha divorato le mie scarpe, ha distrutto i talloni: ad un certo punto non avevo che le caviglie per procedere, se solo ricordassi almeno dove stavo andando.

Un attimo. Quello lo ricordo. Io non sapevo affatto dove stessi andando. Non è che vagassi. Non lo sapevo.

Non stavo proprio andando da nessuna parte. L’onda mi portava con sé ed io, volontariamente, io mi ero imbarcata da sola, fin dal principio. Ed ho perso me stessa quando abbiamo gettato l’ancora. (Io e chi?)

Quell’ancora è scesa…io sono scesa nel fondale.

E adesso..dove sono?

Un cielo vuoto è tutto ciò che mi resta.
Vorrei riuscire a immaginare le onde
e le grida dei gabbiani.
Ma il silenzio ha sempre regnato, qui:
in fondo l’ho sempre amato.

Ci fosse almeno silenzio nella mia testa,
invece ho le grida dei miei screzi con me stessa,
le promesse di quiete,
l’ansia di raddrizzare subito ogni torto
l’impazienza dell’irrealizzato.

Tristezza e frustrazione sono la mia tempesta:
per il mio uso ridondante e trito delle parole,
per il mio errore costante
che dilata le distanze.
Per il mio cuore, in sospeso,
sempre esitante.

S’io potessi per un poco stare
– il ciel volesse, e lo mio Relatore – 
un giorno intero senza nulla fare, 
una blogger sarei certo migliore. 

Se, per ambire a le agognate vette
che fan d’un vaianese un gran dottore, 
bastasse la nutella e il pane a fette, 
io dieci lauree avrei, tutte ad onore. 

Potess’io dir con voce imperïosa:
– Or basta, tesi! Se’ pur tu finita! –
Attender sì potrei, lieta e festosa,
a tutti gli altri assilli di mia vita. 

E più ancora, dolce assai sarebbe, 
(e ognuno certo capirà il perché) 
e gran sollievo e gaudio porterebbe,
se le tesi si facessero da sé.

Ma poiché le premesse non son vere,
e d’esse trar non posso alcun vantaggio,
non mi prendete a calci nel sedere
se vi saluto fino al fin di Maggio…

Attenzione!!** Questo post vuole essere una giustificazione dell’assenza totale che ha investito questo blog tra febbraio e marzo. E che lo investirà fino a fine aprile. Per cui, se ritenete che io sia assolutamente imperdonabile, potete chiuderlo subito e risparmiarvi le patetiche scuse che seguiranno. Screeetch screeetch (rumore di arrampicamento sugli specchi)**

È opinione comune (e ormai piuttosto banale), tra chi scrive, che lo scrivere non sia un vero mestiere ma una necessità. Leggo sempre più spesso di scrittori (e lo ammetto, sono soprattutto scrittori di fiction, di narrativa fantastica o fantascientifica, un po’ come quello che provo a fare io) che raccontano di aver vissuto fin dalla loro infanzia un’esperienza che corrisponde in tutto e per tutto alla mia. Vale a dire: il bisogno estremo di inventare storie, di raccontarsele la sera prima di addormentarsi, nella mente, con le immagini. Di dar loro una forma in vari modi, con i disegni o con le parole, a volte con il gioco (la mia Barbie raramente era una ragazza alla moda che usciva con le amiche, più spesso una fata o una strega o una poliziotta o un’eroina mascherata la cui missione era sconfiggere il Male). Crescendo poi il bisogno non si esaurisce come quello di giocare: diventa un’abitudine che si affina, si consolida, si concretizza in forme più adulte e condivisibili anche con altri. Così nascono i primi raccontini da far leggere alla mamma, il tema dell’esame di quinta elementare dove la propria classe si trasformava nell’equipaggio di un veliero, i pretenziosi romanzi di ben venti pagine ispirati a un videogioco che ti ha appassionato, e così via. Il tuo mondo fantastico diventa sempre più grande, ti avvolge, ti fa venir voglia di coinvolgere altre persone. Finché un giorno, se accade, ti accorgi che forse puoi farlo, che ne hai la capacità. E allora entri in quel circolo vizioso e senza uscita (ma anche senza fondo, e per fortuna!) che si chiama scrivere.

Però non è tutto rose e fiori: c’è il lavoro, c’è lo studio, c’è il famigerato blocco, che esiste davvero e che quando arriva è come il raffreddore, non si manda via. Persino chi scrive di professione non riesce a farlo con continuità.

Ci sono poi diversi approcci alla scrittura. C’è un tipo di scrittura che non sono ancora riuscita a padroneggiare ed è quella a comando. Sottotitolo: tesi di laurea magistrale.
Non è facile farsi prendere dalla vena artistica quando si parla di tesi, e non perché l’argomento non sia sufficientemente suggestivo (le feste popolari in campagna presso i Romani, di cose carine ne verrebbero), ma perché quando una cosa è di dovere, matematicamente il blocco dello scrittore investe proprio quel dovere, mentre la tua ispirazione in materia di elfi, nani, complotti internazionali e cavalli di Troia sembra magicamente svilupparsi all’ennesima potenza, raggiungendo punte di furor divino mai viste. Ma siccome non si può abbandonare il dovere per il piacere, e siccome manca un mese alla consegna della tesi e le pagine da scrivere sono ancora una cinquantina, tocca relegare nell’angolino del cervello (e del cuore) tutte le mie storie, metterle in standby, ibernare i personaggi che mi affollano la mente reclamando vita e rimandarli ad un momento in cui, sono sicura, l’ispirazione se ne sarà ormai andata a farsi benedire.

Tornerò a scrivere seriamente sul blog (e anche altrove) il 16 di aprile… Ma chissà, nel frattempo può darsi che riesca a trovare un po’ di respiro tra una sudatissima pagina di tesi e l’altra, e a pubblicare tutti quei post che ho lasciato a metà, specie quelli sulle new entries di EffettiCollaterali o quello su Terenzio. Di roba da scrivere ne ho a palate, ma non posso perdere tempo a scrivere quella. Mentre quello che devo scrivere per lavoro mi viene solo spremendomi come un limone secco.
L’ho detto, è la legge di Murphy sull’ispirazione. Se hai da scrivere, non hai ispirazione; se hai ispirazione, non è il momento di scrivere.