Gli angoli della bocca della Somma Leriel erano ormai immobili in quell’espressione fredda e confortante al tempo stesso, quella che Estelin aveva imparato a conoscere e, in alcuni momenti, persino a cercare. Quell’espressione che sapeva dare non una risposta, ma certo un senso alle sue domande.

<<Alcuni giorni si somigliano, Estelin-mael. Sono sicura che comprendi. Un lungo bagno freddo nel fiume, aggrappata a un mantello. Un addio gridato senza parole dalla riva del Delta, osservando quel che amiamo esser portato via da noi per sempre dal vasto mare. Sai dirmi quanto sono diversi? Sapresti contare le differenze che riconosce il tuo cuore? Potresti tentare per anni senza trovare nient’altro che sciocchi dettagli di superficie. E il perché lo conosci già. È questo, solo questo, l’unico motivo per cui sei qui. Perché tutto questo si somiglia. Perché viaggia con te. Da sempre. Da quando sei al mondo. E lo farà finché lascerai che sia così.>>

Estelin era in piedi, ma avrebbe tanto voluto sedersi. Taceva attonita, ma avrebbe voluto piangere ancora. Eppure sentiva che né l’una né l’altra cosa le appartenevano più.

<<Questo viaggio ci offre giorni di sole e di dolcissimo vento>> proseguì la Venerabile, afferrando con le sue mani leggere l’incensiera di madreperla. Soffiò lievemente su di essa facendone sprigionare un sottile fumo rosso. <<Tramonti che fanno tremare l’anima. Sorrisi che la rapiscono. Abbracci che la illudono di essere al capolinea del suo percorso nel mondo. E tutto questo è reale e vivo. E meraviglioso.>>

Un’altra lenta esalazione d’incenso. Gli occhi di Leriel si soffermarono sulle linee rosse che avvolgevano l’altare.

<<Poi, un giorno, piomba il buio. Ma non è certo un buio come quello che si annuncia al tramonto e che si ripete ogni volta, così sereno e disponibile, da prevedere e possedere. No, mia cara. È un buio del tutto incurante di noi. Fatto di silenzi e di cose che non sappiamo. Un mantello chiazzato di sangue, una fuga improvvisa: che differenza fa? È buio. E non lo sarebbe altrimenti. Siamo al buio. Tutto è buio. Ed è così naturale cercare di comprenderlo che da quel momento ogni nostra energia si concentra nel tentativo di dargli una spiegazione, di riempirlo di parole e di azioni. Vogliamo farlo nostro, crediamo di essere in grado di accendervi una luce. Ciò che comunemente chiamiamo “disperazione” non è altro che una speranza, la più violenta che abbiamo, cieca e irragionevole, che distrugge ogni nostra possibilità di vivere davvero. Disperatamente – così diciamo, in realtà violentemente sperando – deviamo i nostri cammini alla ricerca di una luce che non c’è, e solo chi ha la fortuna di arrivare dove sei tu ha l’opportunità di comprendere finalmente il suo errore. C’è chi vive innumerevoli vite solo aspettando, e questi sono gli esseri che meno comprendono il senso del loro viaggio. Chi vive cercando ininterrottamente è certo più vicino di questi ultimi, ma non ancora consapevole. Occorre passare attraverso ogni stadio per giungere alla verità. Chi conosce la vera disperazione, questa parola per secoli disprezzata e misconosciuta, l’unica sorgente di conoscenza, costui è il più vicino. La tua ricerca è quasi conclusa, Estelin-mael. Ecco il tuo buio. È questo il Confine. Il Confine tra ciò che è e ciò che non è. Tra quel che hai sempre creduto sulla Morte e sulla Perdita e quello che esse sono in realtà.>>

Estelin non aveva parole. Continuavano a salire e scendere in un canale che non sapeva localizzare. Puntò gli occhi sugli archi sopra di sé, sulla volta stellata del Tempio, nel tentativo di cacciare indietro ogni lacrima rimasta, di non pensare di aver vissuto solo un lungo e inutile errore.

<<So cosa provi>> disse la Somma Leriel. <<E so che non puoi credermi adesso, ma presto sarai felice. Tutto ciò che hai fatto finora ti ha condotta qui, mia cara. Ogni singolo giorno. Adesso sai perché sei venuta al mondo, ed è il motivo per cui la maggior parte di noi è qui. Tutti dobbiamo vedere il Confine prima o poi, perché la Vita, il Bene e l’Amore possano davvero avere altrettanto senso che la Morte e l’Indifferenza. Amare significa accettare che chi si ama possa scomparire da noi. Non possediamo nulla di tutto ciò che ci viene dato. Ogni cosa, ogni persona vive sul Confine e appartiene al Confine. Se possediamo il Confine, non abbiamo bisogno di cercare la luce. Essa sorgerà da sola, lentamente, e sarà bella in modo incomparabile a qualunque luce tu abbia mai visto. E quella luce, Estelin, non si spegnerà mai più.>>

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L’unica scena di sesso in tutto il film. Giuro.

Il fatto che l’ultimo film di Scorsese sia tratto dall’autobiografia di Jordan Belfort, il broker senza scrupoli interpretato (come sempre magistralmente) da Leonardo di Caprio, e che quindi si riferisca a fatti assolutamente veri, è forse l’unico punto che rende questa pellicola – che ho trovato deludente sotto molti aspetti – degna di una nomination all’Oscar. E non ne sono comunque sicura.

