Oggetti smarriti

Prima di tutto, vi sconsiglio caldamente (e non vi auguro) di scoprirlo nel modo in cui l’ho fatto io. In ogni caso, assicuro che è un’esperienza interessante.

Qualche settimana fa ho combinato un disastro. Era una di quelle mattine in cui sei più morto che vivo e la tua coscienza sembra relegata in un angolino remotissimo del cervello, cervello inesorabilmente narcotizzato. In breve, ti comporti come un automa e non hai la minima cognizione di cosa stai facendo di dove stai andando o – nel mio caso – di quello che tieni in mano.
E ho lasciato il pc portatile sul treno. Disperazione megagalattica, giri per tutta la stazione da un ufficio all’altro per capire come rintracciarlo, e via dicendo. A questa storia c’è un inaspettato lieto fine, ma lo lascio in fondo, come punto d’arrivo della riflessione che quest’episodio folle mi ha generato.

La prima cosa che mi viene in mente è: non lasciate le cose sul treno. Non per l’ovvio motivo che rischiate di trovarcene tre, ma perché (e qui il mio vecchio arcinemico naturale F.S. si fa riconoscere) è bene sapere che non esistono più uffici oggetti smarriti, in nessuna stazione. Chi trovasse un portafogli deve andare al più vicino ufficio del Comune. Che poi sta al proprietario capire in quale Comune della tratta andare a cercarlo.

Difetti funzionali a parte, durante la mia disperata ricerca mi sono dovuta appoggiare alle persone: e mai come quel giorno mi sono accorta di quanto diverse siano le persone tra di loro. E in questo caso non vale affatto che “il mondo è bello perché è vario”. Quando si deve chiedere aiuto alle persone, e a persone completamente estranee, è angosciante scoprire certe realtà.

Ecco i tipi che s’incontrano quando si ha bisogno di aiuto.

#1. Il cinico. Probabilmente la specie meno dannosa, ma senz’altro anche la meno utile. Come l’uomo al bar che senza averti mai vista prima, di fronte alla tua palese disperazione per la perdita, non trova altro da dire che “Signorina, di certo la un ce lo ritrova.” Nel mio caso, al sentire poi che col pc avevo perso anche parte della tesi, mosso a compassione ha azzardato un “ma speriamo lo stesso”.

#2. Il poliziotto-supereroe. È buffa la sicurezza di sé che il tipo-poliziotto assume quando trova qualcuno in difficoltà. Quell’aria protettiva da “tranquilla, baby, adesso ci penso io col mio superpotere”. Non si tratta di un giudizio negativo, anzi! Tanto più che la polizia ferroviaria è quella che più si è mostrata partecipe del mio cordoglio. Diciamo che li ho scoperti simpaticamente megalomani. E obbiettivamente, erano gli unici che potevano far qualcosa di concreto (ovvero la denuncia).

#3. La finta scorbutica/svampita. Povera donna, come mi pento di quel che ho pensato entrando nell’ufficio. Va da sé che lavora per le F.S., ma non avrei dovuto giudicarla per quell’apparenza un po’ assurda. Occhi sbarrati, aria trasandata, tono scocciato coi viaggiatori che passavano dall’Assistenza Clienti. Ho proprio pensato “eccoci, in buone mani”. Invece ha fatto di tutto per contattare il capotreno a bordo del veicolo (che ho scoperto chiamarsi “il materiale”, in gergo ferroviario) su cui ero arrivata. Invano. Però apprezzo il gesto. Svampitiores non deteriores, per parafrasare Giorgio Pasquali (e questa la capiranno solo i filologi).

#4. La dolce bugiarda. Una poliziotta fin troppo ottimista. Dal cinico si passa all’esatto estremo: “ma vedrai che lo ritrovi, i computer di solito non li rubano”. Beh, sì, in effetti di solito li moltiplicano. Però ho apprezzato il tentativo. Si vede che facevo parecchia pena…

#5. Quella che ci s’è trovata. Ormai presa confidenza con la finta-svampi #3, mi son sentita abbandonata quando all’ufficio assistenza ho trovato un’altra. Che come temevo non sapeva nulla e non sembrava molto in sintonia neanche con le attrezzature dell’ufficio. Dopo aver chiamato di nuovo il capotreno (che ha ripetuto di non aver trovato nulla di nulla a bordo), si è comunque mostrata dispiaciuta e partecipe, tanto da consigliarmi (ahimè!) di rivolgermi ai tipi successivi.