La storia è quella dell’ascesa e declino del suddetto personaggio, che si divide tra l’ammirazione e il disprezzo del pubblico. Notevole intelligenza e senso degli affari da una parte, dall’altra il disonorevole stile di vita in cui si fa presto trascinare: truffa, lusso sfrenato, prostitute e droga.

Da nullità a miliardario, Belfort trascina su con sé in una parabola da capogiro un branco di altrettante nullità, ciccioni bavosi che hanno come unica aspirazione quella di vendere qualche grammo di marijuana. Ho detto che quello della true story è l’unico punto che ho trovato veramente di livello nel film, ma non è vero: c’è anche questo, il concetto del parvenu che da troglodita che era non può che rimanere un troglodita anche se miliardario. L’aveva detto pure Petronio, si sa, e non c’è che da trasporlo sul piano della finanza per ottenere qualche Trimalcione di Wall Street. Belfort fa forse caso a sé, in quanto fornito di intelligenza, ma quei ciccioni bavosi drogatelli che lo seguono fanno i miliardi senza essere dotati di una qualche capacità intellettiva particolare. Sono solo poveri, ignoranti, bestialmente arrivisti. Coi soldi non fanno altro che diventare più ciccioni, più bavosi e più drogatelli. In questo senso il film mi è risultato particolarmente apprezzabile, perché qui si tratta di un messaggio che sento vicino a me, in questo mi offre l’analisi sociale che io ricerco un po’ sempre (forse sbagliando?) nelle cose che leggo e che guardo.

Però, detto questo.

Il film dura tre ore. Tonde tonde. Non è che io disprezzi i film lunghi in sé. Chissà, forse Scorsese credeva che non fosse chiaro il messaggio e ha voluto ribadirlo lungo un tempo record.
Dunque, il Lupo di Wall Street e la sua società di truffatori vivono un mondo fatto di orge, lusso, sconcezze e cocaina. Tutto questo viene spiegato con i seguenti espedienti:
1) Si vedono donne nude integralmente per tre quarti del film, senza esagerazioni. Nel quarto restante sono in intimo. Non si tratta di puritanesimo: è che mi hanno insegnato che per esprimere un concetto è sufficiente ripeterlo poche volte. E forse, dico forse, non tutte le numerose tette che comparivano in 180 minuti erano funzionali all’espressione del concetto. O sì? Non è che un po’ di audience l’ha fatta la manza, oppure siam malpensanti? E quand’è che ribadiamo un concetto con qualche pisello fuori? Per tre ore, eh. Mi sa che non vende, ho questo vago sentore!
2) Non c’è mai un momento (salvo l’inizio) in cui Di Caprio e compagnia non siano strafatti come fegatelli. Rimando al punto uno per quanto riguarda la ridondanza. Certo, bella la scena dell’inalazione salvifica di coca paragonata a Braccio di Ferro con gli spinaci. E meno male che c’era, perché dopo due ore e mezza di film ancora avevo qualche dubbio sul fatto che il protagonista avesse problemi di droga.
3) I soldi si lanciano come coriandoli e Belfort fa attraversare l’oceano in tempesta al suo yacht. Ah, e viene salvato dagli italiani che cantano “Gloria” a un festino. Ok che il film è concepito per essere un’escalation di esagerazione, ma questo modo di raccontare una storia vera come se fosse una commedia rocambolesca (“farsesca”, come si legge a ragione in questa positiva recensione dal blog di Repubblica.it), a mio parere è bello che ammuffito. È andato di moda per un po’. Non mi diverte e, se proprio può divertirmi, smette di farlo oltre la seconda ora.

Con questo non voglio dire che il film sia noioso. Ma “non noioso” non è divertente. Soprattutto, “non noioso” non significa da Oscar, almeno per me. Forse concederei sì un Oscar a Di Caprio, che è davvero sempre il solito mostro. Ma è anche sempre il solito, punto. Bello il monologo finale quando sta per lasciare la guida dell’impresa e poi non lo fa, bello vederlo impazzire e far schizzare gli occhi fuori dalle orbite a questo Belfort che, però, non è molto diverso da tanti ruoli che gli son stati affidati finora.

E poi mi è rimasto un dubbio. Ma per caso ‘sti broker avevano un problema col sesso e la droga?

Di recente sono stata messa crudamente di fronte a una realtà dura ma giusta: il mio modo di scrivere è ancora immaturo. Da un certo punto di vista, nonostante l’ovvia delusione, sono molto felice che questo abbia costituito un motivo di scarto del mio romanzo presso qualche casa editrice che, perlomeno, si era presa la briga di leggerlo. Perché a darsi un’occhiata in giro non sembra che questa serietà domini, in editoria. Dopo un giretto in libreria, tra l’ennesima imitazione di un già di per sé pallido 50 sfumature di grigio e la pila di apocrifi brutti di Twilight, risulta chiaro come il sole che non tutti ricevono il mio stesso (giusto) trattamento, ma c’è anche chi riesce a sfondare con un’idea originale quanto la pecora Dolly e, sì, uno stile che giorni e giorni di editing non sono riusciti comunque a rendere del tutto maturo.

Per questo, quando mi sono approcciata alla lettura della saga degli Hunger Games, l’ho fatto con un sacco di riserve, come con ogni recente fenomeno editoriale che passa al grande schermo. La visione dei primi due film, per la verità, mi aveva già dato il sentore che non si trattasse della solita storia un po’ puzzolente di vecchio. Ma io temevo che il cinema avesse trasformato in un capolavoro di spettacolarità un libro scritto “così così”. Non avrei potuto sbagliarmi di più.

L’autrice, Suzanne Collins, non è una ragazzina esordiente e lo si legge bene. Hunger Games ti sorprende subito con uno stile inconfondibilmente scarno: la scelta del racconto in prima persona riduce già di per sé il punto di vista a una dimensione razionalmente chiusa, limitata ma proprio per questo intrigante. La narrazione al tempo presente coinvolge in modo incalzante e, allo stesso tempo, si impone sul lettore come una macchina che va avanti da sola e alla quale si deve solo star dietro.

Come la protagonista, Katniss Everdeen. Una macchina di sopravvivenza, un personaggio che puoi arrivare a odiare per la sua naturale predisposizione al calcolo e per la sua capacità di seppellire le emozioni dentro se stessa pur di non soccombere agli eventi. Dico che si può arrivare a odiarla perché, va detto, quando leggiamo siamo sempre preferibilmente empatici verso quei personaggi più emotivi, quelli che mostrano la loro umanità con doti evidenti come la simpatia, il sentimentalismo, la paura, il coraggio, la passione. Katniss non ha nulla di tutto questo: è scontrosa, rigida, egoista, a tratti persino crudele. Ma il suo personaggio funziona talmente bene che per il lettore è impossibile non capirne le ragioni, e l’autrice non è costretta a spiegargliele. Katniss si impone sul lettore, proprio come la narrazione al tempo presente; si impone con le sue azioni, meccaniche, istintive, crude, spesso così immediatamente rispondenti alla causa-effetto che non dà il tempo di seguirla. Risposte taglienti, reazioni rabbiose, uscite di scena che lasciano in sospeso una questione “importante”, di quelle che il lettore forse vorrebbe fossero tirate per le lunghe. E sulle prime il lettore protesta, in effetti, per queste secche interruzioni, per la mancanza di indugio in qualche momento più emotivamente rilevante, come ad esempio le scene d’amore. Poi però la protesta finisce: perché il lettore, lo sa bene, è viziato. E forse ne ha pure abbastanza di dialoghi e descrizioni superflue, buttate lì per compiacere un pubblico con scarsa immaginazione.
In questo, trovo che la Collins sia una maestra dello “show, don’t tell“. Lascia che il lettore deduca da sé quali sono le pulsioni e le motivazioni di Katniss. E così, già dopo le sue primissime azioni, il lettore impara che Katniss Everdeen lotta freddamente per la sopravvivenza della sua famiglia; che l’amore per la sua sorellina è l’unica emozione più forte che può permettersi di provare; che agisce in un certo modo perché la sua salvezza dipende dal rimanere lucida, mentre tutto il resto costituisce una pericolosa distrazione dalla vita reale. La sua partecipazione al posto della sorellina Prim ai Giochi della Fame, il crudele reality show portato avanti da Capitol City per reprimere ogni possibile rivolta nei distretti, è un gesto sentimentale e freddamente calcolato al tempo stesso. Quando non esiste altra soluzione, Katniss è capace di prendere l’unica decisione sensata, anche se il più delle volte si tratta di una rinuncia per se stessa. E il lettore lo sa. Non entra mai del tutto in confidenza con Katniss – lei non glielo permette –  però ne riconosce in ogni istante il valore e segue appassionatamente la sua progressiva e tragica maturazione.

Dall’altro lato della medaglia c’è Peeta Mellark, forse uno dei personaggi più suscettibili di empatia che io abbia mai letto. Lo si apprezza fin da subito proprio perché è umanamente fragile ma incredibilmente positivo, specie se paragonato alla protagonista. Del tutto incapace di pensare a se stesso prima che agli altri, timido, gentile, passionale eppure calmo e saldo, visto con gli occhi di Katniss sembra quasi un personaggio improbabile. E l’amore che nutre per lei sembra altrettanto improbabile nella misura in cui lei non lo concepisce: ma è forse proprio per questo che il lettore ci crede sempre di più, vi si appassiona e rimane conquistato dalla vitalità che quel sentimento porta in un panorama di totale distruzione. Ma sì, diciamolo, è pure l’archetipo ideale dell’uomo innamorato, sicuro, protettivo e pronto a tutto; il che gli garantisce il successo presso un pubblico femminile un po’ disabituato a simili modelli maschili. Ma questo è un altro argomento.

C’è un triangolo amoroso, è vero: ma la crudezza che caratterizza Hunger Games in tutto il suo complesso (dalla personalità della protagonista allo spessore politico degli eventi), fa sì che questo passi decisamente in secondo piano. Non è un Twilight in cui una trama “Uff” aveva un bisogno evidentemente vitale di lupi mannari seminudi, scene di sesso infinito tra non-morti e seghe mentali di un’adolescente in preda alla passione, per non morire inesorabilmente dopo la prima pagina. Questa non è una trama “Uff”, è una trama “Wow”; e se è vero che alla fin fine ti interessa eccome sapere chi sceglierà Katniss fra il dolce Peeta e il focoso Gale, è vero pure che quello non è né l’unico né il principale motivo per cui stai leggendo Hunger Games.