#6. Non vedi che sono in pausa-sigaretta. Con risatine rauche e sguardi di sufficienza i pulitori mi rispondono che nessuno di loro ha pulito quel treno. E con tutta l’aria di chi è stato disturbato per una questione di così poco conto come un pc con dentro tutto il lavoro di una studentessa. Certo, da biasimare sono io per prima. Ma un po’ di compassione!

#7. Non è nelle mie competenze. La più bella. La regina della lotta di classe, paladina dei propri santi diritti a non interessarsi di un cazzo. Alla mia domanda se una delle loro squadre di pulitori avesse pulito il mio treno, non si è limitata a fare spallucce come il collega, ma ha voluto mettere in chiaro la propria minacciata posizione. “è bene che vu’ sappia che se lasciate roba sul treno, prima di noi ci passa i ferrovieri!” Io che dai ferrovieri c’ero già stata, ho provato a farle capire che lei era la mia ultima spiaggia, meritandomi una risata in viso e una partaccia. “Perché è bene metterlo in chiaro, sennò sempre a rivolgersi a noi!” Come se il soccorso a chi chiede aiuto fosse una questione di competenze o di responsabilità professionali. Vorrei rispondere ma non ne trovo l’energia.

#8. Evviva la sincerità. Il culmine negativo di questa parabola umana è all’Ufficio Bagagli; e dopo questa avrete tutti voglia di depositare i vostri bagagli in quell’ufficio. “Bah, scusi signorina, lei icché la farebbe se la trovasse un computer?”. Si commenta da sé, mi pare.

#9. Il Santo. In realtà, in un Paese ideale, lui dovrebbe essere la regola, la persona normale. Però (benché i primi dei tipi precedenti si siano mostrati quantomeno brava gente) non è frequente. Soprattutto non è frequente trovarlo onesto e intelligente. Trova un pc sul treno; non ci pensa nemmeno a portarlo all’Ufficio (che non c’è), ma preferisce indagare da sé, se lo porta a lavoro, lo apre e scopre la mia e-mail. Mi scrive, la leggo dal computer delle Oblate, quando ormai volevo fare un avviso pubblico. Sono momenti di beatitudine.
Se un Santo trova il vostro oggetto smarrito, avete certamente un Culo pazzesco.

#10. La sconosciuta che si sorbisce la storia. Povera vittima della mia euforia, aveva anche la disgrazia di lavorare in cioccolateria: il cioccolato mi manda su di giri. Ho sentito un impellente bisogno di spiegarle per chi erano i cioccolatini che stavo comprando. E me ne ha regalato uno. Forse per farmi chetare.

Di tipi di gente ce ne sono parecchi più di questi. Ma se (il cielo non voglia) perdete un oggetto importante, fateci caso. In occasioni simili si scoprono realtà un po’ angoscianti, ma se si ha fortuna (come me) si può tornare per un attimo a sperare nell’umanità…

Volevo scrivere un post per l’Antico della Settimana, ma lo rimando di qualche giorno, perché quello che ho visto ieri sera su Rai Tre mi ha talmente emozionato che sento il bisogno di esprimerlo.
E pensare che stavo per perdermelo.

Raramente, di questi tempi, capita di assistere ad una buona televisione. Diciamo pure quasi mai. Ecco, ieri sera a Vieni via con me c’era tutto quanto di buono la televisione può offrire: buone parole, giusta informazione, belle emozioni, ottimi ospiti, buona musica e stupendi balli. C’erano sia la cultura che lo spettacolo, a dimostrazione del fatto che possono ancora convivere e significare la stessa cosa. Aspetto che ultimamente viene messo in dubbio, quando si guarda anche solo una piccola parte del menu-palinsesto offerto dalla casa (e a proposito di “casa”, ieri sera bastava girare su canale 5 per subire uno straniamento improvviso da crollo del livello culturale, per citare la mia cara Giulia).

Insomma, una serata come non se ne vedevano da (e probabilmente non se ne vedranno per) molto tempo.

Prima Daniele Silvestri che canta Io non mi sento italiano di Gaber, e già si parte bene. È una canzone piena di verità così lampanti che ti sorprende ogni volta.