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***Attenzione: segue un’analisi molto vaga della trama e del finale, del tutto priva di spoiler. Tuttavia, se non volete in alcun modo sapere neppure la sensazione che mi ha lasciato, evitate di leggere quanto segue 🙂 ***

Parlavo di maturità e di tragedia. Ecco, Katniss cresce muovendosi perfettamente in questa grande macchina tragica, quasi ne fosse un ingranaggio. La sua continua lotta per non essere una pedina del gioco di nessuno è inutile: è qui la forza di questa saga distopica, in cui non esiste la garanzia di un lieto fine e di cui la vera protagonista è una realtà politico-sociale perfettamente delineata e fittizia solo fino a un certo punto. Non ci sono buonismi né esiti scontati, non c’è giustizia e non ci sono ammiccamenti a un pubblico, adolescente e non, che ama leggere quel che si aspetta di leggere. E così, quando a un certo punto ti sembra che le cose vadano degenerando quasi “alla Martin”, quando dentro di te comincia a protestare quel lettore viziato che eri riuscito per un attimo a domare, che ora scalcia perché vorrebbe un po’ di scontatezza, giusto per risollevarsi il morale; è lì che ti accorgi che in realtà è tutto perfetto. Che il finale ha senso soltanto in forza di tutto il resto, che quel sapore che ti è rimasto è piacevolmente ambiguo, che il non aver ceduto ai tuoi vizi fa della Collins una brava scrittrice.

Insomma, che hai letto un vero libro e non un fenomeno di massa.

(parte 3)

Emina attese. Guardò Delynn, che sedeva compostamente sulla sedia che un tempo aveva occupato a pranzo, anche se con tutta probabilità neanche se lo ricordava. Leriel stava in piedi silenziosa, appoggiata ad una colonna di pietra.
Non furono i medici a venire da loro: nella Sala entrò Iarea, tutta curva, con le lacrime che sgorgavano abbondanti sulla faccia rugosa. Cosa ci fosse da piangere con tanta disperazione, Emina non l’avrebbe mai capito. Ma capì – e lo capirono anche le sue sorelle – quello che la vecchia nutrice non espresse a parole.

 A Delynn sembrava che ci stessero mettendo troppo, i funzionari del castello. Forse si erano dimenticati di loro. Non potevano andare a visitare la camera del padre senza l’annuncio ufficiale, ed era già un’ora che aspettavano lì come delle stupide.
Emina, sparita per qualche secondo nella stanza accanto, stava tornando con una scala.
La posizionò alla parete.
«Aiutatemi. Ho giurato che sarebbe stata la prima cosa che avrei fatto.»
Delynn si alzò e, malgrado il sonno, si mise ad aiutarla a tirar giù dal muro quell’orribile tela.
Ma, appena Leriel si fu mossa per venire a dar loro una mano, un rauco grido di protesta si levò dal corridoio ovest.
Le tre donne si fermarono a metà dell’opera, mentre il vecchio e traballante Conte di Grimlen, nella sua vestaglia rossa, faceva il suo ingresso nella Sala.
«Cosa cercate di fare?» rantolò. Fu sul punto di cadere e si aggrappò ad un pilastro. Leriel corse a sostenerlo.
«Finché io…» gracchiò il Conte, tenendosi alle braccia della figlia maggiore, «…Finché io sono vivo, quello dovrà rimanere lì dov’è!»
E detto questo, si divincolò dalla presa di Leriel e ripercorse il corridoio, zoppicando e tossendo, fino alla sua stanza.
Delynn, Emina e Leriel non lo seguirono, ma rimasero a fissarsi l’una l’altra, impallidite.
«Ebbene?» fu Delynn a parlare.
«Mi pare chiaro che abbiamo frainteso» disse secca Emina.
«Come si può fraintendere la morte?» domandò Leriel. «…Che si sia ripreso dopo che sono uscita?»
Nessuno rispose.
«Su, rimettiamolo alla parete.»

 Il giorno seguente, assieme alle sorelle, Leriel tornò a far visita al padre. Lo trovarono al solito posto, coperto fin sotto il mento, i capelli bianchi sul volto.
Aprì gli occhi quando le sentì entrare. E quando Emina gli prese la mano e si sedette di fianco al letto, reclinando il capo verso di lei, disse stancamente:
«Figlie mie…Il mio tempo sta per finire. Prima del calar del sole, sarò al di là di questa vita.»

 Emina incrociò Iarea mentre percorreva il corridoio centrale. Attese che fosse lei a parlare. Finalmente, dopo qualche altra lacrima, la nutrice disse:
«Vi sono vicina nel dolore, milady. I funerali si terranno domattina.»

 «…E ora è il momento di farlo sparire» dichiarò Emina issandosi sulla scala per raggiungere il grande ritratto. Delynn esitò per qualche secondo, poi si avvicinò.
«Ha voluto logorarci il fegato sin nella morte» disse con una risata amara.
Leriel stavolta non le aiutò, ma rimase a guardarle in dignitoso silenzio.
E proprio quando il ritratto era già deposto a terra e Delynn stava per tirare un respiro di sollievo, improvvisamente lo videro di nuovo.
Lì, sulla soglia dell’ingresso.
«Credevo di essere stato chiaro!» abbaiò il Conte, precariamente appoggiato al suo bastone. Respirò a fatica. «Non…tollererò…che mi oltraggiate ancora!»
E strisciò via, incollerito, col corpo e col viso appiccicati alla parete.

 «Cos’è questa storia?» chiese Emina alla vecchia Iarea. Leriel non l’aveva mai vista così tesa.
«Bisogna portare pazienza…» rispose quella. «Temo che dovrete attendere ancora qualche giorno.»
E detto questo, le lasciò lì, sole e mute: Emina che si mordeva nervosamente le unghie, Delynn che si faceva aria col ventaglio ostentando una falsa rassegnazione, e Leriel che per la prima volta non sapeva darsi una risposta.

 Ma sette giorni passarono senza che la salute del Conte desse segni né di miglioramento né di peggioramento. Ogni giorno Emina tornava in quella stanza, seguita da Delynn e Leriel; e ogni giorno suo padre apriva gli occhi, le guardava e diceva che prima del calar del sole sarebbe stato oltre questa vita.
Otto giorni, nove. Dieci. E ognuno di questi, ogni ora, ogni maledettissimo minuto, suo padre era in fin di vita, ma niente di più.

 Dopo quindici giorni di permanenza a Grimlen, Delynn ricevette una missiva dalla Marca di Theun: suo marito, preoccupato, chiedeva quale fosse il motivo che la tratteneva così a lungo. C’erano forse problemi giuridici legati al testamento?
Ma quale testamento!, Delynn scagliò la lettera con stizza contro il muro. Se non c’era neppure il defunto!
Ne sarebbe impazzita.

Leriel, chiusa nella propria vecchia stanza, pose le sue domande alla Dea.
Non era ancora il momento?
La Terra aveva deciso di punire lei e le sue sorelle?
O forse rifiutava di accogliere suo padre?
Non ebbe risposta.
Si alzò in piedi. Ringraziò la Dea. E chiese perdono a sua madre.
Di fronte al silenzio degli dèi, l’animo umano necessariamente si arrende.

 All’arrivo del notaio, una grigia mattina, Iarea trovò con sorpresa che tutte e tre le figlie del Conte se n’erano andate.
Dalle scuderie venne a sapere che lady Emina aveva fatto preparare cavalli e carrozza la sera precedente, ed era partita verso la Contea di Padrath, con l’intenzione di non fare più ritorno.
La Marchesa Delynn era stata raggiunta il giorno prima dal marito, che l’aveva condotta via mentre, dicevano, strillava come in preda alla follia che tutto l’oro, i vestiti e le scarpe della Marca di Theun erano perfettamente sufficienti a farla felice.
Quanto alla Somma Leriel, aveva ringraziato e si era fatta allestire una carrozza con due cocchieri per recarsi il più rapidamente possibile a Besadhil. Si era congedata invocando, per qualche oscura ragione, la misericordia e il perdono della Dea Terra su di sé, sul castello e sull’intera Contea.
Iarea non riusciva a immaginare cosa avesse loro impedito di attendere un giorno di più. In fondo, le aveva avvertite che ci sarebbe stato un ritardo per la lettura del testamento: il notaio e il suo accompagnatore, sir Ghantar di Hail, cugino del Conte, erano rimasti bloccati sulla via per colpa di un incendio.
Ma, del resto, in quei giorni le Contessine non avevano avuto che comportamenti strani. Dopo la morte del Conte, avvenuta l’indomani del loro arrivo, Iarea le aveva viste spesso andare e venire come in processione, tutti i giorni, da una stanza vuota contigua a quella, ormai chiusa, da cui era stato portato via il defunto. A fare che, non si sapeva.
In più, non si erano neppure presentate ai funerali. E avevano tolto e riappeso quella vecchia cornice col ritratto del Conte almeno una dozzina di volte, senza motivo.

La nutrice nascose l’imbarazzo e fece accomodare i due ospiti.

Io, Relidor Marbred Conte di Grimlen,
con la fede del Re e degli dèi, lascio tutti i miei averi,

spartiti in egual misura, a chi presenzierà alla dichiarazione delle mie ultime volontà;
e l’amministrazione della Contea al mio fedele cugino e socio, sir Fortred Ganthar,
che nomino mio successore.

Al termine della lettura, Iarea lanciò uno sguardo interrogativo al notaio e poi a sir Ganthar accanto a sé. Fatta eccezione per loro, la stanza era vuota.
«La carta parla chiaro, milady» fu la spiegazione del notaio.
«Venite, Iarea» disse Ganthar sorridendo sotto i baffi. «Mostratemi il castello, prima che vi consegni la parte che vi spetta.»

 La Sala da pranzo era quasi buia.
«Immagino che vorrete toglierlo» disse Iarea accennando al grande quadro.
«No…» rispose il Conte Ganthar. «Penso proprio di no.»
Dall’alto della parete, gli occhi dell’uomo nel quadro li fissavano. Per un attimo, parvero quasi accendersi di trionfo.
Ma era soltanto un bagliore proiettato dalla guizzante fiamma delle candele. 