Poi Saviano che ne dice una, di verità, che troppo spesso ci si dimentica: quando parla della macchina del fango, di Falcone che ora è l’eroe di tutti ma che prima era il bersaglio di molti. Quando qualcuno sembra lottare davvero, con i modi bruschi, forti, diretti che aveva Falcone, la gente media non può che commentare “Lo fa solo per sé” oppure “Ma dobbiamo pagargliela noi la scorta?”. Le si sentono echeggiare ancora, quelle parole: oggi sono rivolte allo stesso Saviano, a Travaglio, a tutti quelli che mostrano una bella determinazione nel portare avanti la propria critica.
Rabbrividisco al pensiero del video in cui Falcone afferma quell’altra grandissima, terribile verità: che per aver finalmente ragione bisogna morire. La morte l’ha “sublimato”, quelli che prima lo infangavano ora lo riconoscono come un eroe. Ma è fango anche questo, anzi è peggio, è ipocrisia. La verità giace sul fondo: siamo soli davvero e se si lotta contro i giganti non si va solo incontro al pericolo mortale, ma anche e soprattutto allo scherno degli altri, di quelli che si vorrebbero proteggere.
Falcone era una Cassandra e come tale veniva trattato: lo fai per la gloria, lo fai per soldi, sei un pazzo. Si stenta a credere che esista qualcuno che sia davvero illuminato, che darebbe la vita per un ideale. Invece è facile badare ai cazzi propri e farsi beffe di quelli che non fanno altrettanto.
È un bene che si dicano queste cose, quando giorno dopo giorno il pensiero della gente si fa sempre più approssimativo, superficiale, becero, segue la bandiera e non si fa domande, non conosce più la differenza fra inchiesta e diffamazione e si diverte a mettere tutto nel pentolone.

Poi Nichi Vendola. Al di là della mia sincera ammirazione per il politico, lui ieri sera era lì in veste diversa, era lì come persona (anche quella ammirevole) e nello specifico come omosessuale.
Con tutto quello che è stato detto, che si dice sull’omosessualità in un Paese come l’Italia, ci si ostina a pensare che l’omofobia sia una cosa superata. Non lo è affatto. L’Italia è un paese in cui l’omofobia ha tutto lo spazio che desidera: si insinua sottilmente nelle battute, nella prorompente femminilità che viene sbandierata in televisione…e, vabbè, nelle tristi uscite del Premier. Che altro si deve aggiungere? Ed è solo una delle tante manifestazioni dell’Italia retrograda, incapace di fare quel salto culturale che definisce un paese evoluto.

Poi Benigni. Il suo modo di esprimersi arriva sempre dove deve arrivare. Poco importa se qualcuno lo scambia per patetico, melenso. Per me era un genio quando faceva l’incazzato, è un genio ora che parla d’amore e lo sarà sempre. Perché è una semplicità colta, arguta. Ha parlato d’amore in un momento in cui l’amore sta praticamente sotto terra, sono un paio di tette sventolate su una pagina di Facebook e poi scambiate per qualche migliaio d’euro a Palazzo Grazioli. Ecco com’è ridotto l’amore oggi.
Per non parlare della nuova versione della canzone sugli averi di Berlusconi. Ho riso fino alle lacrime. Non delude mai. 
Commovente quando ha parlato di Saviano. Anche lui la dice, la sua scomoda verità: che lo si voglia ammettere o no, in Italia chi scrive un libro di denuncia è condannato a morte, che la si intenda in senso intellettuale o fisico. Chi vuole vivere in un paese così?

E infatti è questo che si dicono Fazio e Saviano nel loro successivo scambio di battute: Me ne vado perché, Resto perché. È il dilemma dell’italiano che riflette sui tempi che corrono. Forte la tentazione di andar via, anche solo in senso figurato: di fregarsene definitivamente di un Paese che va a caso.

Poi Abbado che parla dei tagli alla cultura, dei motivi per cui una manovra che penalizza la cultura è non solo ingiusta, ma controproducente per un Paese. Non è più un mistero il fatto che per questo Governo la cultura sia di troppo, in tutti i sensi. Anche lì bastava girare su canale 5 per rendersi conto degli effetti: due oche che si contendevano un bietolone con una sfilata sexy. Non c’è che dire, una buona fetta del Paese ha ormai aderito a questa linea.
Quando penso al Grande Fratello mi vengono in mente le rovine di Pompei: una metafora di come crolla inesorabilmente la nostra cultura. Tra l’altro, inutile dire quanto il crollo di Pompei abbia sconvolto una classicista come me. 