Martina C.
(parte 2)

Emina lasciò che il vento spargesse le sue ciocche rosse confusamente qua e là.
Dal balcone poteva vederli: prati, campagne, foreste… La libertà di rincorrerli leggera, sola, come aveva sempre sognato, aveva un prezzo: il denaro che presto sarebbe arrivato.
Qualcuno si avvicinò.
«Milady, i vostri cavalli sono pronti, come avete ordinato.»
Riccioli neri, occhi scuri ed una corporatura possente, aveva tutto ciò che una donna poteva desiderare in un uomo. Emina gli sorrise maliziosa.
«Di già?» disse. «E tu sei pronto, Meirar?»
Meirar la prese fra le braccia. «Dunque stai per partire davvero? Te ne andrai per sempre?»
«Ti ho offerto la possibilità di seguirmi, cosa vuoi di più?»
Lui si sporse per baciarla, ma Emina si sottrasse, cullando dentro di sé la deliziosa sensazione di tenere in pugno il cuore di un uomo. Meirar la lasciò sgusciare via, seguendola con uno sguardo perso che non fece che alimentare il suo divertimento.
Emina raggiunse la propria stanza. Non le dispiaceva affatto dover lasciare i luoghi dell’infanzia: solo lasciare le tracce di sé che echeggiavano ovunque la infastidiva e non poco.
Tanto per cominciare, lo specchio l’avrebbe portato via. Vi si guardò dentro e vide quella che era alla luce del sole: si amava quasi più di quanto tutti amassero lei.
Le sue sorelle avevano torto a pensare che la sua vita da ultima figlia nubile fosse stata tanto miserabile quanto devota alle leggi paterne. In realtà, la già avanzata vecchiaia e la malattia avevano impedito al padre di controllarla giorno e notte, e avevano permesso che entro quelle fredde mura Emina realizzasse una dolce, disinibita, egoistica forma di felicità, che solo l’ormai imminente libertà avrebbe potuto rendere più perfetta di così.
Frugò nei suoi portagioie. Anche quelli se li sarebbe portati via.
Si provò un paio di semplici orecchini che erano costati al tenero Meirar lo stipendio di tre mesi. Rise. Tutti quei sacrifici per un solo bacio.
E la catenella d’oro intrecciata a fili di seta rossa, che riluceva sul suo collo come il sole sulla neve? No, quella era un regalo del Conte di Padrath, che, da quando era venuto in visita presso suo padre, si diceva incapace di liberarsi dell’ardente amore per lei. Veniva a trovarla quasi ogni mese.
Mentre l’anello…oh, l’anello era uno dei suoi pezzi preferiti: la pietra nera che si trovava solo nelle miniere di Axas, dono galante del Marchese, allegato ad una poesia di sua propria composizione…
Emina si riteneva assai più felice di entrambe le sue sorelle messe assieme. Aveva amato più uomini di loro, e dei più ricchi del regno. Desiderata, adorata mille volte più di loro, non era costretta ad alcuna forma di fedeltà, né ad un uomo né a un dio.
E prima del calar del sole sarebbe stata completamente libera.

 Delynn non riusciva più a trovare la strada che conduceva alle sue stanze. Tanto aveva odiato quel posto, da dimenticare del tutto la sua fisionomia. Si imbatté nella sua camera per caso: la riconobbe dalla crepa che venava l’arco di pietra sovrastante la porta. Spinse il legno secco ed entrò.
La crepa sul muro era l’unico particolare rimasto invariato, oppure Delynn aveva scordato anche l’aspetto della sua camera da letto? No, quello stravolgimento era certamente opera di Emina.
Non c’erano più le azzurre stoffe alle pareti che sua madre aveva fatto confezionare per lei dagli artigiani più rinomati del Regno. Erano state sostituite con orribili, tetri arazzi di porpora. E le sue tende bianche ora erano brune e spente. Uno scrittoio, una lampada a olio e un cassettone: aveva tutta l’aria di essere diventata un piccolo studio, e nessun dubbio che Emina ne fosse padrona.
Quello che provava era solo un lievissimo senso di usurpazione: non aveva certo da invidiare a Emina il possesso di spazi propri. Nella Marca Delynn aveva ben dieci stanze personali.
Il lusso e l’agiatezza erano la sola cosa che rendevano sopportabile una vita coniugale. Ma non erano poca cosa: le sue sorelle avevano di che rammaricarsi di essere rimaste nubili. Non sapevano cosa volesse dire farsi servire, adulare, riverire; dettare legge fra le mura di una splendida dimora, senza altro superiore che il proprio marito, spesso assente da casa. Crescere un futuro Marchese sano e forte, cosa che le procurava la stima della gente che contava.
E ancor più, sfoggiare abiti all’ultima moda, frequentare ambienti raffinati, essere l’oggetto dell’invidia di ogni dama che visitava il suo salotto.
Quella era vita: non la triste reclusione che aveva vissuto per diciassette anni.
Prima del calar del sole, ogni cosa di quel buio passato si sarebbe dissolta per sempre, lasciandole solo una meritata ricompensa ed una seconda casa su cui imperare.

 Leriel era rimasta con il vecchio Conte di Grimlen, osservando con freddezza il suo corpo e il suo spirito cedere ogni momento di più all’Abbraccio eterno di Neea. Restava morbosamente inchiodata a quella scena, in quella stanza, forse per riuscire a capire quello che neppure una Sacerdotessa della Terra sa: cos’è che davvero accade quando lei, la Terra, decide di riprendersi ciò che è sempre stato suo.
Leriel aveva preso il posto di Emina, sullo sgabello. Indugiando con lo sguardo sulla parete opposta, si ritrovò a fissare intensamente gli occhi neri di sua madre, perpetuamente vivi nella staticità di un’immagine dipinta molto tempo addietro.
Tyabel delle Terre del Crepuscolo era diventata Contessa di Grimlen ancora sedicenne, unendosi ad un uomo che aveva molte terre e cavalli, grande influenza sul re e trentadue anni più di lei. Ma era stata sfortunata: prima ancora di poter gustare i frutti dell’aver sposato un uomo ricco, potente, vecchio e malato, una polmonite l’aveva mandata avanti a lui nella tomba, pochi mesi dopo il parto della sua terzogenita.
Leriel doveva molto a sua madre. Da lei aveva imparato la calma e meditata accettazione degli eventi, riuscendo a ricavare il meglio da ognuno di essi.
Così, dalla repressione di un amore giovanile socialmente disonesto, aveva ricavato la determinazione a conseguire solo ciò che era prestigioso e conveniente. Dalla paterna imposizione di una vita di doveri e castità, aveva ricavato la benevolenza della Dea e una posizione di potere esercitabile persino su suo padre stesso.
Dalla morte di un genitore, ora, sarebbe venuto il riscatto di quella di un altro.
I fieri occhi di Tyabel ne sembravano convinti. Quello che, per un fato meschino, non aveva potuto ottenere lei, lo avrebbe avuto Leriel, prima del calar del sole.

E mentre il cielo, fuori dal vetro appannato delle finestre, si tingeva del colore sanguigno, Leriel vide – o credette di vedere – i mille fili della Terra, le mille braccia della Dea, posarsi sul corpo di suo padre come luminose ragnatele, nel momento in cui il suo respiro iniziava a farsi più raro… 

(continua)

Con questo racconto sono arrivata in finale al premio “Sentiero dei Draghi”.  (http://www.ilsentierodeidraghi.it/)
Lo si trova pubblicato nell’antologia del premio, scaricabile da Lulu all’indirizzo http://www.lulu.com/product/a-copertina-morbida/la-libert%C3%A0—premio-letterario-sdd-2011/18717955

I personaggi, la geografia, i nomi e gli elementi filosofico-religiosi sono quelli del mio mondo fantasy.

PRIMA DEL CALARE DEL SOLE   –   I

Le candele, schierate una accanto all’altra sul lungo tavolo di marmo, proiettavano tetri bagliori tutto intorno. Di quella luce instabile tremolavano le sagome delle sedie, la pietra del muro, le pieghe del vestito di Emina.
Al buio, ne era sicura, il suo viso perdeva il consueto fascino. Non vedeva l’ora che fosse di nuovo giorno.
In alto sulla parete ovest, dietro il posto di capotavola, il grande ritratto la scrutava con un vago intento di accusa. Di giorno non era così minaccioso; di giorno era più che sopportabile, soprattutto per chi, come lei, sedeva di lato e non era costretto a fissarlo negli occhi. Emina Marbred sorrise di quell’uomo vecchio e brutto, con gli occhi verdastri e l’espressione severa.
Quando suo padre era stato il Conte di Grimlen, chiunque si sarebbe nascosto sotto il tavolo, nel sentirsi puntati addosso quegli occhi di falco. Ma non ora.
Un rumore di passi frequenti giunse dall’altra sala. Erano tacchi, un paio di quelle scarpette che nella Marca di Theun erano attualmente il sogno proibito di ogni donna.
Stavano arrivando.
Un ammasso di stoffe, fiocchi e trine oltrepassò l’arco di pietra per entrare nella Sala da pranzo.
Emina non si spostò di un millimetro, mentre rivolgeva un distaccato cenno di saluto a sua sorella, che l’oscurità quasi totale non le aveva impedito di riconoscere.
L’altra non rispose neppure, ma fece qualche passo ancheggiando e alzò lo sguardo verso il ritratto.
«Irritante. Anche più di come lo ricordassi» disse, con l’accento strascicato che aveva imparato nella Marca. «Come fate a tenerlo ancora lì?»
«Dobbiamo, Delynn. L’abbiamo tolto una volta e lui è andato su tutte le furie. Da allora, finché c’è il Conte, nessuno si azzarda a toccarlo.»
Delynn Marbred, da tre anni nel casato di Aloan, fece una smorfia di disgusto, di quelle che solo lei sapeva fare, con quella boccuccia da bambolina. Lei, invece, sembrava più bella nella semioscurità, perché il sole metteva in risalto tutti i difetti della sua pallida carnagione, anche quando si copriva di trucco. Ma era sempre stata convinta che i suoi riccioli biondi la rendessero la più bella della Contea. Quanto al vestire, non aveva mai avuto buon gusto e ne aveva ancor meno da quando aveva sposato un marchese del nord.
«E dunque» disse, «Pare proprio che lo toglierete, fra breve.»
«È quello che spero» rispose Emina, senza un minimo di rimorso per quelle parole spietate.
«Cosa dicono i medici?»
Delynn, poi, non si sarebbe certo scandalizzata per così poco. Lei se n’era andata col primo ricco che le era capitato proprio per allontanarsi il più possibile dall’uomo che odiava. In questo si trovavano perfettamente in sintonia.
«Che non c’è cura, e che è difficile stabilire se sarà la malattia o la vecchiaia.»
Delynn non commentò. Si voltò verso l’arco, dal quale proveniva un nuovo rumore di passi.