L’ultima osservazione va al corpo di ballo. Che c’entra eccome con tutto il resto. I costumi, la finezza dei movimenti, l’esecuzione perfetta, l’altezza di quelle immagini battono 4 a zero la mediocrità dei balletti “culi-tette” di uno qualunque degli altri show, quiz televisivi e parenti che ci sorbiamo ogni giorno. Una manifestazione artistica, qual è e dovrebbe continuare ad essere la danza. Finalmente. Che sospiro di sollievo.

Io non mi sento italiano, cantava Silvestri all’inizio.
Per fortuna o purtroppo lo siamo. E ieri sera, per la prima volta dopo mesi, ho pensato davvero per fortuna. Perché anche noi italiani, come ogni altro popolo, abbiamo il nostro grande pregio, quello che ci caratterizza: la passione. Siamo gente che sa appassionarsi in modo speciale, che sa emozionarsi di fronte a qualcosa di giusto e portarlo avanti con una forza particolare. Allora per fortuna lo sono, perché mi sono appassionata ieri sera.
Per fortuna lo sono, perché ieri sera Vieni via con me ha fatto il record di ascolti.

Per esser fini, “E in culo anche il GF.”

 

Ci sono cose che riescono a stupirmi nonostante da tempo mi sia fatta un’opinione bella pessimista. Ma i limiti sono fissati perché siamo ogni volta portati a superarli.

Su un servizio del genere potrebbero nascere una marea di riflessioni, prima fra tutte il tragicomico (più tragico) stato in cui versa l’informazione italiana; ma quella che mi è sorta spontanea è un’altra, un po’ più ampia.

Si parla dell’uscita dei minatori cileni da un inferno durato 2 mesi. Fin qui nulla di strano. Ma si vede che a quelli del TG5 andava di fare un servizio un po’ sui generis, frizzante, giovanile, sbarazzino, perché era poco originale parlare del fatto nudo e crudo, o magari della vita che quei poveracci hanno fatto negli ultimi due mesi.

Si è cercato allora di illustrare allo spettatore (perché ormai è di spettatori che stiamo parlando) lo stato d’animo che i minatori devono aver avuto all’uscita dalla miniera. Intanto: c’era proprio bisogno? Ma passi.  Poi, una trovata da veri professionisti: lo si paragona allo stato d’animo dei concorrenti del Grande Fratello all’uscita dalla Casa. Bene. Non nego che per certi versi quella Casa possa essere meno ospitale di una miniera. Ma questa è la classica situazione in cui mi viene da guardarmi intorno incredula, chiedendomi se si tratti di uno scherzo. È solo dopo che capisco che la cosa ha un senso.

Il ragionamento è elementare. Primo. La società di oggi, specie i giovani, è disabituata al male, ai disagi, ai pericoli: in un certo senso è come se non li conoscesse più. E come con tutte le cose che non si conoscono, ne è affascinata, gode nel vederne le immagini e gli effetti sugli altri. Non significa che sia cattiva: allo stesso modo gode nel vederne un lieto fine, come quello in questione. Ma sta di fatto che ama subire tutto questo come un grande film, tanto forte quanto distante da sé.

Secondo. Per comprendere una situazione che non si conosce c’è bisogno di rapportarla a qualcosa che si ha ogni giorno sotto il naso. La conseguenza s’è già capita. Il TG5 ha solo utilizzato il paragone che meglio avrebbe centrato l’immaginazione dello spettatore medio (davvero fervidissima); inutile dire che, così facendo, ha creato un forte scompenso nei significati! “È l’urlo dell’uomo che si riappropria della vita e che l’assapora come mai prima“: sono frasi simili che svuotano di significato le due situazioni messe a confronto, le pongono sullo stesso piano, equivalenti, in una dimensione puramente retorica in cui la realtà, la sofferenza, il dato materiale sono del tutto irrilevanti.

Terzo punto. Tutto questo non è innocuo. È il segnale che le nostre facoltà mentali si sono ridotte a quei due o tre stereotipi che passano in tv. Che lo spettacolo televisivo, con la sua scintillante retorica, è diventato il nostro maestro di vita e il serbatoio della nostra capacità immaginativa. Che le forme e le parole si sono imposte sui significati scardinandoli del tutto. Tutto è già stato spiegato, tutto si lega e ci lega, attraverso una fitta rete di impulsi immediati. Non c’è bisogno di coltivare una fantasia o di formarsi un’idea.

Da un semplice video si può vedere tutta una società del domani…