 Una figura alta e magra, fasciata in un abito blu da cerimonia, il capo coperto da un velo, entrò nella Sala camminando lentamente.
Delynn la guardò. Era tanto che non la vedeva, più o meno dal giorno del proprio matrimonio. Il viso lungo e serio, gli occhi verdi del padre e l’espressione pungente di sua madre; identica alla Contessa anche nel modo di incedere, calmo e solenne.
«Ci hai fatte aspettare, Leriel» le disse, notando l’estrema cura con cui aveva spazzolato i lunghissimi capelli neri. Un vero peccato che dovesse tenerli in parte nascosti. Ma così volevano le regole del suo Ordine.
«È già accaduto?» domandò Leriel con il timbro grave della sua voce. Alzò poi gli occhi verso il ritratto, osservandolo senza scomporsi.
«No» le rispose Emina, dal suo angolino dov’era rimasta immobile tutto il tempo. Evidentemente stare rinchiusa in quella casa infernale le aveva fatto perdere la capacità – o forse la voglia – di muoversi più del necessario. Delynn la compativa: la più giovane di loro, sola, che per fuggire alla sottomissione di un altro uomo era rimasta inchiodata a quella paterna. Certamente sperava che quella strana forma di fedeltà costituisse un vantaggio sulle altre due.
Ma Delynn era certa di essere la favorita. Suo figlio Nedlin, di appena due anni, unico discendente maschio della stirpe dei Marbred, era senz’altro sufficiente a far pendere dalla sua parte l’ago della bilancia.
Leriel la stava fissando, come intuendo i suoi pensieri. Beh, pensò Delynn, poco importava: del resto anche a lei erano perfettamente manifesti quelli della sorella. Nessun dubbio che ritenesse di avere diritto ad un trattamento particolare, in qualità di figlia maggiore e da sempre prediletta, e in virtù della sua appartenenza all’Ordine. Ma la sua per quanto prestigiosa posizione era del tutto ininfluente all’interno della famiglia e della Contea, e questo lei lo sapeva benissimo.
«Dovremmo salire, adesso?» chiese.
«Sì» rispose Emina. 

Si avvicinava l’alba. Mentre entravano nella stanza del padre, Leriel si meravigliò di quanto le apparisse piccola adesso. Non era stato un luogo di ricordi felici: in quella camera, nelle interminabili ore di colloquio sotto il soffitto affrescato, aveva accettato di diventare Sacerdotessa della Terra. E adesso era la suprema Adepta dell’Ordine, la più insigne Sacerdotessa di Neea in tutto il Regno, potente come un Conte e forse di più.
Sì: delle tre figlie, Leriel era quella che si avvicinava di più ad un uomo, l’unica in grado di colmare il vuoto di potere politico che l’assenza di un erede maschio rappresentava per il Conte di Grimlen.
Ed eccolo lì, il Conte, coperto fino al mento dal lenzuolo bianco, il corpo già in gran parte avvinghiato dai lacci della Terra Accoglitrice, l’anima ancora strenuamente resistente al richiamo della morte. I capelli bianchi gli nascondevano in parte il volto rinsecchito.
Iarea, la nutrice, si alzò dal suo sgabello al capezzale del letto. Accennò un inchino e uscì dalla stanza piangendo.
Emina si sedette al posto lasciato dalla vecchia e iniziò la sua certo ben studiata messa in scena.
«Padre mio» sussurrò con dolcezza. «Fate un piccolo sforzo…Siamo tutte qui, come potete vedere. Aprite gli occhi.»
Lo sforzo del padre fu però grande, per aprire gli occhi. Leriel sentì Delynn, accanto a sé, fare un passo indietro. Anche se non c’era davvero più nulla di minaccioso in essi, quelli restavano pur sempre gli occhi del loro padre, gli occhi egoisti del ritratto, gli occhi del padrone di casa, che ancora avrebbero potuto rivendicare potestà su tutto quanto si muoveva entro le mura di quel castello.
Ma il Conte di Grimlen non rivendicò nulla, neppure con lo sguardo. Gracchiò qualcosa a Emina che gli porgeva l’orecchio.
«Cosa dice?» chiese Delynn.
«Che vi avviciniate.»
«Figlie mie…» disse la voce stanca e a malapena udibile del vecchio. «Non temete per me. Prima…» Tossì. «…Prima del calar del sole, sarò oltre questa vita. Così hanno detto i medici.»
«Ci dispiace non essere venute prima, padre.» L’ipocrisia di Delynn era talmente palese che lei stessa si vergognò delle parole che aveva pronunciato e arrossì. 

S’io potessi per un poco stare
– il ciel volesse, e lo mio Relatore – 
un giorno intero senza nulla fare, 
una blogger sarei certo migliore. 

Se, per ambire a le agognate vette
che fan d’un vaianese un gran dottore, 
bastasse la nutella e il pane a fette, 
io dieci lauree avrei, tutte ad onore. 

Potess’io dir con voce imperïosa:
– Or basta, tesi! Se’ pur tu finita! –
Attender sì potrei, lieta e festosa,
a tutti gli altri assilli di mia vita. 

E più ancora, dolce assai sarebbe, 
(e ognuno certo capirà il perché) 
e gran sollievo e gaudio porterebbe,
se le tesi si facessero da sé.

Ma poiché le premesse non son vere,
e d’esse trar non posso alcun vantaggio,
non mi prendete a calci nel sedere
se vi saluto fino al fin di Maggio…